Come si mangia ad Expo Milano 2015? I test dei primi giorni

4 Mag 2015, 11:15 | a cura di Massimiliano Tonelli
Gli ottimi fast food giapponesi, il bel progetto del ristorante gourmet messicano, la fine pasticceria italiana nascosta nei bar del Cluster Caffè, lo street food olandese. Prime prove tra la sconfinata offerta gastronomica di Expo.
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Le partecipazioni nazionali sono più di 130, ma l’offerta gastronomica all’interno del recinto di Expo 2015 va in realtà ben oltre questo numero. Quasi tutti i padiglioni, infatti, hanno ristorazione al loro interno, ma molti hanno due o anche tre tipologie di offerta (alta, media, veloce). Qualche volta, non di rado, ci sono autentiche gastronomie (dal Marocco al Cile, passando per San Marino) fino a veri e propri supermarket (come quello della Thailandia). Inoltre ci sono tutti i punti di somministrazione esterna, afferenti all’organizzazione, che non fanno riferimento agli stati partecipanti. Molti sono del gruppo CIR, cui è andata per assegnazione diretta una parte importante, dopo che il bando di gara è rimasto deserto per due volte, ma ci sono anche realtà più piccole come Grom o Davide Oldani.

Catering internazionali e piccoli artigiani

L’unica cosa certa è che tra il gourmet panoramico dell’Angola, il fast food del Qatar, il caffè del Barhein, le birrerie della Repubblica Ceca, la boulangerie francese, il ristorante bielorusso, la braceria uruguaiana, il banchetto della raclette svizzera e il self service dell’Oman è tutt’altro che facile orientarsi. Anche perché a dispetto di un’offerta variegata e sconfinata, non è assolutamente detto che dietro all’aspetto della genuina etnicità ci sia per davvero gestione locale e materie prime scelte e originali. Molti padiglioni, infatti, si servono di caterer, talvolta grandi caterer internazionali, per organizzare la loro offerta gastronomica. Ne deriva chiaramente un appiattimento industriale, talvolta fieristico. La verità è che il padiglione costa, i governi non hanno grandi risorse per coprire le decine di milioni che una grande presenza nazionale necessita e, ovviamente, si rivolgono agli sponsor allettati dai grandi flussi di pubblico che le Esposizioni Universali garantiscono. Ne deriva che poi gli sponsor vogliono in cambio visibilità, presenza, spazi e forniture. E le grandi sponsorizzazioni sono garantite tipicamente dai grandi gruppi industriali, non certo dagli artigiani di qualità…

Il ristorante del Palazzo Italia

D’altronde è sempre stato così. Basti pensare al nostro paese. Durante lo scorso Expo Universale, quello di Shanghai, chi si occupò della ristorazione? I soliti noti che fan man bassa di appalti o qualche ristorante di qualità? Rispondete voi. Questa volta, in compenso, il ristorante del Palazzo Italia, gestito da Peck, non ci ha dato modo di produrre critiche o apprezzamenti: il giorno dell’inaugurazione era chiuso e non si davano previsioni per l’apertura. Ma se è vero che è sempre stato così, nelle varie Expo che si sono succedute, è anche vero che questa Expo ruota attorno ai temi del cibo e dunque si presume che una percentuale di paesi superiore alla media si sia impegnata per fare qualcosa di peculiare da questo punto di vista. Lo capiremo in questi sei mesi, provando poco a poco tutte le proposte.
Insomma a Expo il visitatore che - oltre a scoprire e apprendere dai padiglioni dei vari paesi - voglia anche sperimentare cucine esotiche o proposte autenticamente di qualità, deve avere la capacità di discernere tra tipologie di ristorazione. Individuando le idee più particolari, indipendenti, curiose. Cogliendo così l’obiettivo di assaggiare davvero qualcosa che sarà molto difficile reperire normalmente, specie in Italia dove la cucina etnica trova storicamente grosse resistenze.

