“L'inquadratura, l'estetica e la bellezza non si improvvisano” quindi bisogna lavorare bene prima di scattare, preparando la luce e l'inquadratura. E cercare di raccontare la persona e il lavoro che si nascondono dietro ogni piatto. Lui è Lido Vannucchi, il nostro food photographer numero nove.
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Lido Vannucchi: lucchese classe 1961, inizia con la fotografia erotica per poi approdare alla food photography. Minimo comun denominatore? La bellezza, da una parte la bellezza dell’essere umano e dall’altra la bellezza di cosa quell’essere umano riesce a creare. Oggi collabora con svariate riviste, siti e blog del settore del vino, cibo e lifestyle; prima fra tutte Cook_inc.

Quando hai cominciato?
Ho iniziato con la fotografia erotica, avevo circa diciotto anni. Erano anni d’avanguardia e con la Polaroid si facevano copie uniche e molto particolari, ricordo quelle del grande Maurizio Galimberti. All’epoca le foto erotiche non le faceva quasi nessuno, ciononostante con queste foto non ci si guadagnava molto perché le volevano in pochi.

Dove hai imparato a fotografare?
Sono fondamentalmente autodidatta, perché quando ho cominciato non esisteva una vera e propria scuola di fotografia. Però ho frequentato mille corsi e comprato tanti libri, quando ho cominciato ero attratto da alcuni fotografi, primo tra tutti Helmut Newton.

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Quando ti sei avvicinato al mondo del food?
Vengo da una famiglia di contadini dove mia mamma cucinava benissimo, quindi ho sempre avuto la passione per il cibo e per il vino: quando tutti gli amici preferivano andare in discoteca io privilegiavo i ristoranti. Poi a ventun anni ho trovato la persona con la quale condividere questa passione, così anomala per un ragazzo di quell’età, mi ci sono fidanzato e alla fine l’ho pure sposata. Con Elvira ho girato tutta l’Italia per provare le varie tradizioni gastronomiche, ero vice presidente di una ditta di trasporti ed erano altri tempi, quindi me lo potevo permettere.

Quando è iniziata la carriera del food photographer?
Abbastanza tardi, dai ventisette ai trentasei anni ero fotografo pubblicitario, facevo ritratti e still life, ma il mondo si stava globalizzando e io dovevo assolutamente specializzarmi, così mi sono riavvicinato alla cucina, mia passione da sempre. Ho iniziato a frequentare mille corsi di cucina, ho lavorato in alcuni ristoranti e ho preso il diploma da sommelier. La scuola nella quale ho appreso di più è stata la Scuola Internazionale di Cucina Italiana a Lucca. Ho detto allo chef e fondatore Gianluca Pardini “ho bisogno di capire e immergermi completamente dentro i segreti della cucina”. Così è stato. Sette anni fa ho invece aperto un’enoteca, Vino e Convivio, specializzandomi nel settore wine. Sono state tutte esperienze utilissime che mi hanno fatto diventare – credo – un buon fotografo, l’ultima conferma è il libro Lucca Wine Treasures sui vini delle colline lucchesi e di Montecarlo, di cui ho curato la fotografia, che ha ricevuto il premio International Gourmand Awards come migliore libro sul vino.

Dalle fotografia erotica alla food photography, un bel cambiamento.
Ho coniato uno slogan: “ho cominciato fotografando gnocca e voglio terminare fotografando gnocchi!”. A parte gli scherzi, queste due discipline hanno in comune la passione che spinge il fotografo a catturare le immagini e, non a caso, questi due mondi rispecchiano le mie due grandi passioni: da una parte la bellezza dell’essere umano e dall’altra la bellezza di cosa quell’essere umano riesce a creare. Quando fotografo un piatto non mi limito a rappresentare quel piatto ma mi concentro sulla persona che lo ha reso possibile, raccontando storie di vita, di persone e della ricerca maniacale che si nasconde dietro ogni ingrediente. Credo di avere terminato un ciclo perché, sempre che il mercato me lo permetta, vorrei terminare la mia carriera come fotografo di food.

