Expo 2015 report. I commenti a caldo. Vol. 2

25 Mag 2015, 13:47 | a cura di Antonella De Santis

Ma com'è questa Expo? Continuiamo il nostro viaggio tra i commenti, più o meno benevoli, di chi ha visitato l'esposizione universale di Milano.

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Martín Caparrós

"L'Expo sul cibo è una beffa, non fa nulla contro la fame. È una gigantesca fiera del business".A esprimersi così il giornalista e scrittore argentino autore del saggio "La Fame" edito da Einaudi, risultato di cinque anni tra gli angoli più poveri del pianeta, intervistato da dal nostro inviato Maria Novella De Lucaper Repubblica. Critica i 12 miliardi spesi per Expo:"Avrebbero cambiato più di un destino"dice perché, conti alla mano: è circa la metàdi quanto la Fao ritiene necessario per nutrire quella parte del pianeta che non ha nulla da mangiare, ogni anno. “C'era bisogno di spendere tutti questi soldi per discutere della fame nel mondo?”

La fame che ha, non di rado, radici diverse dalla carenza delle risorse naturali. Per esempio è da cercare nelle miniere di uranio del Niger, in mano a corporation cinesi e francesi che non lasciano nulla alle popolazioni locali. Nel land grabbing che, ovunque nel mondo, ruba i terreni agli abitanti, di fatto espropriati da multinazionali per le quali lavorano per pochi soldi nei territori che gli appartenevano. “Sono proprio i paesi presenti all'Expo i responsabili di questa vergogna. È un controsenso" e aggiunge "Non è uno stand con un gruppetto di funzionari governativi che può cambiare le cose. Ma destinare i miliardi dell'Expo ad un programma di aiuti per il Sahel avrebbe potuto, invece, avere un senso".
 

Roger Cohen – New York Times

Una sola frase per definire l'impatto che il giornalista del New York Times ha avuto nel suo viaggio per raggiungere Expo il giorno dell'inaugurazione: “l’efficienza è una delle cose che l’Italia non ha imparato dalla modernità”.

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Bona Frescobaldi – Marchesi de' Frescobaldi e Fai

Alle pagine virtuali di Identità Golose Bona Frescobaldi consegna le sue opinioni riguardo a Expo “Sono rimasta straordinariamente colpita. Ho visto il Padiglione Zero curato daDavide Rampello: bellissimo, entusiasmante. Meravigliosa la “borsa alimentare”. E certe architetture…” pur non avendo avuto il tempo necessario per visitare tutto con calma dice “ho apprezzato però le architetture del padiglione vietnamita, di quello israeliano, la “curva” del padiglione cinese”. E vede in questa occasione la possibilità di un riscatto: “è il giusto spirito del quale avevamo davvero bisogno, dopo anni di frustrazione e direi quasi umiliazione per chi ama questo Paese. Ecco, io ora sono piena di speranza”.
 

Antonio Mascolo - Repubblica

Expo è il trionfo dell'esplorazione del mondo che rivela una nuova geografia secondo Antonio Mascolo: “Paesi poveri qui sembrano ricchissimi. E i visitatori scoprono il mondo con la curiosità di un bambino. Assaggiano, odorano, volano con la fantasia”. Un sussidiario che mescola cartine geografiche, colori, sapori, musiche: “Dio, quante letture fornisce il mondo al mondo”. Ben oltre l'ormai dimenticata materia di studio, quella fornita da Expo è un'esperienza di vita. “È reale e onirico questo libro disteso per chilometri e chilometri e per sei mesi nella landa di Rho Pero”.Con confini immaginari che riscrivono la storia. Lo stand del Vaticano vicino a Israele, i Paesi Arabi accanto agli Usa. “L'Expo? E' come se avessero reso piano, srotolato per terra, il globo, la sfericità del mondo. L'Expo è un labirinto dove perdersi per trovarsi, è la geografia delle persone e delle cose e dei sapori”.
 

