Una campagna per difendere l'olio di palma dalle accuse e dimostrare che è un prodotto d'eccellenza. Così l'Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane ha investito ben 55 mila euro per un piano di comunicazione con tanto di pagine di giornale che punta a rivalutare il prodotto a loro parere ingiustamente demonizzato.

Pubblicità

L’AIDEPI, Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane, ha investito ben 55 mila euro per un Piano di comunicazione sul problema dell’olio di palma con l’obiettivo di veicolare il messaggio che l’olio di palma sia un prodotto eccellente. L’ultimo step di questo piano di comunicazione è una pagina, apparsa in questi giorni su molti quotidiani, in cui si conclude che “sì, l’olio di palma rispetta l’ambiente e la salute”. Prima di tale affermazione, ovviamente, ci sono delle premesse, che abbiamo analizzato punto per punto.

L’olio del frutto di palma è un prodotto di origine naturale

Viene infatti estratto da un frutto la cui polpa è semplicemente scaldata e pressata. Successivamente l’olio viene purificato”. Che sia un prodotto di origine naturale non ci sono dubbi, ma vorremmo anche delle risposte alle molteplici domande che un’affermazione del genere, fisiologicamente, si porta dietro: come vengono coltivate queste palme da olio? Come la mettiamo con l’utilizzo, in quantità imponente nelle aree di produzione, dei pesticidi? E tra le tante domande ce n’è anche un’altra: il processo di produzione è sempre, esclusivamente, l’estrazione dalla polpa semplicemente scaldata e pressata? Se si parla di olio di palma, ottenuto per l’appunto spremendo la polpa del frutto, allora sì. Se invece, per olio di palma, si intende anche quello ottenuto dalla porzione grassa del seme (olio di palmisto o di palmisti), allora qui le cose cambiano perché in questo caso l’estrazione dell’olio avviene attraverso solventi. Tra i due oli c’è una differenza sostanziale per quanto riguarda la percentuale di grassi saturi: l’olio di palma ne ha quasi il 50%, mentre l’olio di palmisti ne è molto più ricco, raggiungendo percentuali che vanno oltre l’80%. Immaginiamo che l’AIDEPI, in questa sua campagna, stia parlando solo del primo. Ma visto che è molto raro trovare la dicitura olio di palmisti, ci viene il dubbio che non sia sempre così netta la differenza tra i due oli nell’elenco degli ingredienti in etichetta. Altra questione è la raffinazione, quel che viene chiamata “purificazione”, in cosa consiste? L’olio di palma grezzo ha un colore arancione, dovuto all’elevatissimo contenuto in carotenoidi, e prima di raggiungere le nostre tavole subisce una serie di processi che includono la deodorazione, la decolorazione e la neutralizzazione, insomma tutte tecniche di raffinazione, con sostanze chimiche, comuni un po’ a tutti gli oli di semi.

Ha un profilo di grassi simile al burro

Come dimostrato da numerosi studi scientifici, non presenta rischi per la salute ed è un ottimo alimento, che può essere integrato tranquillamente in una dieta bilanciata”. Anche qui, i dubbi su questa affermazione sono leciti. È infatti innegabile il fatto che l’assunzione giornaliera di dosi elevate di questo ingrediente può risultare dannosa per la salute a causa della presenza dei grassi saturi. È vero, sono gli stessi grassi presenti anche nel burro, ma quanti di noi mangiano alimenti realizzati col burro tutti i giorni? E in quali quantità? Invece sono sicuramente tanti coloro che, ogni giorno, ingurgitano olio di palma sotto forma di alimenti trasformati. Anche se in Italia non esistono studi sul consumo pro-capite, i nutrizionisti consigliano di limitarne l’assunzione, in particolare riferendosi ai bambini che sono i più esposti. L’asticella della quantità ideale dei grassi saturi viene posta al 10% sul totale delle calorie giornaliere. Una quota che comprende però tutti i grassi saturi, sia quelli di origine vegetale che animale, e non solo quelli dell’olio di palma.

