Per una volta non parliamo dello spettacolo della cucina, di quell'esperienza che viviamo ogni volta che siamo di fronte a un piatto ben realizzato o a un menu degustazione, ma di teatro vero e proprio. Che, per una volta, non si compie sulle tavole del palcoscenico, ma su un tavolo da pranzo.

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Forced Entertainment: tutto Shakespeare cipolla su cipolla

Metti che c’è Il sogno di una notte di mezza estate, e metti che c’è la foresta magica e con essa gli spiritelli. Cosa c’è di meglio di un Gin (Gordon’s dalla bottiglia verde, per la precisione) per incarnare uno spirito? Che poi in inglese spirit ha vari significati (come pure in italiano) tra cui ‘essere soprannaturale’ e ‘alcolico’. Ecco allora che bottiglie piccole e grandi di liquori e distillati compongono il popolo del mondo delle fate del bosco, quello che rende l’esperienza degli umani, incarnati da vasetti ben più terragni, misteriosa al pari di un sogno, fitta di magie e incantesimi d’amore. Che dire poi della sanguinaria tragedia d’impronta senechiana, il Tito Andronico, in cui i sostenitori dei due fratelli aspiranti imperatori (due bicchieri a calice) sono buste di cipolle rosse e dorate? Sempre cipolle sono, solo di colori diversi, e rischiano di far piangere a lungo se qualcuno mette mano alla lama. E via così, col Giulio Cesare (una bottiglia d’olio) assassinato da Bruto (salsa di pomodoro) senza dimenticare che nel dramma c’è anche Marco Antonio, e come non pensare che possa essere una zuppa di carne in scatola? E poi ci sono il sale e il pepe che sono il re e la regina. Il resto sono solo parole: parole gli intrighi di corte, parole gli amori infelici, parole gli omicidi e le nozze del lieto fine. E sempre parole sono quelle che muovono i bicchieri di plastica, anonimi soldati tutti uguali. Sono parole che entrano ed escono dalle fitte trame shakespeariane e ne danno una sintesi efficace e cordiale, tutta volta a spiegarne l’intreccio, e insieme lasciano cadere, nel tessuto narrativo, fugaci commenti a punteggiare ritmicamente il lavoro. Come in uno spettacolo di burattini casalingo, con un meccanismo di comicità molto semplice. Ma senza che la poesia delle opere perda terreno pur scomparendo quasi del tutto la parola originale, sostituita dal racconto. Dunque, ricapitolando: lo spettacolo è fatto da oggetti d’uso quotidiano, mossi su un tavolo da un attore che racconta la trama delle opere di Shakespeare. Un ping pong tra vero e falso, originale e riscritto, che mette in moto il dispositivo del gioco e strappa un sorriso ma che rimane, comunque, un organismo drammatico credibile e denso di emozioni.

Forced entertainment

Forced Entertainment e il teatro da cucina

Non sarà l’opera più audace dei Forced Entertainment, a prima vista, ma è un corpus importante, radicale per quel suo richiamo prepotente al livello base del teatro, quello del gioco dei bambini, con cui condivide, non solo il verbo principale in molte lingue (to playin inglese o jouerin francese), ma anche quella sospensione dell’incredulità che ti fa vedere un cavallo in una scopa di saggina e bere un caffè inesistente da una tazzina vuota. Così anche per la maratona shakespeariana: 36 ore (una per ogni testo del Bardo) non consecutive da sorbire anche a piccole dosi. Basta un tavolo di legno e tanti oggetti di uso comune per mettere in scena tutte le opere di Shakespeare. Facile, ma solo a patto di saper creare quella magia che è già, di per sé stessa, una forma teatrale purissima. Il resto è passaggio diretto da parola ad azione, bilico tra commedia e tragedia, con il senso del dramma così potente da lasciare da parte l’incongruenza di quel livello minimo di messinscena, e con la forza del racconto che diventa azione senza mai essere agìta. Al massimo solo accennata mediante oggetti d’uso comune sul tavolo, che è tavolo da gioco, come quando si gioca in cucina da ragazzini, ma richiama anche alle tavole del palcoscenico.

 

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Ci hanno abituato a lavori molto fisici, i Forced Enertainment, lunghi fino a modificare la percezione del tempo con quella miscela, peraltro già dichiarata a partire dal nome, di giocoso divertimento e di messa alla prova. Che obbliga il loro pubblico a “stare al gioco”, al loro gioco, che è talvolta estenuante, ma mai privo di ironia e quell’ammiccare che ti rende possibile ogni resistenza. Che stavolta usa il linguaggio della tavola e di tutto quel che, quotidianamente ci gira intorno. Foss’anche un martello (Malvolio ne La dodicesima notte): quante volte la tavola è stato il piano d’appoggio di lavoretti domestici?

 

forced

Una scaffalatura di ferro, di quelle da garage, accoglie i pochi oggetti di cui si compone ogni pièce, suddivisi opera per opera. Per non far perdere il senso che quel che si sta vedendo è solo il frammento di un’opera complessiva che aumenta di significato se vista tutta insieme. Con quelle forchette e quei barattoli di marmellata a riportare tutto a un livello intimo, che è quello della quotidianità.

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Complete Works: Table Top Shakespeare | Force Entertainment | Spettacolo in inglese | Roma | Romaeuropa Festival | fino al 16 ottobre | www.romaeuropa.net

 

a cura di Antonella De Santis

foto di Hugo Glendinning