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La fame ha un suo indice. Il settimo. E' stata presentata a Milano la settima edizione (la quinta italiana - curata da Lylen Albani, Vera Melgari, Stefano Piziali) dell'> Indice Globale della Fame 2012 (Global Hunger Index, GHI) pubblicato congi

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untamente da International Food Policy Research Institute (IFPRI), Concern Worldwide e Welthungerhilfe.

 

La presentazione è stata un’occasione di riflessione sui temi della fame e della sicurezza alimentare con la partecipazione di Stefano Piziali (Cesvi), Carlo Cafiero (FAO), Paolo Ciocca (IFAD), Luca Virginio (Gruppo Barilla), Riccardo Moro (GCAP), Claudia Sorlini (Univ. Milano), Claudio Ceravolo (Link 2007) e Paolo Magri (ISPI).
 
Il rapporto sulle condizioni della denutrizione nel mondo, realizzato sullo studio di 120 paesi a rischio, evidenzia che dal 1990 a oggi la situazione è migliorata (15 paesi hanno ridotto il proprio livello del 50% o più), ma non in maniera sufficiente per debellare l’incubo di denutrizione, insufficienza di peso infantile e mortalità infantile. Angola, Bangladesh, Etiopia, Malawi, Nicaragua, Niger e Vietnam registrano oggi i maggiori progressi.

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Le medie nazionali non sottolineano però le differenze tra le varie regioni che spesso sono enormi. Nei paesi in forte crescita economica, come in Asia, la condizione generale spesso non subisce uguali miglioramenti: un dato collegato strettamente alla persistenza di forti disuguaglianze, per esempio tra uomini e donne.

 

L’edizione 2012 si concentra sullo stato delle risorse destinate alla produzione del cibo: terra, acqua ed energia, con uno sguardo che apre ampie finestre di riflessione sulla possibilità ottimizzare il loro utilizzo. Ci si chiede se c’è abbastanza cibo per tutti e, nello specifico, abbastanza terra per tutti. Per dare una risposta chiara bisogna prendere in considerazione diversi elementi, tra cui l’incidenza dei fattori climatici, l’impoverimento delle terre, lo sfruttamento delle aree produttive, e il loro acquisto mirato alla produzione di generi alimentari destinati all’esportazione, il cosiddetto land grabbing, che in Africa interessa 203 milioni di ettari di terreno venduto o ceduto: una corsa alla terra che genera conseguenze catastrofiche soprattutto nelle zone in cui la sussistenza è legata all’agricoltura.

 

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La sintesi che emerge da questo rapporto è la necessità di nuove e più consapevoli strategie di sviluppo – in parte già individuate – che tengano conto di fattori sociali, economici, ambientali e politici. Perché, così, la Terra per tutti non basta.

 

Info: www.cesvi.org e www.link2007.org

 

 

Antonella De Santis
11 ottobre 2012