Un angolo di viterbese che sembra risvegliarsi da un lungo torpore e cerca una nuova identità nell'agroalimentare. È Blera, terra ricca di storia e di natura stretta tra la Maremma e Tirreno. E questi sono i suoi prodotti migliori.

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Blera e le tracce di un’agricoltura antica

Blera, estrema provincia di Viterbo verso la Maremma, ha un paesaggio spettacolare, circondata da boschi antichi (sono a due passi le rovine della antica città di Castro) e di siti etruschi (da vedere assolutamente la Tomba Fançois, e – più vicini al paese – la suggestiva necropoli di Pian del Vescovo, la via Clodia e il Ponte del Diavolo, oltre al fantastico Colombario: uno dei più belli, un vero e proprio merletto scavato nel tufo). Qui l’agricoltura è ancora quella antica, con terreni divisi in piccolissimi appezzamenti di proprietà e legati a una vecchia coltura di sussistenza di andreottiana memoria. Proprio qui, in un fazzoletto che si protende verso il Tirreno e da cui si vede la striscia di mare davanti a Tarquinia e Montalto, troviamo – a dispetto di quanto si poteva pensare fino a pochi anni fa – dei veri e propri gioielli agroalimentari ed enogastronomici.

 

La Cooperativa Colli Etruschi

L’occasione di un sopralluogo più ravvicinato in zona è dato dalla festa di 50 anni della Cooperativa Colli Etruschi e dalla visita alla Cantina San Giovenale: due fiori all’occhiello dell’agricoltura non solo locale. La prima, sotto la guida appassionata e attenta di Nicola Fazzi e del presidente Mario Leotta, riesce a coordinare il lavoro di oltre 350 contadini soci puntando sulla massima qualità delle olive e dell’estrazione dell’extravergine. Una politica faticosa, basata sul criterio della “resa unica” per non privilegiare le raccolte tardive e che porta questo prodotto ad affermarsi sui mercati esteri, italiani e nella ristorazione: è uno dei pochi extravergine locali presenti sulle tavole di diversi ristoranti, trattorie, osterie e pizzerie della Tuscia Viterbese, oltre che sugli scaffali di Eataly. “Avevamo di fronte la Toscana, territorio ben definito che si vende da solo” spiega Nicola Fazzi “Noi abbiamo puntato sulla cultivar di oliva tradizionale in questa zona della Tuscia, la caninese, che differenzia i nostri oli da quelli toscani e che ha portato negli anni a costruire una identità dei nostri prodotti sul mercato”.

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Qui, a Blera, siamo fuori dalla Dop Canino mentre si rientra in quella Tuscia. Ma, nonostante ciò, Colli Etruschi è un punto di riferimento anche per i produttori di qualità che operano nel territorio di Canino. Gli oli presentati – l’EVO (caninese in purezza), IO (biologico) e il Blend – sono tre prodotti assolutamente centrati per target di riferimento e per segmento di mercato: il primo, l’ammiraglia, è un extravergine esuberante e di grande carattere in cui l’erbaceo si fonde armonicamente con le note di carciofo e di mandorla e piccante e amaro si fanno sentire in un finale in cui tornano lunghissime le note amaricanti e fresche; il biologico è sempre molto fresco, ma più delicato nei toni e negli stimoli palatali, molto rotondo ed equilibrato, molto adatto anche ai più piccini che a volte rimangono troppo colpiti dagli stimoli forti di amaro e piccante. Il blend, che possiamo chiamare anche se impropriamente “olio base”, è un signor extravergine sempre a base caninese, molto caratterizzato e simile a un olio di alto livello di Canino, frutto di una raccolta leggermente più tardiva e quindi dalle note meno prorompenti rispetto all’EVO: adatto a un uso quotidiano in cucina, oltre che per condire a crudo.

 

La cantina San Giovenale

Nella zona che una volta veniva chiamata Poggio Marino, in uno sperone di terreno costituito da argilla e da un duro scheletro sassoso dove si infilano le brezze che vengono dal mare e dove quindi iodio e salsedine si fanno ancora sentire, è impiantata la nuova vigna della cantina San Giovenale: filari sperimentali, poco più di un ettaro dove convivono a contatto di foglia piante di marsanne e roussanne, due vitigni tipici della Cote du Rhone impiantati con una fittezza di 42mila ceppi per ettaro. Qui Emanuele Pangrazi ha costruito il suo gioiellino, la sua azienda che dà vita ad Habemus, un rosso Rhone-Oriented a base di grenache, syrah e carignano. Con il syrah a fare da mediatore e portatore di spezie e di mediterraneità. Un vino che poco ha a che fare con la tradizione locale… anche se di tradizione locale qui si fa fatica a parlare (per non citare poi il concetto di identità!). “È il mio modo di interpretare questo terroir che è essenzialmente mediterraneo”sorride Emanuele“Utilizzo i vitigni della pastorizia: grenache, carignano, alicante… I vitigni più rustici e meglio adattabili a condizioni climatiche difficili, che chiedono poca cura e poca acqua… Per questo sono le piante dei pastori che erano spesso fuori, quasi nomadi, e non potevano accudire a fondo la vigna. Qui il mare si sente. Qui le viti devono andare in profondità per cercare nutrimento: altrove queste pratiche sono ben diffuse, io le utilizzo per fare qui un vino che esprima ciò che io vedo e vivo in questo territorio che mi ha profondamente affascinato fin da subito e dove voglio realizzare qualcosa di importante”.

