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Dalla “Galleria del passato” alla “Galleria della modernità”, nel mezzo la storia di un’impresa e di una icona del gusto fra tradizioni e rivoluzioni: il Museo della Liquirizia. Tra gli spazi industriali più visitati in Italia, secon

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do solo dopo quello della Ferrari, il Museo di Rossano è l’unico ad esporre al suo interno gli attrezzi utilizzati nella lavorazione e nell’estrazione della radice da cui si ricava la liquirizia. Due i padiglioni (l’ultimo inaugurato il 26 novembre in occasione della Settimana della Cultura D’Impresa) dove poter rivivere tutte le fasi e gli aspetti del processo produttivo dell’azienda nel corso del tempo: non mancano racconti sulla storia della famiglia e dell’impresa impegnata da circa 4 secoli nella produzione della celebre liquirizia omonima e l’illustrazione della fase commerciale, nonchè la struttura di un negozio tradizionale. 

 

“La nuova ala espositiva- spiega Pina Amarelli, linfa vitale del museo e della famiglia insignita dal Presidente Ciampi del titolo di Cavaliere Ufficiale dell’Ordine al Merito, per aver coniugato impresa e cultura- illustra l’avvento dell’energia elettrica e della rivoluzionaria trasformazione che ne consegue, con l’affinamento dei processi, la specializzazione e l’aprirsi di nuovi orizzonti commerciali. Ed ecco, sulla suggestione delle esposizioni universali, la nascita degli Assabesi, la sperimentazione di monumentali macchinari per produrli e i brevetti a tutela del marchio. Internazionalizzazione, creazione di nuovi prodotti dove la liquirizia si declina con gusto e fantasia – continua- apertura all’alta ristorazione e confezioni rispettose dell’ambiente che riproducono antiche immagini sono in mostra in luminose vetrine. Infine l’avvento dell’elettronica con la proiezione verso un futuro sempre più sofisticato e tecnologico e la rassegna dei successi più recenti, come il Premio Guggenheim e il francobollo emesso dalle Poste Italiane per celebrare il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli”.

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Una storia nella storia, una saga, quella degli Amarelli, iniziata intorno all’anno 1000 e proseguita nei secoli fra Crociate, impegno intellettuale e agricoltura. Ospitato nei locali dell’antico concio di famiglia il museo è il tangibile segno del binomio tra nobiltà e laboriosità; tra produzione artigianale e tecnologia; tra artigianato e cultura. Antichi documenti attestano che già intorno al 1500 la famiglia Amarelli commercializzava rami sotterranei di una pianta che tutto’ora cresce in abbondanza nei suoi latifondi: la liquirizia, dall’allettante nome scientifico di Glycyrrhizia Glabra, cioè radice dolce.

 

Nel 1731, per valorizzare al massimo l’impiego di questo prodotto tipico della costa ionica, gli Amarelli fondarono un impianto proto-industriale, detto “concio”, per l’estrazione del succo delle radici di questa benefica pianta. Nascono così le liquirizie, nere, brillanti, seducenti, gioia e delizia dei bambini e di grandi. All’interno del museo anche uno spaccio aziendale dove poterne acquistare nelle preziose scatoline e tante altre prelibatezze come per esempio il Panettone farcito alla liquirizia.

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L’iniziativa ha ricevuto numerosi riconoscimenti  negli anni. “E pensare che all’inizio – conclude Pina Amarelli- avevamo soffitte talmente piene di vecchi oggetti e strumenti del mestiere che pensavamo di buttare”. Tra questi l’affiliazione all’Associazione Les Hènokiens (1996) e dall’assegnazione del prestigioso Premio Guggenheim per i musei d’impresa (2001). Poste Italiane, nell’ambito della serie tematica “Il Patrimonio Artistico e Culturale Italiano”, ha infine realizzato il francobollo “Museo della liquerizia Giorgio Amarelli”.

 

Michela Di Carlo

15/12/2011