All'ultimo London Wine Fair, per la prima volta la birra di qualità ha iniziato a presentarsi come una bevanda da degustare, al pari del vino. Che sia il preludio di una nuova tendenza?
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Birra e vino, oppure birra o vino? In quelle due congiunzioni si racchiude l’intera storia del bere in Europa degli ultimi vent’anni. Fin dai tardi anni novanta alcuni pionieri della birra cercavano di rivalutare la bevanda trovando mille ragioni, più o meno valide, per provarne la superiorità sul vino. Ora il discorso è cambiato, il consumatore italiano trova nella birra artigianale quella varietà e quel piacere di stupirsi che fino a pochi anni fa non si sarebbe mai aspettato. Ecco il perché del proliferare di fiere vinicole con sezioni dedicate specificatamente alla birra. Rivenditori e ristoranti devono soddisfare una domanda sempre più crescente di birre di qualità.
Ma non necessariamente funziona così fuori dall’Italia. Nel Regno Unito il rapporto birra-vino si trova sorprendentemente ancora a uno stadio primordiale: la forte connotazione sociale delle due bevande tiene saldo un muro difficile da abbattere. Nel medioevo l’aristocrazia inglese importava il costoso vino francese, mentre il popolo si tracannava pinte di alepiù per dimenticare la fatica che per apprezzarne il gusto. Oggi non molto è cambiato. Eppur qualcosa si muove anche lì su. Come in Italia, la birra ha preso spunto dal mondo del vino per migliorare la propria immagine, e ha finito per adottare molte delle sue regole. La definitiva ascesa della birra come bevanda da degustare piuttosto che da ingurgitare è uno dei maggiori traguardi che il settore birrario potesse mai aspettarsi di raggiungere.

Tra il 2 e il 4 di giugno scorsi si è tenuta nella capitale inglese la London Wine Fair. È la più grande fiera di settore nel Regno Unito. Ha superato quest’anno gli undicimila visitatori, con un aumento dell’11% rispetto all’edizione precedente. Per la prima volta in assoluto vi si è vista una sezione birra: la Brewhouse, costituita da circa venti tra birrifici, beer firms e rivenditori. Ai prodotti britannici si sono affiancate birre dalla Repubblica Ceca, Stati Uniti, Islanda e Italia, e come primo anno non c’è male. “Stiamo vedendo sempre più di frequente birre di nicchia apparire in ristoranti e nei listini dei rivenditori. Oltre a dare ai nostri visitatori un’offerta più variegata, la Brewhouse ha anche uno scopo commerciale, e ci aspettiamo che diventi una sezione molto importante nel prossimo futuro” dice il direttore del festival Ross Carter. E questa positività non potrebbe essere più giustificata, a giudicare dagli folla di astanti che costantemente si accalca negli stand. La lista delle birre in offerta è piuttosto ampia. Alcuni nomi sono piuttosto conosciuti a livello internazionale, come BrewDog, Harviestoun, Meantime, Shepherd Name e Bateman’s. Il nostro paese è rappresentato solamente da un marchio già presente nella grande distribuzione: Mastri Birrai Umbri. Particolarmente interessanti sono le matricole del settore, come il birrificio islandese Einstök, gli inglesi Freedom Brewery, Old Dairy Brewery e Wild Beer Co.

Per l’edizione del prossimo anno ci si attendono molte novità, non solo in quanto a birre, ma nell’organizzazione stessa dell’evento e nello sviluppo del mercato in generale. Forse l’aura di convivialità che è associata alla birra non cesserà di esistere, ma ale e lager artigianali hanno tutti i numeri per entrare nel settore della ristorazione di qualità anche nel Regno Unito. Per i produttori di birra italiani la London Wine Fair 2015 può rappresentare un’ottima occasione per aprirsi ad un mercato che fino a pochi anni fa sembrava destinato ad una tediosa autosufficienza birraria.

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a cura di Jacopo Mazzeo