Ricerca. Nutraceutica, fare chiarezza: esistono davvero i cibi del benessere?

28 Mag 2014, 15:00 | a cura di Gian Luigi Russo
Alimentazione e benessere vanno di pari passo. E non è un luogo comune. Ma attenzione a non cadere in facili sensazionalismi e confondere salubrità, prevenzione e potenziale terapeutico. La nutraceutica spiegata dal dott. Russo dell'Istituto di Scienze dell'Alimentazione del Cnr, secondo appuntamento con la rubrica "Ricerca" che analizza il cibo con gli occhi della scienza.
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Negli ultimi anni si sta diffondendo sempre di più il concetto di salute legato all’alimentazione e ad alcuni cibi in particolare. Lanutraceutica rientra a pieno titolo in questo filone di ricerche che uniscono la disciplina della nutrizione al benessere e, in alcuni casi, anche alla farmaceutica. In pratica, con la nutraceutica si studiano le molecole del benessere, tutti quei principi attivi che si trovano naturalmente all’interno degli alimenti e che possono avere qualche effetto benefico sul nostro organismo.
Attenzione però a non lasciarsi ingannare da informazioni parziali e troppo ottimistiche”dice Gian Luigi Russo, ricercatore dell’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Avellino e Fulbright Research Scholar presso la Stony Brook University, New York, USA. “Purtroppo spesso capita di leggere informazioni, su giornali o sul web, riguardanti alimenti di origine vegetale etichettati come funzionali per la presenza, più o meno abbondante, di molecole dotate di attività biologiche in grado di apportare benefici alla salute del consumatore. Questo può indurre alcune persone, magari affette da qualche patologia specifica, a ritenere che quel determinato cibo, o molecola che esso contiene, possa essere la risposta semplice al proprio problema. Ma non è così”.
Il fatto che una molecola di origine naturale sia benefica, cioè sia dotata di una certa attività biologica, non vuol dire automaticamente che abbia un effetto terapeutico. Questo significa che ancora non è stato creato un frutto, un ortaggio o un supplemento che ci aiuta a sconfiggere una determinata patologia.
Emblematico è il caso della quercetina, a cui il Dipartimento di Scienze Bio-Agroalimentari del Cnr sta dedicando molta attenzione. Mele, cipolle, tè e vino rosso sono alcuni alimenti che contengono questa piccola molecola ad attività antiossidante che, secondo una ricca e qualificata letteratura scientifica, è in grado di esercitare un’azione protettiva nei confronti delle più diffuse forme di patologie croniche e degenerative, quali il cancro e le malattie cardio-circolatorie. La quercetina, come altri antiossidanti, agirebbe contrastando gli effetti deleteri dei radicali liberi sulle cellule dell’organismo e modulando l’attività di numerosi enzimi responsabili della detossificazione da sostanze potenzialmente cancerogene assunte dall’ambiente esterno.
La quercetina è presente in quantità non trascurabili nella nostra dieta, ne ingeriamo, infatti, circa 25-50 milligrammi al giorno. Ciò ha indotto a ritenere” spiega Russo “che l’attività antitumorale della molecola, ampiamente dimostrata in laboratorio su cellule maligne, potesse essere sic et simpliciter estrapolata all’individuo. Tuttavia, per fare chiarezza e per evitare di confondere pazienti e consumatori, è necessario precisare che una cosa sono i modelli sperimentali, un’altra l’applicazione clinica in soggetti sani o malati: un discorso è la prevenzione, un altro, ben diverso, la cura del tumore”.
Nel caso della quercetina, le quantità assunte giornalmente con la dieta sono ben lontane dal raggiungere elevate concentrazioni nel sangue. Anche dopo un pasto ricco di alimenti contenenti quercetina, dunque, i valori ematici sarebbero troppo bassi per giustificarne l’attività antitumorale, che, invece, è associabile all’assunzione della molecola a dosi farmacologiche. In altre parole, è necessaria molta cautela nell’interpretare in maniera semplicistica i risultati scientifici relativi all’attività biologica di molecole naturali presenti nella dieta. “Ciò, infatti, potrebbe indurre il consumatore” sottolinea Russo “a una terapia fai-da-te’ non priva di rischi: elevate dosi di antiossidanti, quercetina inclusa, vanno eventualmente assunte sotto lo stretto controllo medico, sia in soggetti sani che affetti da patologie tumorali in corso o in fase di remissione”.
Diverso è il discorso dell’utilizzo farmacologico di molecole naturali isolate da alimenti o da altre fonti naturali. Questa applicazione nulla ha a che vedere con una dieta preventiva. Così, ad esempio, la quercetina potrebbe essere di supporto alla terapia farmacologica contro la leucemia dell’anziano come suggerito da studi condotti nell’ultimo decennio dall’Isa-Cnr in collaborazione con l’Ospedale Giuseppe Moscati di Avellino e, più recentemente, con il Laboratoire de Biologie Moleculaire et Cellulaire du Cancer (LMBCC), in Lussemburgo e la Stony Brook University negli Stat Uniti.
Questi studi sulla quercetina rimangono comunque casi a parte. La ricerca sui cibi del benessere ha come modello la persona sana e segue percorsi ben precisi. Per fare un esempio concreto basta pensare al progetto del Cnr CISIA (Conoscenze Integrate per la Sostenibilità e l’Innovazione del made in Italy Agroalimentare), in particolare all’iniziatica Prodotti regionali con Proprietà Statistiche per Nuovi Alimenti Funzionali (RiSaNA) che ha come obiettivo l'identificazione di molecole o estratti vegetali da finalizzare alla produzione di prototipi di nuovi alimenti funzionali, utilizzando come modello di studio alimenti coltivati principalmente in Campania e Puglia. Si tratta di alimenti che oltre a essere inclusi nella composizione della dieta mediterranea sono di notevole importanza per l’economia locale, sia per ciò che concerne la produzione agricola che le PMI che si occupano della lavorazione e trasformazione. Gli alimenti che sono stati scelti per modello sono: la mela Annurca Campana, i pomodori San Marzano, il carciofo di Paestum e la zucca Napoletana. Preparati ad attività antiossidante derivati da tali alimenti saranno anche associati a microrganismi probiotici opportunamente selezionati.
Il programma del progetto si articola in diversi fasi: alle attività iniziali di laboratorio seguirà il coinvolgimento delle PMI agro-alimentari del settore per lo sviluppo di potenziali cibi funzionali mediante la creazione di prototipi che conservino le caratteristiche salutistiche studiate in precedenza. L’efficacia di tali eventuali prototipi sarà verificata in studi clinici eseguiti sull’uomo. Un circolo virtuoso, questo, che parte dalla terra, passa in laboratorio per poi raggiungere le aziende e finire sulle nostre tavole, e perché no, ricadendo positivamente anche sul nostro benessere.

a cura di Gian Luigi Russo
1° Ricercatore - Istituto di Scienze dell'Alimentazione - CNR

Gli articoli della nostra rubrica "Ricerca" sono pubblicati nell'ambito di un accordo quadro di collaborazione ad ampio raggio tra Cnr e Gambero Rosso

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