Benoit Violier. Vivisezione del suicidio di uno chef

2 Feb 2016, 13:30 | a cura di Massimiliano Tonelli

Qualche riflessione sulla bulimica copertura mediatica sulla morte del cuoco francese Benoit Violier. Davvero la professione dello chef è così stressante da aumentare l'incidenza dei suicidi?

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"Gli chef sono sotto pressione e talvolta si suicidano perché tutti gli stiamo troppo con gli occhi addosso". È questa la paradossale conclusione, tra l'ingenuo e il morboso, dell'ingorgo di articoli di cui la carta stampata e il web si sono congestionati dopo la notizia della morte per suicidio dello chef Benoit Violier.

Peccato che il profluvio di parole a riguardo non fa che confermare ciò rispetto a cui la stampa finge di mettere in guardia: un'attenzione eccessiva, fuori dalla logica dei fatti, accanita, sproporzionata e sciocca.

 

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I giornali

Nonostante lo chef fosse sostanzialmente sconosciuto in Italia, è bastata qualche agenzia di stampa ben confezionata per scatenare fiumi di parole. I grandi quotidiani nazionali oggi sono usciti con pagine intere, tutte le migliori firme mobilitate, speciali web, gallery fotografiche, addirittura storie di copertina comeRepubblica Sera ieri pomeriggio. E se la faccenda può apparire normale per i blog e gli organi di informazione di settore, è francamente eccessiva per quanto riguarda la stampa generalista.

 

In cerca di conclusioni, non importa se poco credibili

Non importa cosa fosse successo realmente a Violier, non importano i motivi del suo gesto, non importa neppure che in Italia non lo conoscesse praticamente nessuno: pagine e pagine sullo chef che si suicida perché è eccessivamente stressato, perché ha il mal di vivere, perché ha addosso gli occhi di tutti, perché deve sempre restare alto in classifica e si ammazza se cala, ma poi si ammazza anche se rimane in alto perché la cosa gli crea ansie, perché deve rendere il massimo, perché lavora duro e non può reggere più di tanto alle critiche.

Come se queste condizioni non siano tranquillamente condivise con milioni e milioni di capi-azienda, dirigenti, imprenditori, creativi in tutto il mondo e in tutti i settori della produzione, dell'industria, dei servizi, dell'intrattenimento, dell'artigianato.

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E invece via con le strumentalizzazioni più patetiche. Si è citata la morte per infarto (perché uno chef, se è tale, non è libero neppure di avere le sue brave cardiopatie) del suo predecessore; si è citata la concomitante presentazione della Guida Michelin Francia nello stesso giorno del suicidio, peccato che il ristorante di Violier fosse in Svizzera; si è citata più volte la ridicola classifica La Liste sui più grandi chef internazionali, cosa che però ha consentito un po' a tutti di titolare roboante "si spara il più grande chef del mondo". Il tutto sullo sfondo, perché parlare di soldi (tanti soldi) funziona sempre, delle "cene da oltre 350 euro a persona"...

 

I numeri di un fenomeno che forse non esiste

E poi giù con la lista degli altri chef suicidi. Una timeline che si ferma a quattro o cinque casi a riprova che, con migliaia e migliaia di grandi chef in circolazione, i fatti tragici sono così pochi che tutti li ricordano a memoria. Molti tra questi, poi, come accade per tutti i suicidi, hanno a che spartire con questioni personali più che professionali. Però intanto, in giorni in cui nel nostro paese va in scena un atroce omicidio-suicidio al dì, pagine e copertine sono appannaggio di uno sconosciuto signore di 44 anni nato nella Francia dell'ovest ma notiziabile semplicemente in quanto chef.

E allora è facile desumere che l'anomalia non sta nel lavoro del cuoco e relativi risvolti psicologici (?), che non è vera la storia del ruolo stressante, della pressione del giudizio esterno o del mal di vivere esistenziale di chi lavora ai fornelli. È una frottola anche la favola dei tanti chef suicidi visto che, guardando in numeri, l'incidenza di casi è in tutta evidenza inferiore a quella di altri mestieri di responsabilità. Già, perché lo stress, l'angoscia per il giudizio altrui, il carico di responsabilità e un filo di depressione professionale quanto basta sono un minimo comune denominatore di milioni e milioni di persone e migliaia e migliaia di impegni professionali. E se vogliamo stare dentro ai recinti della creatività scopriremmo che scrittori, registi, poeti e pittori si fanno fuori con frequenza senz'altro più elevata senza che questo porti nessuno a raccontare quei lavori come criminogeni.

La narrazione a tinte noir di un mestiere duro ma gioioso è con ogni probabilità tutta nella testa di chi la assembla come fosse una sceneggiatura da filmetto d'oltralpe, non certo di chi la vive ogni giorno con fatica ma con felicità, soddisfazione, orgoglio e generosità.

 

a cura di Massimiliano Tonelli

 

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