L'Italia è più responsabile del resto del mondo, ma questo basta a scagionare l'olio di palma e le aziende alimentari che ne fanno uso, dalle accuse di poca sostenibilità e salubrità? Ecco la replica di AIDEPIal nostro articolo del 28 agosto.

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La risposta di AIDEPI in merito all’articolo sull’olio di palma pubblicato il 28 agosto 2015 (che potete leggere qui) non si è fatta attendere. Mario Piccialuti, General Manager di AIDEPI spiega alcuni punti.

Nel documento fatto circolare da AIDEPI di che olio di palma si parla?

AIDEPI parla dell’olio del frutto di palma proprio per evitare fraintendimenti. Del resto, l’olio di palmisto è un prodotto molto diverso, con voce doganale assolutamente differente.

Secondo i dati forniti dalla stessa AIDEPI, solo il 18% di olio di palma rappresenta quello certificato. Visti i consumi in aumento (in Italia +26% solo nel 2014 secondo Istat) all’industria alimentare ne serve molto di più di tale cifra?

Avete frainteso questo dato: quel 18% (ormai 20%) è la quantità, nel mondo, dell’olio di palma certificato RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil, l’associazione non governativa multi-stakeholder per i prodotti derivati dalla coltivazione sostenibile di palme da olio). Da noi per fortuna le cose stanno diversamente. Partendo comunque da consumi molto piccoli, l’industria italiana del dolce utilizza solo l’11% dell’olio di palma che arriva in Italia (il resto è usato dall’industria cosmetica, ecc.) e lo 0,3% di quello prodotto nel mondo. Di conseguenza la quota certificata RSPO, da noi, è 3 o 4 volte più alta rispetto alla media mondiale. Parliamo di almeno il 60% dei prodotti presenti nei supermercati. Dal 2015 tutte le grandi aziende dolciarie utilizzatrici, infatti, si sono impegnate a garantire 100% di olio di palma certificato RSPO e sono arrivate a raggiungere il traguardo. Mentre le piccole e medie aziende, per le quali certamente questa campagna contro l’olio di palma non è un incentivo a cambiare in meglio, si stanno sforzando, progressivamente, di farlo. AIDEPI comunque promuove il passaggio all’olio di palma certificato al 100% tra i suoi associati e continuerà a farlo con determinazione.

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Quindi nel 60% dei prodotti che si trovano negli scaffali in Italia viene usato olio di palma certificato. Allora perché non fare una lista delle aziende che lo utilizzano davvero (magari omettendo il restante 40% che non lo utilizza)?

Siamo un’associazione di aziende produttrici di prodotti alimentari e non scriviamo liste di produttori che, nel pieno rispetto di quanto consentito dalla legge, utilizzano un prodotto o non lo fanno. Ciascuno approccia il mercato seguendo le proprie logiche e il consumatore può, leggendo le etichette, stabilire quali marchi preferire in base al proprio punto di vista e alle proprie priorità ideologiche. Quello che noi facciamo, pubblicamente, anche con questa campagna, è continuare a spingere affinché la quota di olio di palma certificato cresca tra le nostre associate.

Parla di etichette, ma in queste non viene indicato se c’è olio di palma certificato.

C’è un punto da chiarire: le etichette indicano gli ingredienti di ciascun prodotto e lo fanno sulla base di direttive stabilite a livello nazionale e internazionale. Nessuna legge impone o richiede ai produttori di segnalare la provenienza di un singolo ingrediente o ulteriori dettagli. Questo vale per l’olio di palma ma anche per tutti gli altri ingredienti. La volontà di indicare la sostenibilità di un ingrediente o altre specifiche non previste dalla normativa, attengono invece alle scelte di ciascuna azienda, che può decidere liberamente se usare le informazioni per farne o meno uno strumento di comunicazione utile per il consumatore e per gli affari. Alcuni produttori hanno già cominciato a informare i consumatori sull’utilizzo di olio di palma certificato, utilizzando una comunicazione mirata sui rispettivi siti internet.

Che rispondete alle accuse di deforestazione?

