Durante Terra Madre Salone del Gusto abbiamo intervistato Richard McCarthy, direttore esecutivo di Slow Food Usa. Persona disponibile e di ampie vedute.

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Slow Food Usa è un ramo di Slow Food International. E il direttore esecutivo è Richard McCarthy, diventato membro nel 2001, quando era a New Orleans e lavorava come avvocato per i lavoratori e gli agricoltori della regione. La sua associazione, nata nel ’95, si chiamava infatti New Orleans’ Crescent City Farmers Market. Da allora molte cose sono cambiate.Durante Terra Madre Salone del Gusto lo abbiamo intervistato per capire come vanno le cose Oltreoceano.

 

Cos’è Slow Food in America?

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È un insieme di individui, famiglie, comunità che da costa a costa stanno riscoprendo le loro individualità e le loro identità attraverso il cibo.

 

Concretamente?

Recupera le comunità, le attività commerciali e il cibo stesso attraverso gli orti scolastici, i farmers market, i food truck, i programmi scolastici dedicati all’agricoltura, i laboratori di giardinaggio, di pasticceria. Tutto questo 20 anni fa non accadeva.

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Perché si è sentita l’esigenza di unire tutti in un unico movimento?

Questo fenomeno risponde alla domanda che accomuna la maggior parte delle persone in America: Perché sono così solo? Perché sono così affamato di cose diverse? Perché tutte le cose che ci appartengono e che ci vengono date sono così noiose?

 

Come viene percepito Slow Food dai Presìdi americani?

I Presìdi negli Stati Uniti hanno bisogno di un pubblico più vasto e un aiuto maggiore per sviluppare e far crescere il loro cibo, la loro comunità, la loro storia, la loro narrativa. E il pubblico deve sapere e capire perché cresciamo e tuteliamo questi Presìdi.

 

I Presìdi in America chi rappresentano?

Sono legati ai nativi americani. La storia dei nativi americani è in gran parte sconosciuta, non sappiamo cosa mangiavano e quali fossero le loro abitudini alimentari. E i Presìdi rappresentano la possibilità di raccontare la loro storia.

 

Racconti un po’ la storia di Slow Food America, dalle difficoltà iniziali al successo di oggi.

Negli anni ’90 c’erano persone come me che lavoravano con il cibo. Solo che non sapevamo dell’esistenza di Slow Food. Quando, all’epoca, stavo reinventando i farmers market mi ponevo tante domande, per esempio: qual è il progetto politico dietro questo lavoro? E quale quello economico?

 

Chi ha risposto a queste domande?!

Nel 1998 ho trovato Slow Food, anzi, Slow Food ha trovato me: ho ricevuto un pacchetto informativo nella cassetta delle lettere. Quando abbiamo visto il progetto ci è venuto da sorridere. Abbiamo pensato: “Non siamo soli. C’è una comunità in Italia che cerca di fare la stessa cosa che stiamo facendo noi”. Per molti di noi, allora, questo progetto sembrava un’idea folle; i farmers market erano così piccoli e così pochi.

 

Come si sono evolute le cose?

Da allora, e da quando nel 2001 Slow Food ha stabilito la sua associazione nazionale, abbiamo assistito a una crescita enorme fino ad arrivare a 150 condotte locali, distribuite in diverse aree, che si occupano di organizzare eventi, degustazioni, incontri, di riunire i membri Slow Food di quella zona, e di supportare i farmers market… Sono aumentati i follower di Twitter, e i farmers market sono cresciuti fino al 40%.

 

La risposta da parte dei consumatori?

Oggi sono affamati, vogliono di più, hanno voglia di connettersi ad altre persone attraverso il cibo. Hanno capito che il cibo è uno dei modi in cui si può creare coesione sociale, perché riunisce diverse persone attorno allo stesso tavolo.

 

Come siete riusciti ad avere così successo nella patria del McDonald’s?

È abbastanza ironico pensare di avere Slow Food proprio nella patria del McDonald’s. Lo so. Ma sempre più americani stanno capendo che deve esserci di più. Questo non significa che sono pronti a combattere i fast food, ma che tante persone iniziano a guardare oltre. Non gli piace più quello che gli danno i fast food.

 

E c’è una risposta da parte dei fast food?

Dal canto loro cercano di offrire anche insalate e simili.

 

È sufficiente?

No. Le persone vogliono qualcosa di ancora diverso. Magari non locale, non pulito, non salutare… non buono, pulito e giusto ma diverso, in grado di rompere la tirannia dei fast food.

 

Slow Food è percepito democratico o elitario?

Difficile rispondere. Come si può pensare, in America, di vivere felici e divertirsi? L’America è così: protestante. Qui solo le persone di successo possono essere contente. E molti pensano che tutto quello che noi (noi di Slow Food)possiamo fare è semplicemente sederci e parlare di birra, cocktail, vino.

 

Se non sono semplici chiacchiere, quali sono i vostri obiettivi concreti?

Vogliamo trasmettere la gioia di mangiare, il piacere del cibo e il piacere di parlare di cibo. E poi vogliamo anche ciò che è giusto e democratico. Sta tutto nell’equilibrio. Non può essere tutto piacere e non può essere tutto giustizia. In America stiamo imparando pian piano a bilanciare le due cose.

 

Cosa spera di realizzare durante il suo mandato?

Spero che Slow Food USA possa davvero aiutare a costruire un sistema alimentare accessibile a tutti, connettendo le persone, e supportando i leader di tutto il paese affinché trovino delle soluzioni creative ed efficaci per alcune questioni alimentari come l’accesso e l’equità.

 

Quali sono le principali differenze con Slow Food Italia?

La differenza principale è che noi non abbiamo tante tradizioni gastronomiche autoctone perché le popolazioni indigene in America sono state sterminate. Abbiamo distrutto le loro radici e le loro usanze. La maggior parte delle nostre abitudini culinarie oggi derivano dall’immigrazione. Noi rappresentiamo un po’ un mix, abbracciamo diverse culture. E questa è una dinamica molto diversa da quella italiana. Siamo il Nuovo Mondo ed è tutto molto più complicato.

 

a cura di Michela Becchi e Annalisa Zordan