Si intitola, semplicemente, The Dinner. È il film con Richard Gere e Steve Coogan che racconta, con il ritmo di una cena, rapporti feroci e tragedie familiari, delitti e dilemmi morali. Tutti intorno al tavolo, conditi da piatti di alta cucina e grandi vini.

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Champagne rosé – “caro come un atto di guerra” per aperitivo. Accompagnato dal Giardino invernale: carote Chantenay, ravanelli, finocchio selvatico e rapa bianca con olio di oliva del Peloponneso al rosmarino dell’Oregon e una spolverata di sale rosa dell’Himalaya. Così inizia la cena della crudeltà che serve, nello stesso piatto, rancori familiari, ambizioni politiche, un crimine orribile, l’amore per i figli, dilemmi morali. E un menu d’alta cucina che par tanto straniante di fronte alle feroci incomprensioni e ai dubbi etici apparecchiati sulla tavola, quanto necessario per tenere attaccati al presente gli attori di questo Carnage made in Usa, tratto dal bestseller La cena di Herman Koch, e diretto da Oren Moverman.

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Invito alla cena della verità

Ci sono i figli e i genitori. Ci sono due fratelli con le loro mogli. Il deputato Stan Lohman (Richard Gere), uomo di successo e dalla vita complicata, e suo fratello Paul (Steve Coogan), fragile, instabile, reduce da un esaurimento nervoso ma mai uscito da una gelosia castrante e rancorosa nei confronti del maggiore, incapace di gestire i rapporti con il figlio e di tenere a bada dalle proprie ossessioni. Le loro mogli, Kate (Rebecca Hall) che ha sacrificato tutto per essere l’ombra silenziosa ma strategica dell’uomo di successo, Claire (Laura Linney) che ha assorbito su di sé le responsabilità e il sostegno di una famiglia che pare sfuggire continuamente dal suo controllo e dalla normalità, sempre sul crinale della malattia mentale.

C’è un invito a cena che è una convocazione al tribunale della coscienza. Dove decidere delle sorti dei propri figli, del loro futuro e della loro custodia psicologica, umana, materiale. Bisogna capire cosa è meglio per il loro futuro: salvarli dal giudizio della società ma condannarli a convivere con i rimorsi di un delitto per il quale non hanno pagato, o denunciarli e assicurarli alla giustizia mandandoli in galera? Cosa privilegiare: le leggi della società o quelle della famiglia e della natura? E come affrontare questa scelta se in ballo ci sono incomprensioni irrisolte e tensioni che mandano in frantumi ogni possibilità di confronto?

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Perché il distacco tra i due uomini ha radici lontane, da cercare nel labirinto di rapporti familiari psicotici. Moverman sceglie di raccontare i protagonisti attraverso lunghi flashback del loro passato, di quei momenti critici in cui i due fratelli hanno innescato, definitivamente, quel meccanismo corrotto di nevrosi e insano senso di responsabilità che li incatena. Intorno al tavolo, e molto più spesso lontano da esso, si srotolano passato e presente dei quattro. Come un Angelo Sterminatore al negativo: qui non c’è una forza invisibile che li obbliga dentro una stanza, ma una spinta centrifuga che li fa alzare di continuo, come se sfuggendo al reticolo di regole civili condensate nel momento della cena riuscissero a sottrarsi all’obbligo di affrontare se stessi e ciò che li unisce loro malgrado. E a nascondere la complessità delle ragioni che dettano le loro scelte. La domanda è: quanto ognuno è disposto a pagare per mettere in salvo il proprio status quo?

 

Il ruolo della tavola come perno del presente

A scandire tutto c’è la cena, con il suo ritmo cadenzato, il servizio che si vorrebbe impeccabile messo a dura prova dalle continue provocazioni dell’uno e dalle interruzioni dell’altro, che non riesce ad arginare il lavoro neanche per il tempo di un pasto.

Si parte con un potage di zucca, con semi canditi e zucchine, germogli di piselli, aglio arrostito e tuile di pecorino sardo; e radici invernali coltivate nel giardino del ristorante, un dettaglio che rivela come il lusso della semplicità sia un linguaggio universale nell’alta gastronomia contemporanea, con il vezzo della provenienza dei prodotti come di un pedigree da sfoggiare. Vengono servite barbabietole di Chioggia, carote Thumbelina e ravanello viola, con caprino e una vinaigrette all’aringa affumicata. Porro bruciato, radicchio, arancia sanguigna e del pangrattato di segale abbrustolito a completare il piatto. Questa “è food art”.

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A seguire, faraona in un nido di funghi selvatici e trota. Con la portata principale, si serve anche il main course del dramma, non c’è più spazio per spiegare le pietanze, perché il passato e le sue conseguenze sul presente incombono sottraendo ossigeno a quel residuo di apparente normalità. L’isteria prende il sopravvento. E solo al momento de formaggi (Harbison dal Vermont, Bayley Hazen Blu Cheese, Hudson Flower dallo stato di New York -una rivisitazione del Fleur du Maquis della Corsica, mimolette dalla Francia,Weinkase Lagrein dall’Italia) si tenterà di ancorarsi al qui e ora. Bisogna tornare a parlare di quel che, oggi, i quattro devono affrontare e delle conseguenze delle loro scelte. Si finisce con uovo di cioccolato con tortino di pastinaca e pompelmo su noci del Brasile, fiori eduli e menta, con salsa salata al caramello e whisky e con banana foster; ma solo al momento del digestivo si apre la voragine del presente in cui ognuno riesce a fare una proiezione del futuro che l’aspetta.

 

Il film finisce così, fuori dal ristorante come era iniziato. Ma con una consapevolezza che non sarà più possibile ignorare e un finale che tiene col fiato sospeso.

 

a cura di Antonella De Santis