Pubblicità

Ha una produttività per ettaro dalle 5 alle 11 volte superiori a qualsiasi altro olio vegetale

E proprio per questo “l’olio di palma è già di per sé un bene per l’ambiente”. Andiamo con ordine: è appurato che la coltivazione delle palme da olio, che si concentra nel Sud-Est asiatico (in particolare in Indonesia e Malesia), abbia comportato e comporti tutt’oggi un abbattimento delle foreste tropicali per far spazio alle nuove piantagioni. E le conseguenze si misurano in termini di rischi per la biodiversità e di distruzione dell’habitat di numerose specie, tra cui l’orango. Senza contare l’impennata di gas serra nell’atmosfera e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio. Però, secondo AIDEPI, le palme da olio rappresentano il male minore: se si coltivassero altri tipi di piante, per avere lo stesso volume di olio bisognerebbe occupare ancora più spazio, poiché la produttività delle palme da olio è altissima rispetto alle alternative possibili. Probabilmente è proprio così. Ma proviamo a ragionare da un altro punto di vista. Non sarebbe meglio ridurre la domanda di olio di palma, e di conseguenza di grassi saturi e (in buona parte dei casi) di cibo spazzatura? E se anche si ammettesse l’uso massiccio di questo olio, perché pare che l’umanità (e le industrie) non ne possa più fare a meno, coltivare palme da olio non rappresenta “già di per sé un bene per l’ambiente” perché le coltivazioni di palma necessitano di terreni ad alto livello di biodiversità. Cosa che, per esempio, molte altre piante sostitutive non necessitano. Questo implica che aree di grande valore ambientale siano destinate alle coltivazioni di olio di palma e non, per esempio, lasciate alle foreste tropicali.

Ecco perché le grandi associazioni ambientaliste internazionali non promuovono il boicottaggio

Ci sarebbero dunque delle associazioni ambientaliste internazionali che “non promuovono il boicottaggio dei prodotti con olio del frutto di palma ma supportano un acquisto di olio rispettoso delle foreste e delle comunità locali”. AIDEPI, però, si dimentica di specificare quali siano queste associazioni ambientaliste internazionali e soprattutto quali siano le metodologie di produzione sostenibile. Visitando il sito di AIDEPI le cose si fanno più chiare: parlano di WWF (World Wide Fund for Nature), Global Environment Centre (Centro mondiale per l’ambiente) o Fauna and Flora International, le quali fanno parte della Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil), ovvero un’associazione non governativa multi-stakeholder per i prodotti derivati dalla coltivazione sostenibile di palme da olio. I membri e quanti partecipano alle sue attività hanno diversi background (società di sfruttamento delle piantagioni, fabbricanti e rivenditori di prodotti a base di olio di palma, ONG ambientali e sociali), quindi molti di loro hanno degli interessi ben dichiarati per promuovere il commercio di olio di palma. Premesso questo, l’associazione assicura che, se si acquista olio di palma certificato RSPO, significa che il produttore è stato obbligato a rispettare alcuni criteri tra cui: una pianificazione obbligatoria delle piantagioni da convertire alla certificazione, nessun conflitto significativo per la terra, nessuna sostituzione di foresta primaria o aree ad alto valore di conservazione e nessuna controversia sindacale non risolta. Questo almeno da quanto dichiarato da RSPO, anche se Greenpeace International, per esempio, denuncia la violazione di tali criteri. Nella nota di Greenpeace si dimostra come la maggior parte della deforestazione avvenga in concessioni controllate da membri della RSPO. E a questo punto il dubbio viene anche per quel che riguarda il rispetto delle comunità locali. È infatti documentato che la maggior parte dei produttori di olio di palma si stia approfittando dei vuoti legislativi in materia fondiaria e di pianificazione del territorio per appropriarsi di ampie zone forestali senza, però, consultare le popolazioni locali, che dalla foresta traggono il loro sostentamento, e soprattutto senza alcuna ridistribuzione dei profitti. Non solo, l’olio in questione viene prodotto nei paesi in cui il costo del lavoro è tra i più bassi al mondo.

L’Aidepi crede fortemente in un approvvigionamento sostenibile delle materie prime agricole

Non solo, “le principali aziende utilizzatrici di olio di palma sono impegnate ad acquistare solo ed esclusivamente tale ingrediente con certificazione di sostenibilità ambientale”. Rimaniamo allora in attesa di una lista delle aziende che lo utilizzano davvero, anche perché, secondo i dati forniti dalla stessa AIDEPI, solo il 18% di olio di palma rappresenta quello certificato. E visti i consumi in aumento (in Italia +26% solo nel 2014 secondo Istat) ci viene da pensare che, all’industria alimentare, ne serva molto di più di tale cifra.


www.aidepi.it

Pubblicità

a cura di Annalisa Zordan