Qui sono passate generazioni di parmigiani, appassionati di birra, tifosi di calcio, affamati o semplici avventori che hanno trascorso le serate tra chiacchiere e una buona pinta. Ma cosa trasforma un tranquillo pub di quartiere in un'istituzione?

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Dall’esterno, il Chelsea Pub di Parma ha ben poche attrattive: un locale all’angolo di un palazzone di quelli nati nel dopoguerra, alla periferia Est, lungo la via Emilia che attraversa la città; una vetrina anonima, luci basse, nessuna insegna. Ma quando si entra, è come arrivare al binario 9 e 3/4 da cui parte il treno per Hogwarth. Nei 35 anni trascorsi da quel marzo 1983 in cui i tre fratelli Fontana (Marco, Gianluca, Silvano, quest’ultimo scomparso pochi mesi or sono) ne aprirono i battenti, il Chelsea è diventato qualcosa di più di un semplice pub: oggi, è un’istituzione. Il rimando ai pub inglesi è certificato dalla tappezzeria tartan verde e rossa, o da quel che se ne riesce a scorgere sotto alla miriade di oggetti che ricoprono le pareti: bandiere, sciarpe e gagliardetti di squadre di calcio italiane e inglesi, sottobicchieri, manifesti pubblicitari d’antan, locandine di vecchi film in bianco e nero, insegne pubblicitarie, cartelli di ogni tipo. Per non parlare del bancone, letteralmente stracolmo di soldatini, pupazzi, automobiline, giocattoli, dischi, albi a fumetti, al punto che pare di trovarsi in un negozio di modernariato. E ancora: tavoli uno diverso dall’altro, sedie in legno, panche, addirittura una specie di trono forse trafugato da qualche aula magna universitaria.

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Panini e birre. Cose da provare

Vengo qui dal 1985, e negli anni quasi nulla è cambiato: l’avvento del linoleum sui tavoli a metà anni ’90, a ricoprire il legno ormai solcato da ghirigori e geroglifici degni della stele di Hammurabi, fu un evento epocale; oggi, quel linoleum è consunto, costellato di crateri e bruciature, ma resiste indomito. Il menu conta oltre un centinaio di panini, suddivisi per il tipo di pane e preparati al momento, nell’angusto cucinino, con tempi d’attesa che ridefiniscono il concetto di slowfood: “In caso di grande affluenza l’attesa potrebbe essere relativamente lunga”, preavverte una scritta. Ma vale la pena pazientare. I panini portano i nomi di quartieri londinesi, squadre di calcio, calciatori italiani e stranieri degli anni ’80 e ’90. Sono grandi, stracolmi d’ingredienti fin quasi a scoppiare. E buonissimi: materie prime di buona qualità, iniziando dal prosciutto crudo di Langhirano, e un assortimento di salse deliziose. Dopo i salati (o piccanti, come l’Highgate, detto “l’allucinante”, a base di tabasco, salsa Worchester e aromi), si può terminare in bellezza con filoncini al sesamo con burro e marmellata calda, nutella, miele e cioccolato fondente, da abbinare a qualche kriekper intenditori. E poi, ovviamente, le birre: alla spina e in bottiglia, artigianali, trappiste, lambic, aromatizzate (al limone; al lampone; soldo beer, con limonata e Campari; non c’è più, purtroppo, quella al Pimm’s N°1). Decine e decine di etichette in continua evoluzione, per garantire agli habitué ampia varietà di assaggi.

 

Tra ricordi calcistici e panini fantasiosi

Al Chelsea non si va solo per mangiare e bere, ma per stare insieme: niente musica a sovrastare le voci, al massimo l’eco della partita al televisore perennemente sintonizzato sui canali sportivi, e nessuno che chieda di alzarsi una volta conclusa la consumazione. Ai tavoli, spalla a spalla, tante generazioni di parmigiani: signori di mezz’età, famigliole con bambini, studenti universitari, fidanzatini adolescenti. Guardando gli avventori più giovani, mi chiedo quanti, addentando il loro panino dallo strano nome, sappiano chi fossero Asprilla (porchetta, insalata, pomodoro, mozzarella, salsa harissa, tabasco), Edmundo (speck, fontina, provola affumicata, insalata, salsa barbecue, pomodoro), Nakata (porchetta, insalata, cetrioli, mozzarella, fontina, salsa messicana); e quanti, vedendosi arrivare davanti il sontuoso Ronaldo (prosciutto crudo, insalata, mozzarella, pomodoro, maionese, gorgonzola), pensino al portoghese CR7 anziché al brasiliano Ronaldo Luís Nazário de Lima che ne ispirò la creazione attorno alla metà dei ’90: all’epoca costava 500 lire in più degli altri, per non essere da meno del campione che celebrava. E, sia ben chiaro, Balbo (salame milanese, fontina, salsa di tartufo) è l’argentino Abel, goleador in forza al Parma nella stagione 1998-1999, non certo l’aviatore Italo, che in città non mise piede, respinto dalle barricate del 3 agosto 1922 (“Balbo t’è pasè l’Atlantic mo miga la Perma”, Balbo, hai passato l’Atlantico ma non il torrente Parma, recitava una storica scritta in dialetto vergata sulle case dell’Oltretorrente…).

Il fascino del Chelsea è anche questo: rappresentare, immutato nel tempo, uno spaccato di un’epoca che fu, così vicina e già così lontana. Per me, e credo per quelli della mia generazione, è insieme un museo, una macchina del tempo, e, per dirla con Alberto Savinio, una casa ispirata. Ai tavoli del Chelsea, rivedo la mia gioventù, riscopro i sapori di un tempo, ritrovo gli amici, vivi e non più. Al Chelsea, io parlo con i miei fantasmi.

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Chelsea Pub – Parma – via Emilio Lepido 22 – 345 902 6048

 

a cura di Roberto Curti