Ora che la norma sugli home restaurant è passata in Parlamento, quali sono le reazioni di organizza cene a pagamento in casa propria? Abbiamo raccolto la testimonianza del titolare di un'attività di ristorazione domestica.

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Ricordate questo numero: 3258. È quello del ddl appena passato alla Camera che regolamenta gli home restaurant, i ristoranti in casa. Quell’attività cosiddetta di social eating che ha suscitato polemiche a non finire, sin da quando sono nati spontaneamente i primi ristoranti fai da te nelle abitazioni private, sul modello di quelli che ci sono all’estero. I motivi di tanto rumore sono diversi, a partire dalle critiche dei ristoratori veri e propri, passando per l’entusiasmo di molti e le perplessità (di vario ordine, primi tra tutti quelli igienico-sanitario e contributivo) di molti altri. Di queste attività abbiamo parlato in diverse occasioni, evidenziandone le criticità, vantaggi e seguendo l’iter legislativo. Ora, che la normativa ha preso forma (sebbene manchi un passaggio in Senato che potrebbe modificare ancora le carte in tavola), le polemiche non sono sedate, con ristoratori tradizionali e fai da te a manifestare la loro insoddisfazione. Abbiamo voluto dare voce a uno dei primi ad aver intrapreso, a Roma, l’attività di ristoratore domestico: lo stesso Michele Ruschioni che abbiamo già sentito un paio di anni fa quando iniziava a emergere in maniera più evidente il fenomeno degli home restaurant.

 

 

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Michele Ruschioni, titolare di home restaurant

 

La sharing economy è un fenomeno ineludibile dei nostri tempi e come tale andrebbe gestito e affrontato. Così non sembra essere per quanto riguarda la normativa, passata alla Camera a larga maggioranza, che si appresta a regolare il fenomeno degli home restaurant. Chi scrive ha organizzato eventi di social eating nella propria abitazione romana anticipando di un paio di anni il fenomeno e attendeva con molto interesse l’arrivo di una legge che regolasse il fenomeno per capire se continuare o smettere.

 

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La norma

Purtroppo più che a una regolamentazione siamo di fronte a una dissuasione sotto forma di legge. Nella cucina degli home restaurant entrano limitazioni, tetti e obblighi tali da scoraggiare chiunque a iniziare questa micro attività imprenditoriale. Il gioco non vale più la candela. L’intento di controllare e vigilare è estremamente restrittivo – non più di 5mila euro di incasso annuo e divieto di avere nell’arco di dodici mesi più di 500 coperti – limiti ai quali va aggiunto l’obbligo di registrarsi all’interno di una piattaforma digitale per gestire le prenotazioni. E ancora: divieto di organizzare attività di home restaurant nel caso una camera di casa vostra fosse destinata a bed&breakfast.

 

Ristoranti tout court e ristoranti in casa

Perché porre tanti limiti a chi vuole iniziare questa piccola attività? Il sospetto è che questo testo sia stato scritto sotto dettatura delle associazioni di categoria spaventate dalla pubblicità che ha avuto il fenomeno e convinte, erroneamente, che queste attività possano sottrarre clienti alla ristorazione tradizionale. E qui risiede il più grosso abbaglio della vicenda. Chi decide di pranzare o cenare in un home restaurant lo fa perché spinto da motivazioni diverse rispetto al cliente di un ristorante tradizionale. Pur ruotando intorno a dei piatti fumanti sono due mondi distinti: chi sceglie l’home restaurant cerca una esperienza insolita, ha una spiccata vocazione alla socializzazione ed è ben disposto ad adattarsi a quello che passa il convento. Chi varca la soglia di un ristorante si aspetta un menù particolare e vario, una carta dei vini e una certa professionalità da parte di camerieri e chef. Possibile che non se ne rendano conto?

 

Le obiezioni

Di fatto si pongono dei limiti fastidiosi alla voglia di lavorare e alla libera iniziativa e questo fa sorgere alcune domande: perché, pur pagando le dovute tasse e rispettando quello che c’è da rispettare, si impone di non superare i 5000 euro? Parliamo di 5000 euro di incasso lordo che, tolte le spese varie, diventano circa 2500 euro netti. Non propriamente una cifra che fa svoltare la vita. E se poi un cliente volesse, per motivi di privacy, cenare da me senza passare per la piattaforma? Il rischio sarebbe quello di essere multati e di dover sospendere l’attività. Mi domando poi dove siano finite le preoccupazioni legate agli aspetti igienico sanitario sollevate nei mesi scorsi dalle associazioni di categoria. Di fatto scompaiono lasciando tutto al buon cuore del padrone di casa. Che il problema allora fosse solo il potenziale incasso? Ora si aspetta la decisione del Senato. Nell’attesa che la legge venga promulgata cercherò risposte a queste domande e di placare il mio malcontento. Se non dovessi riuscirci credo proprio che non riaprirò il mio home restaurant.

 

Michele Ruschioni