Carlo Petrini – Slow Food

La critica del fondatore di Slow Food è di quelle che ha occupato le pagine dei giornali per giorni, soprattutto per la querelle con Mc Donald's. “L'Expo è” per Petrini “un'occasione persa, un circo Barnum senza contenuti”. Doveva concentrarsi sulla produzione alimentare, secondo Petrini, e invece - seppur straordinario dal punto di vista estetico - l'Expo non è stato capace di fare e trasmettere cultura, non solo: “non si può ostentare opulenza in un mondo in cui si muore di fame”. Lamenta la presenza e, ironia della sorte, la contiguità fisica con l'incarnazione del demonio alimentare: McDonald's. “Quando sento dire che Expo può ospitare tutti, sia noi che McDonald’s, mi viene un’aritmia. Se c’è chi vende un panino con la carne a 1,20 euro, come spieghiamo alla gente il valore di allevare e produrre secondo certi criteri?”. Perché è importante far capire la differenza tra prezzo e qualità. La replica non si è fatta attendere “Retorica terzomondista” dicono dal gigante degli hamburger, che aggiunge: “L'ideologia non sfamerà il pianeta. Ci domandiamo perché chi proclama l'importanza della biodiversità non accetti poi l'idea della diversità dell'offerta e soprattutto non dimostri rispetto per la libertà e la capacità di scelta delle persone”. L'ultima stocata dopo aver alluso al poco pubblico del padiglione di Slow Food? “Slow Food oggi è una specie di multinazionale: è triste pensare che abbia ancora bisogno di opporsi a McDonald’s per darsi un’identità”. E intanto Petrini, presente a Expo “perché la sedia vuota non paga mai” attende per la prima settimana di ottobre i contadini di Terra Madre per sancire il ruolo e il significato di Slow Food a Expo.
 

Beppe Severgnini – Corriere della Sera

Diversi Paesi hanno solo sfiorato il tema di Expo, altri l’hanno bellamente ignorato (alcuni sembrano allestiti dall’ufficio nazionale del turismo). C’è però chi ha centrato l’obiettivo”. Questa la riflessione complessiva dell'editorialista del Corriere della Sera. Ma chi ha più saputo tradurre il tema di Expo? “Il poderoso, emozionante Padiglione Zero, che introduce all’esposizione. Sul podio anche la Santa Sede e la Svizzera. La prima ha speso poco per dire molto (il muro della de-creazione, il tavolo della condivisione, un Tintoretto con gli apostoli palesemente sbronzi). La Confederazione ha speso molto per raccontare una sola cosa: la scarsità delle risorse alimentari. Coerenza elvetica”. La sua analisi dei padiglioni si sviluppa per temi: Leggerezza, Sera d'Estate, Bella di notte e così via. Fino alla dodicesima etichetta: De Gustibus, che vi riportiamo:“Non bisogna vergognarsi di sorridere, a Expo. E neppure di ridere. Tra le cose più improbabili, le divise degli anfitrioni al padiglione del Kazakistan, dove cantano da mattina a sera. Tra le apparizioni più surreali, la scultura posta di fronte alla Repubblica Ceca: un incrocio tra un passerotto e un’automobile americana”.Il gradino più alto del podio va tuttavia al padiglione (?) della Regione Lombardia, che è tra i padroni di casa” che, dice “Sembra il mausoleo che una famiglia brianzola di molti mezzi e poco gusto s’è preparata al Monumentale di Milano. Francamente, noi lombardi possiamo fare di meglio”.
 

