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E' sempre molto interessante scoprire dei nuovi chef e provare i loro piatti. Se poi sono giovanissimi e arrivano da paesi diversi dal tuo, e' ancora più divertente!

 

L'occasione si è presentata nel weekend appena trascorso, durante l'edizione 12 della San Pellegrino Cooking Cup, manifestaz

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ione che somma il risultato sportivo, ovvero velico, a quello culinario. Chiamata a “governare” una giuria di 9 chef tra cui Massimo Bottura e Davide Scabin, con il prezioso aiuto di un altro professionista della cucina come Franco Favaretto, ho avuto la fortuna di giudicare anche i 10 partecipanti alla Young Chef of the Year, evento nell’evento.

 

Due le prove da superare: il signature dish di venerdì sera e la ricetta da realizzare durante la regata del sabato, quindi in barca.

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Dieci giovani chef da dieci differenti paesi: Richard Ousby dall’Australia, Martin Volkaerts dal Belgio, Cai Chen dalla Cina, David Frenkel da Israele, Lorenzo Cogo dall’Italia, Joel Schaeffer dal Lussemburgo, Dennis Van Dop dall’Olanda, Anatoly Kazakov dalla Russia, Jacob Halmstrom dalla Svezia e Jouni Ibrahim dagli Emirati Arabi. Ognuno di loro ha portato con il proprio bagaglio di tecnica, esperienze e sogni, cercando di dare il meglio di se stesso.

 

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Su quasi tutti, però, è calata un’ondata di gelo ispirata alle nordicità che vanno oggi tanto di moda, con assemblaggi di materie prime di qualità che devono essere mixate durante l’assaggio, creando non pochi stress. Si son visti pochi spadellamenti, sarebbe il caso di dire nessuno, e si sono respirati pochissimi profumi. Insomma, devo dire che questi piatti hanno davvero emozionato poco, tranne qualche rara eccezione.

 

E’ vero che i giovani sono votati alla ricerca dello stupore, ma per lasciare a bocca aperta non serve il piatto choc, bensì il piatto buono… qualcuno glielo dica!

 

Vincitore dell’edizione 2012 (vai a vedere i cuochi e i piatti sul podio) l’australiano Richard Ousby che, almeno, ha pensato due ricette semplici e pur sempre equilibrate e gustose; al secondo posto lo svedese e al terzo il nostro Lorenzo Cogo che se fosse stato più diretto, meno celebrale e più territoriale, avrebbe potuto portare a casa il trofeo. Perché la tecnica – da sola – rimane tecnica senza emozione e senza radici.

 

 

Francesca Barberini

25 giugno 2012