Il mondo della gastronomia internazionale perde un Re. Bob Noto è scomparso prematuramente. Secondo Ferran Adrià e secondo gran parte del mondo della ristorazione, uno dei più grandi gourmet del mondo

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Nato a Torino nel 1956, sessantun anni fa. Sessantuno anni soltanto. La famiglia di piccoli imprenditori, il negozio di utensileria meccanica. Stava lì al bancone per mandarlo avanti: “faccio il ferramenta“, era il vezzo. Le passioni però sono la fotografia (“ho iniziato a 16 anni, quando mi hanno regalato la prima macchina fotografica“), la grafica e l’alta cucina.

Globetrotter di ristoranti, generatore di tendenze gastronomiche, precursore di stili, con la capacità lucida nell’individuare i talenti, e un’esperienza personale difficilmente pareggiabile sull’ultimo trentennio di gastronomia europea.

Gli chef, i ristoranti, ma soprattutto i piatti diventano una passione crescente a partire dagli anni Ottanta, ma solo attorno al 2000 lo stile fugace dello still life inconfondibile (le famose foto scattate “prima che il piatto si raffreddi“, anche perché “poi me lo mangio“) si trasforma sempre di più in lavoro pur tuttavia con le costanti e felici caratteristiche dell’hobby cui dedicare il tempo libero e quello del piacere. 

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bob noto

Negli anni il tratto si fa personalissimo. Adiacente ad alcuni linguaggi dell’arte contemporanea e, naturalmente, della grafica. Valore scultoreo dei piatti, colore, temperatura e completa separazione dal contesto. Paradossale, visto che le foto non venivano mai realizzate a studio ma praticamente sempre in ristorante. Ti capitava di essere a pranzo in un posto e qualche metro più in la, su un normale tavolino, c’era un piccolo set che era lo “studio” di Bob Noto, per quelle ore, in quei ristoranti.

È di lui che stiamo parlando. Perché Bob Noto è morto. Si fa fatica a crederlo come si fa fatica a figurarsi, ogni volta, la scomparsa di un gigante. Succede ogni volta che va via qualcuno che ha avuto a che spartire con l’avanguardia assieme alla qualità umana. Noto è stato tra i primi ad aver adottato un certo stile di fotografia, il primo ad aver fotografato i piatti non appena arrivati al tavolo, un istante prima di mangiarli, come oggi facciamo più o meno tutti, è stato il primo a riconoscere valore artistico e culturale all’alta cucina. Cose che oggi sembrano, anzi sono, normali e che non lo erano nel 1995 ad esempio quando, primo in Italia, scrisse un articolo dedicato a Ferran Adrià su Panorama. 

 

Vennero poi i libri (spesso frutto del sodalizio con Alessandra Meldolesi, lei a scrivere, lui a fotografare) e le mostre come la prima nel 2009 in Veneto e l’ultima, “Regine e Re di Cuochi” a Stupinigi con il catalogo da lui curato. Alcuni volumi furono mitici come “6 – Autoritratto della cucina italiana d’avanguardia”, che metteva in fila, ben dieci anni fa, nomi come Bottura, Cedroni, Cracco, Crippa, Lopriore e Scabin. Ma in realtà non sei, ma forse seicento o ancora di più sono le persone – non solo chef – che gli debbono una riconoscenza professionale e talvolta personale sconfinata. 

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Resta il vuoto, ma soprattutto il ricordo e dunque la presenza indelebile di una figura irripetibile, colta, totalmente anticonvenzionale, spiazzante, sferzante, stimolante, divertente, trasversale, autenticamente e lucidamente competente. Ferran Adrià diceva “Bob Noto è il re di Torino“. In realtà è tutto l’universo della ristorazione ad aver perso, sempre per stare alle parole di Adrià, “uno dei più grandi gourmet del mondo“.