Accusare le aziende del dolce di essere responsabili della deforestazione in Malesia e Indonesia (come ha fatto recentemente il ministro francese Segolene Royal, che infatti ha dovuto prontamente scusarsi e fare marcia indietro) non ha senso, visto che sono tra le poche al mondo ad aver abbracciato completamente l’invito del WWF ad acquistare solo olio di palma certificato RSPO. Per venire a uno degli ultimi punti trattati nel vostro articolo, credo ci sia poco spazio per le interpretazioni: siail WWF che Greenpeace sostengono che boicottare “alla cieca” le aziende e i prodotti che utilizzano olio di palma è sbagliato perché si finisce per favorire le lobby concorrenti (soia, colza, girasole) andando a creare problemi ambientali analoghi, anzi maggiori vista la resa migliore del palma, facendo crescere così la deforestazione in altre parti del mondo. Queste associazioni invitano invece le aziende ad acquistare esclusivamente olio di palma sostenibile certificato RSPO ma dissuadono i consumatori a muoversi in una logica di penalizzazione di chi usa l’olio di palma. Si tratta di posizioni ufficiali (sia del WWF che di Greenpeace), eppure pochi in Italia le conoscono. Anche la posizione di Greenpeace, citata nel vostro articolo, è precedente a quela assunta dall’organizzazione in queste ultime settimane, in particolare dopo l’attacco della Royal. Aggiungo anche che il sistema RSPO in Malesia e Indonesia lavora su terreni dati in concessione dagli stessi governi e nei quali non si abbattono alberi o si deforesta per creare piantagioni. Questo punto è molto importante. (Sul sito AIDEPI si possono trovare anche ulteriori documenti di approfondimento). Detto ciò crediamo che sia giusto confrontarsi su punti così importanti ma che sia altrettanto necessario fornire il quadro più completo al consumatore, che sarà libero di formarsi una opinione secondo le proprie idee.

Per la precisione Greenpeace parla della realtà POIG (Palm Oil Innovation Group), i cui “Requisiti Poig” vanno oltre i requisiti attuali RSPO. Quindi si tratta di una certificazione meno blanda di quella RSPO, giusto?

RSPO è un progetto al cui tavolo progettale era seduto, fin dal principio, il WWF. Questo sembra un particolare che nessuno ha voglia di ricordare. Se oggi si vuole discutere di aprire a un sistema diverso, ben venga ogni discussione. Ma bisognerebbe cambiare modo di approcciare al problema. Se le aziende hanno aderito al progetto RSPO riconosciamo loro di averlo fatto in via volontaria, potendo scegliere anche di non fare nulla. Poi discutiamo del futuro e apriamo alla possibilità di fare, magari, meglio. Senza dimenticarci che in Italia l’approccio risulta, come abbiamo visto dai dati, 3 o 4 volte più responsabile che nel resto del mondo. Se riconosciamo che fino a oggi si è fatto molto, chiarendo che il boicottaggio dei prodotti contenenti olio di palma non è la strada giusta, si potrà sicuramente fare ancora della strada per migliorare le cose

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Un dubbio rimane comunque irrisolto: perché incentivare l’utilizzo di oli vegetali (economici)?

Sul perché del crescente uso di oli vegetali (non solo il palma, ma anche gli altri), la risposta non la forniamo noi ma è da ricercare nei numeri forniti da FAO e OMS: l’aumento dell’utilizzo degli oli vegetali è dovuta alla crescente richiesta di calorie da parte della popolazione mondiale. Nei prossimi decenni la produzione mondiale di cibo aumenterà del 70% (sempre secondo la FAO) nel tentativo di sfamare gli 800 milioni di persone che supereranno la soglia di povertà. Queste persone avranno bisogno di raggiungere un fabbisogno di grassi pari ad almeno il 30% della loro dieta (come auspicato da FAO e OMS), in questo contesto nei prossimi anni la domanda e la produzione di olio di palma nel mondo sono destinati a crescere ancora. La stima è di un +40% da qui al 2050. Si tratta di trend mondiali, ovviamente, che avranno un riflesso diverso sui Paesi come l’Italia. Ma il futuro dell’olio di palma, questo è il punto, non lo determinano le multinazionali “cattivema l’economia globale.

Parlate di dati FAO e crescente richiesta di calorie da parte della popolazione mondiale, ma AIDEPI non sfama le persone che superano la soglia di povertà. I clienti finali di AIDEPI non sono i rappresentanti dell’economia globale ma rappresentano una parte privilegiata della popolazione mondiale (che quanto meno può permettersi un pacco di biscotti). E allora perché incentivarli a consumare prodotti fatti con olio di palma?

AIDEPI non incentiva nessuno a consumare prodotti contenenti olio di palma. Abbiamo solo spiegato, in relazione a quanto da voi scritto, che c’è una ragione per la quale cresce la quota di olio di palma consumato nel mondo. Ed è una ragione legata ai cambiamenti dell’economia globale. Rispetto ai quali – è proprio questa l’essenza della globalizzazione – non ha alcun senso portare avanti dei ragionamenti di target e posizionamenti territoriali. Le materie prime utilizzate da industrie che guardano al mondo intero come a un unico mercato sono quelle di migliore qualità disponibili.

a cura di Annalisa Zordan

Posizione del WWF in merito alla questione del boicottaggio dell’olio di palma: infografica

Posizione di Greenpeace in merito alla questione dell’olio di palma certificato POIG (Palm Oil Innovation Group): www.greenpeace.org

Requisiti POIG (Palm Oil Innovation Group): poig.org