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Vittorio Sgarbi

Quelli che hanno fatto il Padiglione Italia hanno fatto un padiglione che, finito o non finito che sia, sarebbe meglio bombardare subito". Senza mezzi termini il critico d'arte che lamenta anche le spese: “avessero dato a me 100 milioni avrei fatto molto meglio” e la mancata esposizione dei Bronzi di Riace che avrebbero potuto arricchire l'area della Calabria. Mentre definisce l'Albero della vita “una cosa di circo, penso che Moira Orfei avrebbe fatto di meglio”. Palazzo Italia, non convince Vittorio Sgarbi che, al contrario, indica quello di Eataly, all'interno del quale è stata allestita la mostra da lui curata “il vero padiglione dell'Italia”. Stesso dicasi per la mostra all'interno del Palazzo Italia: “Quale mostra? Non c'è una mostra, l'unico quadro di valore è quello di Guttuso e non è neppure il migliore dell'artista" continuando "Le uniche vere opere che rappresentano l'italia saranno esposte nel padiglione da me curato”.
 

Vandana Shiva

L'attivista e ambientalista indiana contro Expo: “Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute ora saranno tutte ad Expo. Vogliamo fare una breve lista? Mc Donald's, Coca Cola, Monsanto, Syngenta, Nestlè, Eni, Dupont, Pioneer: bastano queste a rappresentarle tutte”. Sottolineando come per l'esposizione universale si sia ancora una volta costruito e occupato suolo, cementificando terreno fertile, in continuità con una politica di consumo delle risorse che ha caratterizzato gli ultimi decenni. “Le multinazionali non nutrono il pianeta, come proclama lo slogan di Expo 2015. Lo affamano. La lista degli sponsor dell'esposizione universale parla da sola. Sono realtà che propongono cibi fatti da un'aggregazione di zuccheri e grassi, inadatto a nutrire le persone e dannoso per la nostra salute e soprattutto dei nostri figli”. La sua presenza a Expo, come Ambassador, punta proprio a portare altri contenuti dentro il contenitore di Expo. Sottolineando che c'è l'opportunità di far capire alle persone che la questione del cibo non riguarda solo quello che si riesce a mettere in tavola, ma una questione centrale per ridefinire l'economia e la democrazia. “Ma la cosa paradossale è che da Expo sono fuori non solo fisicamente ma anche culturalmente i contadini italiani, europei e del mondo intero, cioè coloro che producono il cibo per i cittadini e curano la Terra. Sono i piccoli agricoltori che producono il 70% del cibo consumato nel pianeta e che stanno resistendo all'attacco dell'agroindustria” è questo modello agroalimentare, quello fondato sull'agricoltura familiare, che deve essere difeso.
 

Oliver Wainwright - The Guardian

Un folle collage di tende ondulate, di pareti verdi e di ammassi contorti”. Durissimo il giornalista del The Guardian, critico di design e architettura, che denuncia come Expo 2015 sia "afflitta, appestata dal problema dei budget in continuo aumento. Un milione di euro è stato speso per costruire strutture destinate a nascondere i padiglioni ancora incompleti" Per questo quella di Milano è l'Expo “più controversa mai organizzata in Europa”. Punta il dito sulla gestione errata delle risorse e sui ritardi, ma anche sui contenuti: “tanto insulsi quanto è stravagante l'architettura” e prosegue “molti padiglioni appaiono un ibrido tra tipiche pubblicità di supermercato e certe fiere per agenti di viaggio". Mentre il Palazzo Italia ricorderebbe un centro commerciale cinese Insomma: “un casino spettacolare, anche se è affascinante vedere le ambiziose costruzioni delle varie nazioni fianco a fianco”. "A un certo punto si viene bruscamente svegliati, si esce dal proprio sogno kitsch e ci si ricorda che cosa resterà e a che prezzo è stato realizzato". Perché Wainwright riflette anche sul dopo Expo chiedendosi il destino del sito, una volta terreno coltivato, comprato per l'occasione a un prezzo fuori mercato e difficilmente rivendibile o riutilizzabile. Il motivo, secondo il giornalista, è da cercare nella formula dell'Expo, così come è oggi, “spreco di risorse, fonte di debiti e fabbrica di rovine”. Senza contare la pesante eredità che questa che voleva essere “il modello di un'Italia ripulita, post-berlusconiana, mentre Expo è in realtà segnata dalle accuse di corruzione ".

a cura di Antonella De Santis

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