Che strumenti utilizzi?
Ho cominciato con la Polaroid SX 70, era la macchina di Andy Warhol e di molti altri personaggi, era un po’ un’icona di stile all’epoca perché era particolarissima. Poi sono passato alla Canon e al Banco Ottico Sinar, con l’avvento del digitale mi sono adeguato e oggi uso Canon e Hasselblad. Utilizzo ovviamente anche la post produzione ma preferisco lavorare bene prima di scattare, preparando la luce e l’inquadratura. Venendo dall’analogica il mio modus operandi è questo, all’epoca non c’erano tutte le comodità che ci sono oggi.

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Preferivi le fotografie fatte con macchina analogica?
Inizialmente forse sì. Per noi fotografi è stato un po’ traumatico il passaggio dall’analogica alla digitale, perché l’attrezzatura non andava più bene e l’approccio era completamente diverso; insomma fummo costretti a mettere tutto in discussione. A posteriori però mi rendo conto che questo momento di transito è stato, per me, fondamentale. In quel momento ho pensato che se dovevo mettermi in gioco lo dovevo fare in maniera completa, reimpostando anche il mio lavoro. Ho cominciato così a dedicarmi al mondo del cibo e del vino. Altro momento cruciale nella mia carriera di food photographer è stato l’incontro con Anna Morelli di Cook_inc., lei mi ha dato la possibilità di girare tutta Italia e alcune parti del mondo per parlare di gastronomia, attraverso le immagini ovviamente.

Cosa rispondi a coloro che pensano che con una macchina digitale tutti siano bravi fotografi?
Una parte di verità c’è, la digitale ti dà la possibilità di sbagliare o di ritoccare a posteriori alcune cose, ma l’inquadratura, l’estetica e la bellezza non si improvvisano. Non si è assolutamente facilitati se si devono produrre foto belle.

Con chi collabori attualmente?
Da quando collaboro con Cook_inc. ho lasciato gli altri settori della fotografia e mi sono dato, anima e corpo, alla gastronomia instaurando rapporti con testate differenti. Oggi collaboro con svariate riviste del settore del vino, cibo e lifestyle: Gambero Rosso, Italia Squisita, Touring Editore, Il Sommelier, L’Espresso. Collaboro anche con alcuni siti e blog di enogastronomia, come Luciano Pignataro Wine Blog, Parliamo di Vino o Reporter Gourmet.

Ultimo progetto?
Ho finito ora di curare le immagini di un libro sul pane, Di Pane in Pane, per conto del Banco Popolare di Verona. Abbiamo girato tutte le regioni per trovare i migliori panificatori. Ora ne stiamo facendo un altro sull’olio e sto lavorando per un importante ristorante ancora top secret.

Cibo da fotografare. Quello che ti dà più soddisfazione?
I dolci. Ho immortalato le creazioni di molti pastry chef. I mie preferiti? Franco Aliberti, che ha collaborato con Bottura all’Osteria Francescana, e Loretta Fanella, che ha curato la pasticceria di Ferran Adrià, Carlo Cracco e oggi lavora per Enoteca Pinchiorri.

Cibo da mangiare. Quello che ti dà più soddisfazione?
Sicuramente la pasta ripiena: ravioli o tortelli e naturalmente gli gnocchi!

Che opinione ti sei fatto delle app fotografiche per smartphone come Instagram?
Sono simpatiche, io le uso un po’ come dei promemoria. Non costituiscono affatto un rischio per i fotografi professionisti, sono del parere che chi vuole approfondire un determinato argomento farà sicuramente delle scelte idonee.

Un consiglio ai nostri lettori per fare delle belle foto amatoriali?
Studiate l’estetica e la bellezza, andate a vedere tante mostre, leggete i libri in generale e consultate quelli di fotografia. Informatevi sempre su ciò che hanno fatto i fotografi prima di voi. Per me ci sono dei mostri sacri come Colin Page, Marcus Nilsson, Emma Lee, Eric Wolfinger, Pierre Monetta, Peter Langer, ma anche Mario Testino e Jean-Baptiste Mondino…

www.obiettivoefoto.com

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a cura di Annalisa Zordan