Pillole dal Salone del Gusto Terra Madre di Torino. Intervista a più voci a Carlo Petrini

25 Set 2016, 15:30 | a cura di Annalisa Zordan

Conferenza stampa sui generis dedicata alla stampa estera (ma con diversi giornalisti italiani) quella che ha visto protagonista il fondatore di Slow Food in un’intervista a più voci.  

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Carlo Petrini ha incontrato la stampa nazionale ed estera in un serrato “uno contro tutti” in cui ha dato la parola e i microfoni ai giornalisti perché lo intervistassero. Ne è nato un botta e risposta che ha tracciato passato presente e futuro di Slow Food.

Cos'è Slow Food?

Un movimento che si basa fondamentalmente su due pilastri: intelligenza affettiva e austera anarchia.

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Come può essere austera l'anarchia?

Se un movimento che cresce si monocratizza, comincia a morire. Se invece ha la capacità di lasciar esprimere tutta la sua potenzialità essendo inclusivo, allora assolve al suo compito di fare rete e rafforzare le persone più deboli. Ecco perché in ogni parte del mondo possono crescere i movimenti. L'anarchia, per me, non è il male ma è l'espressione più radicale dell'individualismo, che se sa essere serio, rispettoso, austero può finalmente cambiare le cose.

Premessa: la prima edizione del Salone del Gusto risale al 1996 ma a partire dal 2004 è stato affiancato da Terra Madre, meeting mondiale delle Comunità. Come è cambiata Terra Madre in questi anni?

Nella prima edizione erano presenti delegati da 80 paesi, la maggior parte erano paesi che avevano benessere alimentare consolidato. Oggi i presenti sono 143 e il movimento è in 170 paesi. Le tematiche, dunque, non riguardano più solo l'occidente ma anche l'ingiustizia nei confronti della classe contadina, che è enorme, le condizioni di guerra alle quali sono costretti alcuni popoli. Possiamo dire che Terra Madre rappresenta oggi la faccia di un sistema alimentare che non funziona. Dove, da una parte 1 miliardo di persone soffre di denutrizione, dall'altra 2 miliardi hanno patologie da ipernutrizione.

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Cosa non c'era nel 2004?

Diverse cose: Indigenous Terra Madre network, per esempio, che è l'unico movimento riconosciuto dagli indigeni. Qui vengono tribù da tutti e cinque i continenti perché riconoscono che è un movimento importante.

Oggi i delegati africani, che per altro sono giovanissimi, hanno più consapevolezza: loro non vogliono più essere assistiti, vogliono dignità. In generale, nonostante il processo sia lento, ho visto edizione dopo edizione una presa di coscienza maggiore e un crescendo dell'impatto politico che le comunità hanno sui territori.

Il futuro di Terra Madre?

Trent'anni fa non immaginavo tutto questo. Mi sono semplicemente ispirato alle parole di San Francesco D'Assisi: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile”. Questo per dire che non lo so!

Quali sono le tematiche che affronterete?

In questo periodo storico mi preoccupa molto l'insensibilità verso i flussi migratori e questo senso di cattiveria nei confronti delle persone che stanno scappando dalla guerra o dal cambiamento climatico. Nel 2004 questi sentimenti non c'erano, per cui bisogna lavorare molto più intensamente per sensibilizzare le persone. La civiltà occidentale europea non deve andare ad aiutare l'Africa, deve andare a restituire quel che il colonialismo e neocolonialismo hanno depredato. Avverrà? Non lo so.

Premessa: Slow Food ha avviato il progetto “10.000 orti in Africa” per garantire alle comunità cibo fresco e sano, ma anche per formare una rete di persone consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura. Questo progetto può rappresentare una soluzione concreta in tutto il mondo?

Assolutamente sì. Siamo andati anche oltre con “L'Arca del Gusto”, ovvero la catalogazione di prodotti che in ogni territorio del mondo rappresentano un patrimonio di biodiversità, dalla frutta alla verdura, dagli animali ai derivati e tutto quello che si produce. È una risposta concreta all'industria alimentare che negli ultimi anni ha lavorato per omologare questa produzione, in molti casi mettendo a rischio proprio questo patrimonio.

È una sorta di operazione nostalgica?

No, è modernità. Rappresenta la volontà delle popolazione che vogliono difendere il loro patrimonio. La modernità non sono i fast food.

Cosa significa modernità?