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I food truck di Olanda e Stati Uniti

Un buon inizio è quello che parte dallo street food: un format che solitamente riesce ad affrancarsi da standardizzazioni da ristorazione industriale. E così è per quanto riguarda ad esempio il Padiglione Olanda dove un lungo percorso porta a un bel ristorante coperto, ma prima di questo una serie di camioncini uno più goloso dell’altro creano un'atmosfera a metà tra la fiera di paese e il luna park. Una delle presenze più originali. Decisamente più istituzionale il Padiglione Stati Uniti che però compensa la sua massiccia presenza prendendo in gestione un appezzamento un po’ più là dove è allestito, sotto l’egida statunitense, il Food Truck Nation: sei furgoni Ducato allestiti per l’occasione con specialità regionali americane. E giù di BBQ, lobster rolls e burgers.

Padiglione Giappone

Non delude neppure il Padiglione Giappone. Il percorso è un po’ forzato, a tratti farraginoso, ma non appena si esce dalla parte espositiva (code permettendo) e si entra in quella ristorativa, le cose cambiano di molto. Lo scenario è caotico e organizzato al tempo stesso. Ci sono una serie di postazioni automatizzate dove si scorrono i menu, si scelgono i piatti, si compongono i combo, tutto in modalità touch. E si paga. La macchina emette dei codici e si attende che il proprio codice appaia sugli schermi: dopodiché si ritira ai pass il cibo e si mangia. Si mangia bene, tra l’altro. Perché il Giappone ha assegnato la propria food hall alle cure di quattro grandi campioni della ristorazione di massa. Fast food di qualità, come MOS Burger, Sagami o Curry House CoCo Ichibanya. Divertente, veloce, ottimo. Non è alta cucina (comunque il padiglione giapponese, da un’altra parte, ha anche il suo gourmet), ma per il pranzo è una soluzione da non trascurare all’insegna di burger di riso, soba e tempura fatte live, dietro al bancone.

Padiglione Messico

Nota di merito va, poi, al Padiglione Messico, che si presenta a Expo autodefinendosi “una delle cinque potenze gastronomiche del mondo”. Sulla sommità di questa gigantesca pannocchia bianca, con un panorama niente male, c’è un ristorante che si chiama Bésame Mucho. Bello il design, ancor più bello il progetto. La società che ha vinto il bando di gara governativo ha deciso di coinvolgere 30 talenti della gastronomia del paese. Ciascuno ha pensato a un piatto. I ragazzi che girano in sala e in cucina sono stati mandati prima a fare degli stage in Italia. I piatti promettono decisamente bene e il tutto è annaffiato da Tequila, Mezcal e Cerveza a volontà. I prezzi, infine, sono particolarmente corretti. Niente a che vedere con la Spagna dove, era un po’ la lamentela diffusa tra i visitatori dei giorni inaugurali, “per due tapas ti chiedono 35 euro”. Sì, perché quello dei prezzi è uno dei temi da affrontare nella ristorazione di Expo. Con la consapevolezza che la qualità si paga, con l’osservazione che i livelli di spesa sono comunque variegatissimi e con l’attenzione a non pagare troppo ciò che non merita.

Cluster del Caffè

È un po’ caro ma merita, ad esempio, il bel bar di illy dentro al Cluster del Caffè, vicino all’attivissima torrefazione. Tutta la pasticceria è curata da Luigi Biasetto (presente e attento tra i banchi in questi giorni di inaugurazione) e ci abbiamo mangiato un muffin che mai prima. La vostra visita a Expo può iniziare da lì. Colazione tradizionale e poi alla scoperta delle cucine del mondo. Ma sempre con gli occhi aperti per scoprire se dietro alle fattezze di un ristorante ultraesotico, si dovesse celare un caterer londinese o un player fieristico tedesco vincitori di chissà quale appalto…

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a cura di Massimiliano Tonelli

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