Piccole rivoluzioni nella kermesse inventata dallo chef Gennarino Esposito. Festa a Vico compie dieci anni e cambia abitudini e palinsesti. Ecco un po' di spunti, un po' di assaggi, un po' di foto da Vico Equense
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C’è stata una piccola rivoluzione nella Festa a Vico che ha onorato il suo decimo compleanno mescolando location e ospiti in un goloso carosello di sapori e suggestioni. Ecco così che la serata del lunedì, tradizionalmente la serata degli emergenti al Bikini, si trasferisce sul lungomare di Seiano a un passo dall’Axidie, animato questa volta non dal cibo, ma dalle note del concerto di Nicola Piovani. Con una punta di curiosità ci avviamo alla ventura in una passeggiata che si snoda sullo sfondo di un sontuoso tramonto, tra le insegne del paese occupate per l’occasione da chef e pizzaioli che hanno riempito di profumi e sapori la serata. Non è la serata degli emergenti, non è la serata dei big, ma è tutto questo insieme. Difficile, quest’anno più degli anni scorsi, districarsi tra nomi, volti, piatti nella colorata atmosfera che ha definito la nuova mappatura di quest’angolo di Campania.
Affacciandosi di bottega in bottega e di banchetto in banchetto abbiamo potuto godere di uno street food di incredibile qualità, basti pensare ai grandi fritti e ai panini d’autore, che meglio di tutti incarnano l’essenza popolare e goduriosa di un cibo che, senza fronzoli né accessori, è puro piacere, tradizione, sapore e prodotto. È famiglia e cultura. Anche quando riemerge ristilizzato da saperi, tecniche, arguzie e riletture 2.0.

Andiamo oltre nelle nostre considerazioni pensando a come in un contesto del genere sia estremamente difficile coniugare gusto, filosofia di cucina, idee con le esigenze pratiche di postazioni spesso instabili e certo non ampie. La soluzione è la semplicità. E ognuno ha la sua ricetta.

Lo pensiamo assaggiando il piatto di Andrea Berton, nulla di più semplice di una patata fritta, non cips, non stick, ma un parallelepipedo unito al baccalà, in un’abbinata che più facile non si può, cui la nota decisa del limone amaro regala carattere e contrasto.

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Apparente la semplicità anche quella del team di Aimo e Nadia, che parte dalla cicerchia per approdare a un piatto complesso nei sapori, eppure rassicurante e atavico, con maruscolo selvatico, mosto cotto di fichi, lampascioni, olive Nolche e mostacciolo, una danza tra ieri e oggi, tra vecchio e nuovo, un gioco di misure e sensazioni che non stupisce mai, e forse non vuole proprio farlo, ma convince, accoglie, incuriosisce.

Inconsueto eppure efficace il piatto firmato Antonino Cannavacciuolo: battuta di manzo su salsa di frutti di mare con cipolla caramellata. Inconsueto si, con l’inconfondibile tonalità marina, tosta e riottosa che sfida la carne, il suo allungo morbido, succoso e persistente. Una bella battaglia in cui si insinua la cipolla caramellata ma che si risolve nelle note sapide.

Un passaggio nel territorio rasserena spiriti e sensazioni, col pancotto di verdure locali, raccolte al mattino negli orti del circondario di Vico, e la ricotta di podolica, questa volta non locale, ma del Gargano, un assaggio che ben dispone al proseguo del un giro che si prospetta sempre più vivace e meno facile di circoscrivere.

Ecco allora ilbaccalà massaggiato con acqua di provola e riso soffiato di Ilario Vinciguerra, il fritto di Pasquale Torrente lo gnocco (ancora una volta) fritto de la Francescana di Massimo Bottura con mousse di mortadella e il piatto di Salvatore Tassa, un raviolo di bufala liquido, un piatto netto, chiaro e diretto. Disarmante e monocromatico almeno quanto è sfaccettato quello di Davide Scabin: vitello tonnato con una salsa al limone e fondo di cottura, insieme a una misticanza selvatica, briosa, fitta di sfumature e punte amarognole, spinacino, tarassaco, cipolla, ravanello, rape disidratate e uno squeeze di salsa carbonara. Difficile, difficilissimo da mangiare al netto delle posate esaurite in tutto il lungomare, via allora all’assaggio manuale, tra salse, sorrisi, sorsi e domande inevase.

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a cura di Antonella de Santis