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Un incontro per scoprire il mestiere del pescatore con la paranza, nello stand Abruzzo, ci porta indietro nel tempo e ci ricorda la grande importanza del mare in una regione molto nota per il suo entroterra. La pesca con la paranza era un mestiere povero, fatto con la rete, con la 'cala' e senza motore, molto diverso dai moderni

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pescherecci. Anche il risultato era povero, non permetteva certo di arricchirsi e dipendeva molto dalle condizioni del mare, quindi veniva praticato essenzialmente nella bella stagione. A bordo la gerarchia era rigida: il parò, il capitano, decideva tutto, mentre il più piccolo, di solito un ragazzino di 8-10 anni il muré, il mozzo, faceva i lavori più umili.

 

Il pescato, che già era esiguo, doveva essere interamente venduto e ai pescatori rimaneva da mangiare la parte più minuta, la fracaglia, quei pesci che non si sarebbero potuti vendere. La dura giornata lavorativa sulla barca cominciava che era ancora notte, tra le quattro e le cinque del mattino e quindi alle 11 veniva preparato il pasto da consumare a bordo con la minutiglia, alla quale si aggiungevano pochi ingredienti portati dalla terraferma: peperone dolce secco, conserva o concentrato di pomodoro, aglio, aceto, olio, acqua. Il tutto concorreva a creare una zuppetta o un sughetto da mangiare con il pane.

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Il rituale prevedeva che tutti i membri dell’equipaggio si sedessero a poppa, in cerchio, e solo il parò poteva dare il via al pasto intingendo per primo il pane nella zuppa. Il risultato era una cucina semplice, genuina, di filiera cortissima. In assaggio, cucinata da un vero pescatore, tuttavia giovane, una zuppetta ristretta di alici tritate e sgombro con mezze maniche, dal gusto  travolgente nella sua semplicità,  accompagnate da un bicchiere di rosato.

 

Sapori intensi che testimoniano quanto sia piacevole riscoprire le cose semplici che sanno rendere giustizia a buone materie prime.

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Elisabetta De Blasi

29/10/2012