“La tecnica s'impara in quattro giorni. Difficile, invece, è come servirsene per fare dell'arte... per questo occorrono anni” . Sceglie le parole di Orson Welles per illustrare il suo approccio alla fotografia Francesco Orini, il nostro food photographer numero otto.
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Papà pugliese, mamma veneta, pordenonese di nascita. Fotografa da quando aveva sedici anni, è fondamentalmente autodidatta e osservatore scrupoloso del mondo che lo circonda. Oggi vive a Polcenigo ed è considerato tra i migliori fotografi di vino italiani. Non a caso ha dato vita insieme a Marco Pozzali e Federico Graziani al progetto editoriale Pietre colorate, un trimestrale indipendente formato tabloid che racconta il vino soprattutto grazie alle fotografie.

Quando hai cominciato a fotografare?
Avevo circa sedici anni. Ho acquistato una macchina reflex a pellicola, il digitale praticamente non esisteva, ho letto il libretto di istruzioni così ho iniziato a registrare quello che vedevo per le strade della città. Come diceva Orson Welles, “la tecnica s’impara in quattro giorni. Difficile, invece, è come servirsene per fare dell’arte… per questo occorrono anni”.

Come hai imparato a fotografare?
Ho imparato e continuo ad imparare a fotografare osservando il mondo intorno a me e chiedendomi costantemente cosa voglio raccontare con quello che fotografo. Le fonti di apprendimento sono diverse, vanno dal cinema alla pittura, passando attraverso i libri, la musica e il teatro. Riguardo al cibo, tre anni fa, per alcuni mesi, ho posato la macchina fotografica e ho lavorato in cucina con Antonia Klugmann. Da questa esperienza diretta ho tratto una chiave per interpretare i piatti attraverso la fotografia.

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Che strumenti utilizzi?
In generale non do grande importanza al mezzo, in ogni caso per le foto dei piatti uso una reflex professionale, mentre per le fotografie da reportage affianco anche una macchina più compatta, molto utile per cogliere l’attimo. Ovviamente poi segue la post-produzione ma per me è un’operazione di rifinitura minima, la fotografia si fa nel momento dello scatto.

Cosa ti ha attratto del mondo del food?
La cucina è per me una attività molto stimolante, probabilmente passo più tempo a cucinare che a fotografare, e trovo fondamentale fotografare quello che mi piace.

La cosa che apprezzi di più?
L’incontro con i cuochi che amano veramente e visceralmente quello che fanno, e cercano di trasmetterlo nelle loro preparazioni.

In cosa si differenzia il tuo modo di approcciarti al mondo del cibo e a quello del vino?
La differenza è sostanziale: quando fotografo un piatto preparo un vero e proprio set, quando invece devo occuparmi di vino cerco sempre di raccontare delle storie attraverso i vignaioli, quindi si tratta più che altro di immagini di reportage. È per questo che ho viaggiato a bordo di un camper, visitando e fotografando qualche migliaio di aziende tra Francia, Italia, Spagna, Austria e Slovenia. Perché solo così ho potuto captare i sentimenti dei vignaioli e le energie trasmesse da ciascun territorio.

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Con chi collabori attualmente? Con che chef hai lavorato?
Collaboro e ho collaborato con diversi editori e riviste di settore, tra cui Bar Business, Dolce e Salato, Porthos Edizioni, Food Editore, Spirito di Vino, SeB Editori, Le cherche midi…
Nel 2009 ho dato vita insieme a Marco Pozzali e Federico Graziani al progetto editoriale Pietre colorate, e nel 2012 ho curato le foto di Grandi vini di piccole cantine, libroscritto da Federico Graziani e Marco Pozzali. L’elenco degli chef che ho fotografato è veramente lungo, circa un centinaio in Italia e all’estero: Pier Giorgio Parini, Antonia Klugmann, Heinz Reitbauer, Vito Mollica, Alice Delcourt, Tomaz Kavcic, Alessandro Breda. Tutti fotografati per motivi differenti ma quel che è certo è che la mia esperienza culinaria è stata molto significativa.

Parlaci del tuo ultimo progetto.
Ho diversi progetti in realizzazione, oltre a dei lavori per un editore con cui ho già pubblicato alcuni libri. Sto portando avanti un progetto sul cibo a Venezia e uno sul rapporto tra la sala e la cucina nell’alta ristorazione.

Come definiresti le tue foto?
Difficile e forse superfluo dare una definizione. Posso dire che cerco di trasmettere il sottile, il quotidiano, pertanto le mie foto possono sembrare insignificanti a chi non ha voglia di spendere del tempo per guardarle.

Ti ispiri a qualche food photographer in particolare?
Non espressamente, l’ispirazione mi arriva spesso in maniera non direttamente consapevole da altre esperienze. Sicuramente, riguardo al cibo, ricavo grande ispirazione dalla frequentazione di ristoranti e cucine importanti.

Che opinione ti sei fatto delle app fotografiche per smartphone come Instagram?
Fondamentalmente non ho un’opinione. Non le conosco molto perché non ho mai provato ad utilizzarle, forse sono divertenti se prese in maniera estemporanea. Una cosa è certa, almeno per me: nonostante in questi anni abbiamo a disposizione un’enorme varietà di supporti e strumenti con i quali fotografare e condividere, c’è una profonda carenza di idee e di consapevolezza di cosa e del perché si voglia fotografare.

Il cibo più difficile da fotografare?
Quello preparato con scarsa attenzione e senza una idea chiara da parte di chi lo fa.

Quello che ti dà più soddisfazione?
Prediligo fotografare gli ortaggi, per la perfezione estetica e l’equilibrio geometrico delle forme.

Un consiglio ai nostri lettori per fare delle belle foto amatoriali?
Prima di scattare una foto chiedetevi perché la state facendo e cosa volete comunicare.

www.orini.it

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a cura Annalisa Zordan