Le bacche di goji fresche coltivate in Italia. Ecco dove

5 Dic 2016, 09:00 | a cura di Annalisa Zordan

La produzione media per ettaro va dai 40 ai 60 quintali e il prodotto fresco sul mercato italiano è quotato anche 40 euro al kg. Parliamo delle piante di goji. Una coltivazione redditizia che sta prendendo piede anche in Italia.

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Trent'anni e una laurea alle spalle. Ma attratti dalla campagna, con una consapevolezza diversa da quella dei loro nonni. Sono le nuove generazioni di contadini che spesso affiancano padri e nonni sostenendo una decisa deviazione sul loro percorso. Sono coloro che sperimentano tecniche nuove e hanno un approccio decisamente più social, attenti anche al packaging e alla sostenibilità ambientale. Un'altra bella storia da raccontare che attraversa l'Italia, partendo dalla Calabria, arrivando ai Colli Euganei. Con il coinvolgimento di due aziende agricole storiche: Favella di Corigliano Calabro e Capodaglio di Padova. Insieme hanno sviluppato un progetto di coltivazione e distribuzione del goji fresco.

La coltivazione in Calabria del goji fresco

Proprio quel goji che per un certo periodo è stato dipinto come il “super-frutto della longevità e della giovinezza” per la concentrazione di sostanze benefiche e il suo potere antiossidante, con un indice ORAC - Oxygen Radical Absorbance Capacity (è l'unità di misura con cui si calcola la capacità antiossidante degli alimenti) importante: siamo nell'ordine di un valore di 25.000/30.000, contro l'11.000 del melograno, il 3.750 del mirtillo o il 1.475 delle arance. Tant'è che si è subito parlato di panacea. Se non fosse per i controlli di dogana che hanno rilevato in queste bacche miracolose una quantità di residui di pesticidi elevata: la maggior parte delle bacche proviene infatti dalla Cina, dove i limiti massimi dei residui fissati dalle autorità per la sicurezza alimentare spesso sono più alti di quelli europei.

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Partendo da questo assunto, a due padovani, Nicola Rizzo e il figlio Nicolò, titolari con la famiglia dell’Azienda Agricola Favella di Corigliano Calabro, nel 2008 si accende la lampadina: decidono di coltivare in Italia il frutto della pianta di goji. Ci sono poi voluti cinque anni di studio, della pianta e delle sue proprietà, prima di procedere con la coltivazione di Goji Lycium Barbarum, così si chiama la cultivar perfettamente adattata al suolo e al clima italiani. Loro sono stati la prima realtà in Europa a coltivare e distribuire con il marchio Oh Sole le bacche fresche di goji.

Da Corigliano Calabro a Due Carrare, in provincia di Padova

L'idea dei Rizzo non poteva rimanere isolata. E dalla condivisione del know-how e della selezione di piante e di semi con gli amici Elena e Riccardo Capodaglio dell’Azienda Agricola Capodaglio nasce nel 2013 il marchio Goji Capo. Oggi la produzione delle due aziende, con 60.000 piante e 35 ettari dedicati (15 in Veneto e 20 in Calabria), è la più estesa d’Europa. Con un distinguo: nell'azienda Capodaglio le bacche fresche sono ottenute con l'Organic Forest, metodo di agricoltura sostenibile fondato dall'agronomo e naturopata francese Michel Barbaud, che promuove il rispetto per gli ecosistemi naturali, le biodiversità genetiche e i cicli biologici. Ce lo spiega Nicola Donola, direttore commerciale di Goji Capo (e compagno di Elena): “Siamo andati oltre il biologico perché escludiamo l'impiego di qualsiasi prodotto chimico di sintesi, grazie all'utilizzo di tisane di erbe volte a riequilibrare il terreno. E oltre al biodinamico, togliendo del tutto la parte esoterica”. Sul disciplinare dell'Organic Forest si legge:“Il metodo agronomico Organi Forest si basa su tre grandi pilastri: la chimico fisica organica dei suoli e la biofisica dei vegetali, la scienza della bio-elettronica applicata in agronomia e la bioenergetica derivante dai campi elettromagnetici naturali”. In realtà non si sa ancora molto di questo nuovo metodo ma trattandosi di un'ennesima certificazione ci andiamo cauti, quel che si può dire è che si tratta di un tipo di agricoltura dove c'è l'assoluto divieto di utilizzare composti azotati (nemmeno che si tratti di un composto organico come il letame), fertilizzanti (nemmeno il compost vegetale), fitosanitari e prodotti contenenti silicio.

