L'Istituto Italiano di Cultura a Parigi ospita un ciclo di lezioni con alcuni dei nostri più importanti chef in un programma che individua, nell'incontro tra pubblico e privato, una delle carte per promuovere la nostra cultura enogastronomica. E non solo quella. Ne parliamo con Marina Valensise, direttore dell'Istituto.
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L’idea dell’Italiano in Cucina è nata dalla constatazione del successo crescente della cucina italiana all’estero e in particolare in Francia, terra quanto mai ricca di tradizioni gastronomiche”. Esordisce così Marina Valensise, Direttore dell’Istituto italiano di cultura a Parigi, quando le chiediamo come nasce l’idea di chiamare, per una serie di lezioni di cucina i cuochi più noti del panorama italiano. Racconta come alcuni piatti italiani siano entrati nella vita quotidiana dei francesi: la pasta, naturalmente, ma anche il tiramisù e altre ricette, magari non proprio in versione filologica; e come sia giunto il momento di far conoscere davvero la nostra tradizione, fatta di ricchezza e semplicità.

Ma c’è un prologo, che consiste nell’arrivo della Valensise a Parigi e nella ristrutturazione dei locali nella quale ha coinvolto, con un colpo di coda da primato, grandi aziende italiane, espressione della nostra migliore tradizione industriale, esempio di un’imprenditoria in grado di conciliare qualità, cultura, valori italiani che hanno così trovato uno spazio espositivo privilegiato sul territorio d’Oltralpe. Tra gli interventi, anche la realizzazione di una cucina, prodotta (e regalata) Modulnova e progettata dall’architetto Tiziano Vudafieri.
Finalmente l’Istituto di cultura, che è un’isola d’Italia a Parigi, ha la sua cucina. Una cucina tutta italiana pronta a trasformarsi in luogo di cultura. E così dopo la presentazione dei lavori di restauro, il 21 giungo, con una festa durante la quale ha cucinato Gianfranco Vissani, le idee sono arrivate in successione: i seminari, sempre con Vissani (il primo a settembre, il secondo il 27 novembre) e da lì la voglia di coinvolgere altri grandi cuochi e con loro altri grandi prodotti trasformando la cucina di rue de Grenelle in una vetrina di eccellenze italiane oltre che uno spazio dedicato alla lingua e alla cultura del Belpaese.
Inizialmente abbiamo pensato di chiamare alcuni chef italiani, come Cracco, Bottura, Vissani, Oldani e Iaccarino, per farci segnalare da loro alcuni cuochi a Parigi che potessero tenere dei corsi” continua Marina Valensise “poi ci siamo resi conto come fosse molto più interessante far venire loro direttamente”. Quindi il progetto ha cambiato in parte direzione ed è nato un calendario di appuntamenti mensili, sorta di corsi di italiano in cucina. Perché non bisogna dimenticare che l’istituto italiano di cultura ha come obiettivo, sancito dal Parlamento e dipendente dal Ministro degli Affari Esteri, di diffondere la lingua e la cultura italiana.

Dall’incontro con Massimo Bottura, ospite all’inaugurazione di CookBooke protagonista di una conferenza sull’arte contemporanea per il ciclo Magnifici dodicisi è sviluppato un programma ancora più strutturato. “Ci ha aiutato, ha fatto una cordata e ai nomi che avevamo già individuato noi si sono aggiunti quelli chiamati da lui”. Il 20 gennaio ci sarà il primo seminario, con Davide Oldaniglobetrotter della gastronomia italiana, con interessi eclettici nel design e nella filosofia del marketing destrutturato” dice la direttrice dell’Istituto; seguono il 4 e 5 febbraio Chicco Cerea del ristorante Da Vittorio a Brusaporto, e il 12 e 13 Massimo Bottura dell’Osteria Francescana.
Siamo in attesa delle indicazioni degli altri chef per stabilire il calendario del secondo trimestre, tra gli altri hanno accettato il nostro invito il marchigiano Mauro Uliassi, il ragusano Ciccio Sultano, il piemontese Enrico Crippa, l’abruzzese Niko Romito”. Ma i nomi sono tanti ancora: “vogliamo che questo programma sia più vario ed esaustivo possibile, che rappresenti il panorama attuale dell’alta gastronomia. Per questo se abbiamo una risposta interessante possiamo ampliare il programma”.
Ma a chi sono aperti questi seminari? “Sono per tutti, persone comuni o aspiranti chef, per chi vuole conoscere la cucina e la cultura italiana. E per un massimo di 12 allievi che potranno partecipare a incontri con grandi cuochi”.
In questo caso la cucina è mezzo e fine al tempo stesso: lo strumento attraverso il quale diffondere l’uso della lingua italiana (perché le iniziative dell’Istituto sono in italiano) ma anche la tradizione e la cultura del Belpaese, e il fine ultimo, perché la cucina in sé è già un patrimonio da valorizzare, alla stregua dell’arte, del cinema o del teatro. Un’arte, essa stessa, che ha un valore economico incredibile e un potenziale di traino per il turismo che ancora non siamo completamente in grado di sfruttare.

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Chiediamo proprio a Marina Valensisequali sarebbero, secondo lei, le strade da intraprendere. “Bisognerebbe essere un po’ più attivi e approfittare delle istituzioni che ci sono e che offrono la possibilità di un lavoro congiunto tra realtà diverse. A noi questa idea dei seminari ci è veduta quando abbiamo federato una serie di imprenditori lungimiranti che in tempi di crisi hanno creduto nel nostro programma, hanno investito nel progetto di ristrutturazione prima e nel calendario di eventi dopo, per fare fronte comune e attivare una rete di diffusione dei loro prodotti all’estero. Non si sono chiusi ma, al contrario, hanno investito partecipando in modo diretto ai nostri progetti”. Senza contare che l’Istituto è un palcoscenico privilegiato nel panorama Ville Lumière.
Dopo gli imprenditori è stata la volta dei produttori, abbiamo contattato alcune cantine per farci mandare i loro vini, che a rotazione vengono promossi durante nostri eventi, dando così loro la possibilità di essere conosciuti qui a Parigi. Ci sono stati Castello di Romitorio di Sandro Chia, G.B. Odoardidella Valle del Savuto, Lamùri di Tasca d’Almerita, DucaCarlo Guarini, non di rado vini realizzati da vitigni autoctoni e produttori di nicchia, e anche durante i seminari verranno usati soprattutto prodotti italiani”. Continua così Marina Valensise nel suo programma che guarda alla cultura ma non dimentica l’economia: “Facciamo in modo di coinvolgere il maggior numero di artigiani e produttori, per promuovere la cultura italiana che non è solo arte in senso stretto ma è qualcosa di diffuso nella nostra popolazione, è sensibilità e capacità di trovare soluzioni nuove a problemi antichi, è artigianato e produzione d’eccellenza in cui si mescolano qualità, stile e bellezza”.

a cura di Antonella De Santis