[caption id="attachment_91012" align="alignnone" width=""]http://med.gamberorosso.it/media/2012/07/320945_web.jpeg[/caption]

Che ne dite di una bella insalata caprese con un filo di "fragrante", aromatico extravergine di Itrana (le splendide etichette di Paola Orsini o di Alfredo Cetrone o di Claudio Tomei, ad esempio)? O con un elegante "robusto" olio siciliano, come un monocultivar di Tonda Iblea, magari quello di Pianogrillo o di Villa Zottopera? Ma no! Se dovete usare un olio fragrante o uno robusto, non cercate troppo tra i vostri appunti di degustazione. C'è Bertolli che pensa a voi... Lo scrive anche in etichetta!

Pubblicità

Oppure cercate un olio di qualità, con quella “bassa acidità” che tanto viene decantata ovunque? Non cercate extravergini che dichiarano acidità 0,2 o 0,1 o 0,3 per cento tra le caratteristiche chimiche in retro-etichetta. Andate sul sicuro: prendete il Nobile di Carapelli, che lo dichiara bene in etichetta promettendo di essere sotto al limite di legge: 0,8%. Appunto, sotto al limite di legge! Poi, nel suo sito, Carapelli dichiara un’acidità di 0,3% (all’imbottigliamento!), ovvero come la gran parte degli oli extravergine di oliva di livello che abbiamo nella nostra guida Oli d’Italia: ovvero la quasi normalità di chi lavora bene (e badate che lo stesso limite dello 0,8 è fin troppo ampio, se pensate – come afferma il professor Maurizio Servili dell’Università di Perugia – che le olive di un albero attaccato al 100% dalla mosca olearia e raccolte dalla pianta hanno lo 0,5% di acidità!).

Pubblicità
alt

Battute a parte, c’è un però: queste dizioni sono vietate dalla legge. Vabbè! Ma se un olio è fragrante o gentile, perché non si può dire? O se ha una bassa acidità, perché non poterlo affermare? Perché queste dizioni traggono in inganno il consumatore e non hanno senso. Perché non vogliono dire nulla rispetto all’olio: fragrante, gentile o robusto non hanno nessun significato rispetto alle caratteristiche organolettiche di un olio extravergine di oliva che va descritto secondo i criteri stabiliti dal Coi; e perché la bassa acidità è una caratteristica di tutti gli oli extravergine di oliva.

alt

Pubblicità

Per questo il regolamento comunitario 29/2012 all’articolo 10 recita:

“Conformemente alla direttiva 2000/13/CE, le indicazioni che figurano sull’etichetta non devono indurre in errore l’acquirente, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche dell’olio d’oliva in questione, attribuendogli proprietà che non possiede o presentando come specifiche di quell’olio proprietà che sono comuni alla maggior parte degli oli. Inoltre, occorre stabilire norme armonizzate per alcune indicazioni facoltative, proprie dell’olio d’oliva e utilizzate frequentemente, che consentano di definirle con precisione e di controllarne la veridicità. Le nozioni ad esempio di «spremitura a freddo» o «estrazione a freddo» devono corrispondere ad un modo di produzione tradizionale tecnicamente definito. Alcuni termini che descrivono le caratteristiche organolettiche relative al gusto e/o all’odore degli oli di oliva vergini ed extra vergini sono stati definiti dal Consiglio oleicolo internazionale (COI) nel suo metodo riveduto per la valutazione organolettica degli oli di oliva vergini. L’utilizzo di tali termini sull’etichetta degli oli di oliva vergini ed extra vergini va riservato agli oli sottoposti a valutazione in base al corrispondente metodo di analisi … L’acidità riportata fuori contesto induce erroneamente a creare una scala di qualità assoluta che è fuorviante per il consumatore, in quanto questo criterio corrisponde ad un valore qualitativo unicamente nell’ambito delle altre caratteristiche dell’olio d’oliva considerato. Tenuto quindi conto della proliferazione di talune indicazioni e dell’importanza economica che rivestono, è necessario stabilire criteri oggettivi relativi alla loro utilizzazione per garantire la trasparenza nel mercato dell’olio d’oliva”.

Ed è per questo che nei primi mesi del 2012 i Naf del Corpo forestale dello stato hanno segnalato quattro infrazioni al Garante della pubblicità a carico di Bertolli, Carapelli, Sasso e Sagra. Che fine hanno fatto quelle segnalazioni? Chi ne sa qualcosa? Gli 007 antifrode non ne hanno più saputo nulla.

Passiamo a un’altra chicca. Il progetto di legge “salva made in Italy” presentato dalla senatrice Colomba Mongiello che fissa il limite degli alchil esteri (metil ed edili) in 30mg per poter denominare italiano un extravergine, in deroga ai 75 previsti dai regolamenti Ue. Questo perché – a voler stare molto, ma molto larghi – un olio extravergine di oliva italiano lavorato con media attenzione e cura, non supera mai il limite dei 30 mg/chilo. Gli alchilesteri sono al momento l’unico modo per rilevare la presenza di olio raffinato, deodorato, vecchio, difettato. Tanto che lo scorso anno, quando gli inquirenti arrivarono a capire questo e volevano farne una prova di contraffazione dell’olio, in fretta e furia uscì un regolamento comunitario che da anni era in gestazione e che nessuno si aspettava. Motivo? Dicono i ben informati: le lobby hanno trovato il modo di non soccombere, perché quel limite di 75 riescono bene o male a rispettarlo pur usando oli rettificati e deodorati, ovvero trattati con sostanze chimiche necessarie alla rettificazione.

Dice la Mongiello: la legge che speriamo di approvare quanto prima non è contro nessuno; è a favore dell’olio extravergine italiano e a tutela del buon nome dell’Italia.

Ma lo scorso gennaio, anche la Regione Puglia (aprite le orecchie: Puglia!) e la Confederazione italiana agricoltori (Cia), avevano lanciato una petizione popolare per ridurre il limite comunitario da 75 a 30. Limite sul quale anche Unaprol – che chiedeva l’abbassamento a 20 – alla fine ha detto sì.

E allora, chi sa spiegare perché nasce in Puglia un incredibile Comitato 75, ovvero frantoi e grandi aziende (ci sono anche 12 cooperative) che affermano che così il loro olio extravergine non potrebbe chiamarsi più italiano? Il loro è un extravergine – e diciamo extravergine di oliva – che presenta 75mg di alchilesteri? Ma di cosa si tratta? Anche perché gli stessi del Comitato, poi, affermano che 30 mg/chilo è la norma da loro: e a Sud di Bari potrebbero davvero fare molto, ma molto di più! Invece di alzare i limiti – come con l’acqua all’atrazina di Milano – non sarebbe il caso di fare meglio l’olio? Magari senza raccogliere le olive da terra con le spazzolatrici? E fare quindi un extravergine vero, corretto, di qualità: come il marchio Made in Italy lascerebbe pensare?

ps. una chicca: pensate che anche la Spagna – abituale fornitore di oli di qualità scadente, per usare parole tenere – sembra voler abbassare il limite da 75 a 40 mg/chilo!!!

Stefano Polacchi

27 luglio 2012