Sostenibilità a 360°

Tornando al goji, all'azienda agricola Capodaglio, tra i filari, scorrono tappeti di trifoglio nano, un alleato per la sostenibilità di questa coltivazione in quanto fissa l'azoto presente nell'aria a beneficio del terreno, contrastando tra l'altro la crescita delle malerbe e l'invasione di parassiti. Non solo, il trifoglio attira le api, fondamentali per l'impollinazione. Presenza fondamentale che è favorita dall'azienda anche grazie al posizionamento nei campi di apposite arnie. Ne derivala sperimentazione di un prodotto d'eccellenza: il miele puro di goji, ottenuto dalla trasformazione del nettare dei fiori. A rafforzare l’impegno green, il packaging: in cartone e pellicola derivata da mais, compostabile e differenziabile nell’umido. “Anche in questo abbiamo voluto differenziarci, appoggiandoci allo studio Itsallgood di Marco Morelli Giulio Vescovi”.

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I prodotti trasformati

Ovviamente la domanda vien da sé: una volta terminata la stagione, che va da giugno a ottobre, come campano? “Commercializziamo succhi e confetture di puro goji pastorizzati a freddo secondo le tecniche di Gianni De Cecchi, dell’azienda Del Santo Alimenti. È il maestro che con il Progetto 'Space food' ha studiato e creato le razioni spaziali di Samantha Cristoforetti, per capirci”. I prodotti sono ottenuti dalla spremitura del goji fresco, non alterato o modificato, raccolto allo stato di maturazione ottimale, senza l’aggiunta di amidi, glutammati e additivi chimici. Niente bacche essiccate? “Ci stiamo lavorando, ma preferiremmo prima far capire alla gente che in natura il goji è un prodotto fresco”. A questo progetto futuro si aggiunge la volontà di diversificarsi: “stiamo valutando varie strade, tra queste quella delle uova di galline alimentate a goji. Poi stiamo attivando delle collaborazioni con alcuni chef: finora abbiamo fatto conoscere il prodotto a molti chef, tra cui Massimiliano Alajmo, Carlo Cracco, Lorenzo Cogo, Giuliano Baldessari Federico Belluco. Si sono dimostrati tutti entusiasti e alcuni hanno già introdotto il goji fresco nel menu. Così come alcuni gelatieri, per esempio Giancarlo Biacchessi dell'Antica Gelateria Artigianale Pellegrino 1936”. Tante idee e grande entusiasmo. Giustificato: “Vedere crescere un prodotto sconosciuto ai più, porta soddisfazioni immediate e tangibili”.

Le altre aree di produzione italiane

Ovviamente in Italia ci sono altre realtà che coltivano e commercializzano le bacche di goji, d'altro canto è un business redditizio: a fronte dei costi che bisogna sostenere per avviare una coltivazione, che sono quelli tipici di chi si dedica a una attività imprenditoriale di tipo agricolo come le spese che riguardano il terreno, i sistemi di irrigazione, l’eventuale forza lavoro e i vari strumenti da impiegare; i guadagni sono piuttosto consistenti. Tra l'altro il mercato ancora non è saturo.

Si coltiva goji fresco dall'Alto Adige alla Calabria: c'è Bio Fattorie Toscane in Val di Chiana aretina, che segue il regime di conversione Demeter; Natural Goji a Fondi, in provincia di Latina, che offre la possibilità di acquistare anche le piante oltre che le bacche fresche; Suedtirol Goji che coltiva le solanacee nella Valle dei Molini in Alto Adige, a 1000 metri d'altitudine. E la rete d'imprese Lykion, che riunisce una trentina di aziende calabresi. Esiste addirittura un Consorzio Goji Italia, specializzato nella fornitura di piante e concimi. Per ora c'è spazio per tutti.

Dove trovare le bacche di goji italiane:

Oh Sole | www.torresaracena.com

Goji Capo | gojicapo.it

Bio Fattorie Toscane | www.biofattorietoscane.it

Natural Goji | www.naturalgoji.it

Suedtirol Goji | www.suedtirol-goji.com

Lykion | www.gojiitaliano.com

 

a cura di Annalisa Zordan

 

 

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