Roberto Cipolato - 1° classificato

La bottiglia del 1915 e il ragazzo del 99

“Eh, quella mi sa che non gliela posso proprio dare”. La risposta era stata gentile, quasi a scusarsi. Eppure la mia ricetta di risotto ai funghi voleva un vino schietto come compagno e que

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lla bottiglia di raboso che vedevo sullo scaffale mi sembrava perfetta.

“Le dò tutta la cantina se vuole ma questa del quindici proprio non posso”. Lo guardai un pò deluso, ormai quella di cercare da solo il vino migliore era diventata una piacevole mania, dalla volta che un vino triste mandò in malora una cena importante.

Il vecchio affettò qualche fetta di salame e prese una bottiglia. Mi portò a sedere attorno ad un tavolaccio piazzato di sghimbescio tra i filari che si perdevano a vista d’occhio lungo il pendio della collina. Due bicchieri e una piacevole chiacchierata tra i vigneti di questa splendida terra.

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In poco tempo mi perdo nelle sue parole. Non sono più un famoso chef alla ricerca di pregiate bottiglie di vini autoctoni da accompagnare a ricette esclusive, sono un anonimo viandante che ascolta la storia da un uomo che ne ha fatto parte. Una storia aspra come quest’uva, dura come questa terra mai doma.

“Sa, era destinata alla mensa ufficiali perché il vino per noi era poco più di acqua sporca. Il carretto delle salmerie fu colpito in pieno da un obice ma quella bottiglia era rimasta miracolosamente intatta. L’avevo portata in trincea e subito iniziò il bombardamento. Con i miei compagni eravamo pronti con il gavettino, quasi per morir contenti se cosi si può dire, un’altra botta e poi l’apro mi dicevo. La serbavo per il gran finale, erano momenti tremendi e interminabili. Ma non l’ho aperta sa, e quando la guerra è finita me la son portata con me e ogni volta che la vita passava a tormentami aprivo la credenza ma poi la richiudevo. La serbavo per qualcosa di speciale ma ogni volta ripensavo alla trincea, ai miei compagni, a quelli che son morti e per che cosa hanno dato la vita… In trincea tutto era assurdo e quella bottiglia era l’unica cosa che invece sapeva di vita, di armonia, di bello e così mi ci sono aggrappato. Quando la guerra è finita mi sono dedicato a questo, a tirar su vigneti a tirar su vita” e mentre lo diceva accarrezzò amorevolmente con lo sguardo la collina.

Lo ascoltai per un’ora buona e quando finì i suoi occhi erano umidi ma l’espressione del viso orgogliosa. A dispetto degli anni si alzò quasi di scatto: “Lasciamo perdere il 1915, venga, le insegno un segreto” e rientrammo in cantina. “Il raboso, se lo invecchia in botti di rovere piccole come questa magnifica il suo gusto” disse battendo con soddisfazione la mano sul legno ” ma non vada oltre i dieci anni, rimarrebbe solo una vecchia bottiglia”.

Mi accompagnò alla macchina infilando nel baule un refosco del 1961, a suo dire l’annata migliore in assoluto. Presi mano al portafoglio. “Non voglio niente, un centenario lo ascoltano in pochi, è solo un vecchio baule di stanchi ricordi e mi ha fatto piacere chiacchierare”. I funghi porcini hanno un piacevole odore di terra muschiata appena percettibile e mentre attendo che si indorino sorseggio da un calice il tuo vino che ne sublima il gusto.

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Ripenso alla tua ultima frase nel vigneto, mentre accarezzi i grappoli maturi ormai pronti per la vendemmia, le parole smorzate dai ricordi, screziate dalla vita: “L’uomo sa metter cura e amore, passione e poi…?” E io penso ai buoni aggettivi che l’uomo quando non distrugge sa ricavare dalle cose, anche da questo fantastico nettare, al bel color rubino, ai riflessi granati, al suo splendido bouquet, ampio e pieno che ricorda le violette di campo… ed in silenzio brindo a te ragazzo del 99, alla bottiglia che non hai mai aperto e alla Tua vita che non è stata sempre ciò che volevi perché la mia fosse migliore.

Dedicato a mio nonno ragazzo del 99