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Del resto, in una zona ancora a caccia di identità sul fronte enologico, mentre nella Valle del Tevere – verso l’Umbria – uno dei vitigni di riferimento potrebbe essere il bianco grechetto, qui verso la Maremma sembra sia il syrah a vincere la lotta per il futuro: non per caso, infatti, un’azienda famosa non certo per la sua sprovvedutezza e per le alzate di capo – come la Falesco – ha deciso di investire in questa parte di Viterbese impiantando 50 ettari di syrah, su input di Dominga Cotarella e con la benedizione di due enologi come suo padre Riccardo e suo zio Renzo. Ora, questa puntata di San Giovenale sul syrah – oltre che sugli altri vitigni figli della transumanza e della Valle del Rodano – potrebbe dare una vera e propria svolta alla ricerca d’identità della Tuscia Viterbese. Con una scelta in fondo simile – anche se con immense differenze – a quella fatta da Colli Etruschi per l’olio: differenziarsi dalla vicinissima Toscana e approfondire lo studio accurato del terroir inteso proprio tecnicamente come insieme di terreni e di clima, oltre che di scelte dovute all’uomo che quei paesaggi ha disegnato e disegna.

 

 

L’architettura della cantina

Del resto, anche la struttura architettonica scelta per la cantina da Emanuele Pangrazi fa capire cosa intenda lui per interpretazione del terroir: lui provoca, ci tiene a provocare. Forse perché intuisce che questa porzione di Lazio deve essere pungolata e stimolata, provocata, per uscire dal torpore che fino a oggi l’ha avvolta e tenuta fuori dal mondo? Sta di fatto che appena si entra in cantina – un capannone di legno, travertino e vetro che fa da ponte anche visivo tra una versante del poggio (verso il mare) e l’altro (verso i boschi) – lui chiede: “A cosa vi fa pensare questa struttura?”Nessuno fiata. Si pensa: sembra di essere in una delle classiche strutture agricole della campagna tosco-laziale… anche se l’aria che circola e si respira non è proprio quella delle terre coloniche e dell’antica mezzadria. “L’ispirazione è palladiana”sorride Pangrazi “l’architetta si è ispirata alle barchesse delle ville venete firmate da Palladio”. Silenzio ancora. Si è tutti un po’ sconcertati da queste affermazioni. C’è chi prova a contestare, con gli altri visitatori: “Ma non poteva dire che si ispira alle strutture classiche dei capannoni e delle stalle delle nostre campagne, della campagna romana?”In effetti, però, non è proprio così: certo, si tratta di una classica forma di struttura agricola. Ma l’aria che si respira lì dentro è leggera, a misura d’uomo e di paesaggio: non è chiusa e opprimente come invece quella di molti annessi agricoli disseminati in campagna intorno a Roma e a Viterbo. Certo: è un capannone. Ma in Veneto Palladio ha dato dignità architettonica a queste strutture annettendole alle ville signorili e dettando alcune regole da seguire, come l’esposizione a sud per evitare che la paglia si impregni di umidità e che fermenti e bruci. Che sia per questo che Emanuele butta là il suo riferimento a Palladio? “In realtà” sorride “l’architetta che ha fatto il progetto ha girato e studiato molte delle strutture nelle campagne romane. Alla fine, confrontando i vari stili e le diverse funzionalità, ha partorito questo disegno che tra l’altro fa della struttura anche una sorta di cannocchiale tra una parte e l’altra del paesaggio”.

 

Interpretare il territorio

In effetti, tutto il progetto di San Giovenale è una interpretazione in chiave personale di un territorio che – a parte Etruschi e Romani – non ha una storia identitaria particolarmente forte e positiva, ostaggio continuo di famiglie signorili e di diverse dominazioni fino a finire nello Stato Pontificio e poi nelle nebbie della Prima Repubblica e di una gestione dell’agricoltura – dicevamo – assistenziale e a integrazione di un reddito familiare da pubblico impiego. È certo che l’identità in queste terre vada ricostruita, vada cercata anche oltre la storia degli ultimi secoli: valorizzando momenti positivi, sì, ma non restando chiusi in tradizioni spesso soffocanti. Questa di Emanuele è una scelta originale che comunque ha già avuto l’attenzione curiosa dei funzionari regionali del Lazio e che dialoga – anche se a distanza – con il progetto di un’altra grande realtà vinicola della Tuscia. Anche così si costruisce l’identità… oltre gli stereotipi.

 

Oleificio Colli etruschi | Blera (VT) | via degli Ulivi, 21 | tel. 0761 470469| www.collietruschi.it
Cantina San Giovenale | Blera (VT) | loc. La Macchia | tel. 06 6877877 | www.sangiovenale.it
Antico Presente | Blera (VT) | escursioni naturalistiche e archeologiche | tel. 339 5718135 | www.anticopresente.it
Azienda Agricola Camporegio | agriturismo e allevamento vacche maremmane | Blera (VT) | fraz. Civitella Cesi | loc. Camorata | tel. 0761 415092 | www.camporegio.it
B&B La Ripa | Blera (VT) | via Marco Spurinas, 12 | tel. 0761 470 596 | cell. 338 2071514 |

 

a cura di Stefano Polacchi