Nata venticinque anni fa e amante della food photography fin da subito, o per lo meno fin da quando ha acquisito abbastanza senno per capire che ciò che stava guardando raffigurava del cibo. “Da piccolina custodivo un’immensa collezione di ricette e fotografie, le stesse che, una ventina d’anni dopo, ho portato alla commissione di laurea triennale al Dams di Roma Tre. La mia tesi si intitolava “Il culto del gusto”, uno studio volto a spiegare la spettacolarizzazione del cibo in ambito televisivo e fotografico”. Lei è Eleonora Vasco: romana, fotografa freelance con la passione per le testate nordeuropee, dai colori principalmente freddi e dal format totalmente differente dalle testate nostrane. Ci confida che un giorno le piacerebbe molto lavorare per loro.
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Quando hai cominciato?
Avevo circa diciott’anni, ho iniziato con i ritratti e lavoravo sopratutto negli eventi. Ma la passione per il cibo e tutto quello che lo circonda l’ho sempre avuta. Tanto che dopo la discussione della tesi, continuando a studiare per la laurea specialistica, ho imbracciato i ferri del mestiere e ho cominciato a fotografare per le riviste di cucina, tra cui Aroma, Archifood e Alice Cucina. Oggi lavoro all’Università di Roma Tre con il professore Enrico Menduni, e mi occupo di studi visuali, di fotografia, di mostre, di corsi, di convegni… Con questo genere di lavoro ho modo di immergermi in quel lato fotografico che spesso si tralascia o si dà per scontato, ovvero la storia e la critica della fotografia mondiale. Nel frattempo, cerco di mantenere il sangue freddo per fare la fotografa freelance. A volte è molto faticoso portare avanti più lavori, di cui magari quello più faticoso, o fatto nei brevi ritagli di tempo, è proprio ciò che vorresti fare nella vita!

Cos’è per te la food photography?
La nostra attualissima food photography è, secondo me, l’evoluzione di un filone caratterizzato da foto che hanno fatto la storia: partendo da William Fox Henry Talbot, che ha scattato i primi still life, passando per Robert Fenton, uno dei primi inviati di guerra con attrezzatura itinerante al mondo, fino ai tanti grandi nomi che hanno immortalato l’haute couture. Trovo che i piatti raccontati dalla fotografia possano rappresentare un nuovo filone fotografico.

Come hai imparato a fotografare?
Essenzialmente guardando e studiando le riviste con occhio attento e, con il passare del tempo, sempre più addestrato a riflettere sulle immagini. Non a caso, quando viaggio, i miei souvenir preferiti sono proprio le riviste di cucina. In questo modo riesco a rimanere aggiornata e so distinguere generi, toni o style differenti. Ovviamente tutto questo non basta: lo studio senza la pratica è totalmente inutile. Ho dunque frequentato vari corsi per arrivare a un buon livello di tecnica fotografica, per poi applicarmi in esercizi costanti e quotidiani. Fotografo appena posso, inventandomi sempre qualcosa di nuovo.

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Che strumenti utilizzi?
I’m Nikon. Sia nel digitale che nell’analogico. Cerco di scattare il più possibile in ripresa e di utilizzare Photoshop il meno possibile. Ma ovvio, ogni tanto è d’obbligo. Sono una fan della lomografia – caratterizzata dall’impiego di una macchina fotografica 35 mm compatta e da un approccio spontaneo, senza pensare troppo prima di scattare – e del formato 6×6. Mio nonno è stato di gran lunga più lungimirante dei miei: mi ha regalato la sua Rolleiflex (macchina biottica) quando avevo appena compiuto 15 anni; mentre i miei genitori l’anno prima avevano venduto una bellissima Canon analogica pensando che in famiglia nessuno l’avrebbe mai più utilizzata.

Cosa ti piace del mondo del food?
Mi piace il food casalingo e vintage, non amo molto il food della ristorazione, che trovo – in alcune occasioni – estremamente artefatto. Amo la campagna, gli spazi naturali e dunque il cibo sano e biologico. E’ per questo che il target a cui mi rivolgo è fatto per il 70% da foodbloggers (quasi tutte donne), per cui organizzo anche dei workshop con tanto di conviviale pranzo insieme.

Con chi collabori attualmente?
Come fotografa freelance collaboro con chi mi riesce ad offrire progetti innovativi e freschi. Lavoro nel mondo della pubblicità e del web, ma anche con testate giornalistiche e radiofoniche. Qualche esempio? Aroma, Arifood, Alice Cucina, Threef o Where Rome, ma anche radio m2o.

Con quali chef hai lavorato? Il tuo preferito?
Ho lavorato per chef blasonati come Giulio Terrinoni e Lucio Pompili. Con Giulio ci siamo conosciuti per caso, ma la nostra collaborazione ci ha portati fino a Taste of Rome; con Lucio sento di avere un grande feeling campestre. Il suo Symposium è il luogo dove vorrei vivere e fotografare. Ho lavorato anche in ristoranti come l’Harry’s Bar e il Ketumbar.

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Come definiresti le tue foto?
Sono più che certa di non aver trovato ancora il mio stile distintivo, perché lo modifico in base alle richieste del mio cliente. Potrei definirle in evoluzione… Se scatto per me, invece, tutto diventa più semplice perché le costrizioni tecniche si allentano notevolmente e riesco a calibrarmi sui miei gusti personali.

Ti ispiri a qualche food photographer in particolare?
I nordici sono i miei preferiti. Amo Linda Lomelino, ma anche l’americana Anna Williams, la francese Helene Dujardin e l’irlandese Katie Quinn Davies. Le ombre e le luci, invece, hanno per me una matrice comune: sempre e solo Caravaggio.

Che opinione ti sei fatto delle app fotografiche per smartphone come Instagram?
Mi piacciono. Con tutte le loro limitazioni, sanno esprimere l’essenza del cibo 2.0, nanotecnologico e inscatolato negli apparecchi digitali. Tanto che ho lavorato per la app italiana Alakarte. Per quel che mi riguarda non costituiscono affatto un rischio per i fotografi di professione: per ora la tecnologia non arriva a cotanta qualità.

Il cibo più difficile da fotografare?
Quello che cucino e che poi devo fotografare, perché? Perché mi è difficile essere oggettiva, o meglio, dopo aver impiegato ore in cucina, attendo con ansia il momento dell’assaggio e la foto passa quasi in secondo piano! E’ anche per questo che evito di fotografare a stomaco vuoto.

Quello che ti dà più soddisfazione?
Quello realizzato dai grandi chef e food stylist con i quali condivido l’idea di non comprimere il cibo, falsandolo, nell’inquadratura.

Un consiglio ai nostri lettori per fare delle belle foto amatoriali?
Se utilizzate una compatta, preferite le inquadrature in pianta (dall’alto); se utilizzate una Reflex, sfogliate una rivista e copiate l’inquadratura che più vi piace, smanettando tra tempo e diaframma. E’ il modo migliore per imparare.

www.eleonoravasco.com

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a cura di Annalisa Zordan