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Da una parte calano i redditi dei produttori agricoli, dall’altro salgono quelli di chi li vende e li distribuisce. E allo stesso tempo aumenta il fatturato del turismo enogastronomico e il numero dei prodotti tradizionali di pregio. Sì, quello dell’agroalimentare è un settore davvero paradossale. Il quadro del business

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del settore, messo in evidenza dall’Ismea – e rilanciato dall’agenzia Asa – fa emergere un mondo in cui sono evidenti sia i divari tra agricoltori e distributori e sia il fatto che export e internazionalizzazione del mercato ancora non danno il meglio di sé. Il dato che certamente salta più agli occhi è quello dello spostamento di circa il 6% della renumerazione dalle tasche degli agricoltori a quelle dei distributori e di chi gestisce il marketing share (logistica, distribuzione e vendita) passato da una quota del 68% nel 2000 al 73% del 2009.

Al quadro di criticità del settore offerto da Ismea, si lega poi anche l’indagine effettuata da Coldiretti presentata in occasione dell’incontro “L’Italia che piace nell’estate 2012: il turismo ambientale ed enogastronomico” nel quale traspare un interesse sempre maggiore degli italiani nello scegliere le mete per le vacanze a seconda della proposta gastronomica locale.

 

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I dati parlano chiaro: circa il 35% degli italiani considera il cibo un elemento di successo della vacanza, nella quale non deve mancare assolutamente una degustazione di prodotti tipici del posto. Un requisito tanto importante da battere addirittura proposte culturali o lo shopping.

“Il turismo enogastronomico diventa il vero motore della vacanza Made in Italy nel tempo della crisi” spiega il presidente della Coldiretti Sergio Marini. In effetti, leggendo il censimento effettuato dall’organizzazione, si possono contare ben 4.671 prodotti tipici e legati specificatamente al territorio di produzione sul territorio nazionale; le prime tra regioni in classifica sono Toscana, Lazio e Campania. Nelle nostre aziende agricole si producono gioielli di bontà che fanno muovere l’economia reale, che si tratti dei 1.420 diversi tipi di pane, pasta e biscotti, o delle 1.305 verdure fresche e lavorate, oppure dei 766 salami, prosciutti, carni fresche e insaccati, o ancora dei 475 formaggi, senza calcolare tutto ciò che riguarda il patrimonio vitivinicolo. I buongustai di tutto il mondo però non possono venire in Italia ogni volta che vogliono per assaggiare un salame di cinta senese, un tomino piemontese o una mozzarella di bufala campana.

 

Da qui infatti nasce la necessità di avere un sistema di internazionalizzazione più efficace. A tal proposito i dati Ismea parlano chiaro: le nostre esportazioni vedono come unica grande protagonista l’UE con il 68%, mentre il resto è destinato agli altri mercati come Svizzera e Stati Uniti (per la gran parte), lasciando così una piccola fetta di mercato a paesi come Russia e Cina che avrebbero tutta la volontà e potenzialità per essere grandi compratori.
Per rendere tutto questo possibile serve però un costante controllo di tutti gli step della produzione agricola al fine di non intaccare minimamente la qualità dei prodotti.

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Con le sue 244 denominazioni l’Italia è prima in Europa come numero di prodotti certificati e tutto ciò necessita di un costante controllo da parte degli organismi predisposti per arginare truffe e sofisticazioni che ormai raggiungono una quota di mercato di circa un miliardo di euro all’anno. Nel 2011 sono state 13.867 le operazioni (triplicate rispetto all’anno precedente) da parte delle forze dell’ordine contro truffe che hanno creato un danno hai produttori onesti stimato intorno ai 3 milioni di euro al giorno.

 

“Un sistema di controlli efficace accresce la fiducia nei consumatori, ma è funzionale anche ai produttori perché crea barriere alle infiltrazioni malavitose, smaschera tempestivamente i pochi furbi e premia i tanti produttori onesti e impegnati nella qualità – afferma il presidente nazionale della Cia, Giuseppe Politi – E allo stesso tempo bisogna migliorare le procedure di tracciabilità, l’informatizzazione del sistema e la professionalità degli ispettori”.

 

La sfida per riuscire a coniugare una produzione agricola che sia crescente in qualità e quantità è aperta. Escludendo il settore vinicolo, che in fatto di esportazioni potrebbe insegnare molto, un grande aiuto potrebbe arrivare dall’internazionalizzazione delle aziende in chiave più “orientale”, in paesi dove spesso i nostri prodotti sono solo desiderati, ma non acquistabili da chi può permetterseli. In sostanza si tratta di andare dove la crisi non c’è per superare la nostra. Riusciremo a trarre qualche insegnamento da Marco Polo? 

 

Indra Galbo

30/07/2012