Significa difendere il patrimonio tradizionale locale con strumenti nuovi. I nuovi mezzi di comunicazione, per esempio, stanno agevolando le cose in Africa. Qui tutti lavorano molto con il telefono, che serve per comunicare con i villaggi vicini per evitare che le derrate deperiscano. La chiave sta nell'usare la rete virtuale per difendere la rete fisica delle persone. I nuovi strumenti sono mezzi non fini.

Rete virtuale come mezzo per agevolare la rete fisica. Come la prenderanno Eric Schmidt o Mark Zuckerberg?

Farebbero un errore a pensare che una rete virtuale sia più forte della rete fisica, delle persone, dei sentimenti, degli occhi che si guardano. Così come Slow Food farebbe un errore a non usare la rete virtuale. In tutto questo c'è un unico sconfitto: le vecchie sovrastrutture politiche che non funzionano più perché non hanno ancora capito che oggi non si può prescindere dalle reti, che siano esse fisiche o virtuali.

Che pensa dell'alleanza Bayer Monsanto?

È un problema per la libertà e la diversità. Abbiamo così un colosso che parla di semi, fertilizzanti, pesticidi e medicine. In poche parole attraversa tutta la vita quotidiana delle persone.

C'è un aspetto positivo?

Molte volte “fusione” non è sinonimo di forza, molte volte le alleanze si realizzano perché ci sono delle problematiche. Bisogne tenere conto che esiste una moltitudine di realtà, e questa fa la differenza: è vero che loro sono grandi ma noi abbiamo dalla nostra 500 milioni di aziende agricole che garantiscono il cibo per 80% dei viventi. Questa moltitudine, anche se parcellizzata per ogni singolo stato, è molto più importante di qualsiasi multinazionale.

Qual è il compito degli stati?

Difendere questa moltitudine, uno stato che non lo fa non è democratico perché non difende la maggioranza.

Lo stanno facendo?

Direi che anche grazie ad alcuni personaggi carismatici il cambiamento sta avvenendo. Penso a Papa Francesco, così incisivo sui problemi ambientali e alimentari. O a Bernie Sanders (ex candidato alla Casa Bianca) che ha messo d'accordo l'85% dei giovani americani parlando anche di tematiche come i mercati contadini, che in Usa sono arrivati a quota 14.000, o di orti nelle scuole. In generale credo che nel mondo stia crescendo la consapevolezza che il sistema alimentare così non possa andare avanti. E di conseguenza c'è una nuova politica attenta agli umili.

In Italia?

Questa realtà è rappresentata dalle battaglie che il movimento contadino sta realizzando per la dignità, messa a repentaglio da una situazione in cui si paga il grano al prezzo di 30 anni fa. È ovvio che i contadini da soli, che rappresentano solo il 3% della popolazione, non possono cambiare le cose. Devono essere capaci di sensibilizzare i giovani e i cittadini perché solo coinvolgendo la maggior parte della popolazione, riesci poi a smuovere la politica.

La nuova edizione del Salone in città è un monito?

La politica è molto attenta nel vedere come si muovono le grandi masse. Non può rimanere indifferente di fronte a questa moltitudine. La speranza è che questa nuova edizione inviti tutti a riflettere anche se abbiamo causato qualche disagio.

Avete avuto qualche lamentela?

Credo che per cinque giorni, ogni due anni, ci possa stare un po' di disagio. Anche perché a guadagnarci è l'immagine stessa di Torino: i giornalisti e delegati stranieri se ne vanno via felici, amando Torino, perché finalmente l'hanno vissuta appieno.

Ispirato da San Francesco D'Assisi, trova un punto di riferimento in Papa Francesco e detiene un'Arca del Gusto. Non le risulta un po' troppo cattolico il tutto?!

Sono agnostico e non avrei mai pensato di ritrovare nella personalità di Papa Francesco un punto di riferimento. Ma sono aperto alle belle sorprese che la vita riserva.

Slow Food si è alleato a Greenpeace, WWF, Legambiente, Via Campesina e altre reti, continuando così a parlare con le basi, le persone, e non con i potenti. Ma è solo la politica che ha il potere di cambiare concretamente le cose. C'è una strategia in tutto ciò?

Per far maturare nuove idee è necessario far crescere prima la coscienza della società civile. E per far questo è necessario mettere da parte gli elementi troppo distintivi e costituire alleanze per realizzare unità di intenti. Tutto questo è propedeutico al cambiamento della politica ufficiale.

 

a cura di Annalisa Zordan

 

 

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