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Dieci cantine - tra le maggiori della Valpolicella - danno vita a una nuova associazione in polemica con le altre della zona.

 

L’Amarone gioca d’anticipo. Se la crisi mette in discussione il futuro delle cantine, il famoso vino di Verona raddoppia la posta e punta sulla qualità come discrim

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inante per scongiurare la stessa situazione che si è già verificata per altri prodotti simbolo del made in Italy agroalimentare.

In un momento in cui la produzione dell’Amarone è aumentata vorticosamente – anche a causa della transazione di molte aziende dalla Valpolicella ad Amarone – vale la solita vecchia regola di mercato: se l’offerta cresce e la domanda non tiene il passo, i prezzi calano e il comparto va a rotoli. Mettendo il coltello dalla parte del manico nelle mani degli speculatori e della Grande distribuzione organizzata.

 

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È così che dieci famiglie “storiche” per la produzione del famoso vino rosso si mettono insieme “formando un’unica grande famiglia”, come spiega il presidente del consorzio Sandro Boscaini. Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi e Zenato, che rappresentano da sole il 55 per cento dell’intero valore dell’Amarone di qualità e più del 40 per cento del mercato totale, fanno squadra all’insegna di un prodotto di nicchia “raro e caro”.

 

“L’Amarone è la Ferrari del vino”, spiega all’agenzia il Velino Boscaini. “È chiaro che costa di più. Ma è anche vero che il famoso vino di Verona non si beve tutti i giorni”.

Le dieci famiglie fondatrici della squadra d’eccezione denominata “Amarone d’arte” dispongono di una superficie di oltre 2100 ettari dei quali circa un quarto destinato alla produzione del vino per un fatturato, nel 2008, di circa 29,5 milioni di euro e una produzione di oltre due milioni di bottiglie di cui l’80% destinate all’estero. Canada in cima alla lista dei paesi esteri amanti del famoso rosso veronese, con oltre 350 mila bottiglie l’anno per quasi cinque milioni di euro, poi gli Stati Uniti, 300 mila bottiglie e Svizzera, con 240 mila bottiglie.

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Pronto sul tavolo del Consorzio anche un nuovo disciplinare “volontario” il cui fine è quello di restringere ancora di più la cerchia del prodotto di qualità.

 

Rendendo più selettive la maglie del regolamento: grado alcolico minimo di 15 gradi, estratto ecco più elevato, immissione sul mercato dopo almeno 30 mesi dalla raccolta e riduzioni o rinuncia unanime alla produzione nelle annate più sfortunate. Senza contare la volontà di trasferire l’imbottigliamento – oggi consentito in qualunque parte del mondo – nell’area veronese. Così da rendere ancora più difficili eventuali frodi o annacquamenti.