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Maggio Francese, Olimpiadi di Città del Messico, Italia sulla vetta d'Europa. Ma il 1968 è anche l'anno in cui il Verdicchio dei Castelli di Jesi ottiene la Doc.

I protagonisti

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Quella del Verdicchio dei Castelli di Jesi è la storia di una Cenerentola di successo. La diffusione del vitigno verdicchio, nelle Marche e nelle regioni circostanti, è documentata sin dall’epoca romana. Anzi, i vini bianchi dei Castelli Romani, fino alla comparsa della fillossera, lo vedevano protagonista.

Ma nelle Marche, soprattutto nelle provincie di Ancona, dove è Doc nella zona dei Castelli di Jesi, e nell’enclave montana di Matelica, principalmente in provincia di Macerata, la sua importanza non è mai stata messa in discussione.

A tutt’oggi è il vino Doc più conosciuto e rappresentativo della regione, e ha da poco festeggiato i primi quarant’anni del disciplinare di produzione, approvato nell’agosto 1968.

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Il territorio è uno dei più belli d’Italia: sono le colline nei pressi di Jesi, attraversate dal fiume Esino, dal Misa e dal Musone, che sfociano nell’Adriatico, spesso sormontate da borghi fortificati, i suoi Castelli, che ci riportano all’epoca medioevale quando Jesi conquistò i territori limitrofi costruendo quattordici fortezze a sua difesa.

Su questi pendii la vite e l’ulivo sono i protagonisti, e caratterizzano un paesaggio agricolo di seducente bellezza che ci rimanda agli sfondi dei quadri rinascimentali di Raffaello.

Ma oltre la bellezza qui c’è una vera vocazione alla produzione di qualità, grazie ai terreni argillosi e calcarei, spesso ricchi di limo o di sabbie, più pesanti e compatti a bassa quota, che diventano più friabili e permeabili quando si sale di livello per arrivare a superare i cinquecento metri d’altezza.

Siamo dai venti ai quaranta chilometri dal mare, che fa sentire il suo influsso, fatto di correnti d’aria che risalgono le vallate e assicurano la ventilazione e la salute dei vigneti, dove il re incontrastato è uno dei più affascinanti vitigni autoctoni italiani, il verdicchio, che ritroviamo, oltre che a Matelica, nella zona del Lugana (turbiana) e nella zona del Soave (trebbiano di Soave) con caratteristiche pressoché analoghe.

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Si tratta di 2.300 ettari di vigne, coltivate con cura e passione da oltre 1.500 viticoltori, gran parte dei quali conferisce alle strutture cooperative, e dove piccole realtà convivono armonicamente con aziende dal passo internazionale, che hanno contribuito in maniera determinante ad assicurare a questo vino una notevole visibilità internazionale. Già dagli anni ’50, infatti, viene esportato con successo.

La tipica bottiglia ad anfora, disegnata dall’architetto Antonio Maiocchi per la Fazi Battaglia nel 1953 è diventata oltre che simbolo del Verdicchio dei Castelli di Jesi un sinonimo di bianco italiano al pari del fiasco impagliato del Chianti. Il suo eccellente rapporto qualità/prezzo ne assicurò il successo e la crescita per tutti gli anni Sessanta ed oltre, fino a farne uno dei bianchi più amati e consumati dagli italiani, una sorta di spensierato passepartout da bere a tutto pasto, perfettamente a suo agio con le preparazioni marinare, ma altrettanto valido con mille e più piatti della cucina di ogni regione.

Ma l’aumento delle produzioni non coincise sempre con una crescita qualitativa, al punto che all’inizio degli anni Ottanta non era certo nella pole position dei migliori bianchi della penisola. Buono e conveniente, senz’altro, ma non un grande vino, si diceva. Sbagliato.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi può dare vini di straordinaria struttura ed eleganza, di grande profondità, longevità, finezza. Bastava selezionare i cloni giusti e ricondurre i vigneti alle rese e ai sesti d’impianto adatti per fare quelle produzioni. Così, come per incanto, il Verdicchio inizia dispiegare il suo incredibile potenziale qualitativo. E con una versatilità espressiva che ha pochi eguali.

Il suo ricco nerbo acido gli permette di dare vita ad ottimi spumanti, sia con il metodo italiano, sia soprattutto con il metodo classico. Anzi, sembrerebbe che i vini con le bollicine siano nati proprio qui.

Il monaco benedettino Francesco Scacchi, di Fabriano, già nel 1622, molto prima di Dom Pérignon, nel suo testo De salubri potu dissertatio (del bere sano), teorizzò le basi della spumantistica.

Il Verdicchio dal taglio giovanile, fresco e fruttato è un vino di rara piacevolezza. Se non credete a noi fidatevi di Mario Soldati che se ne dichiarava grande appassionato nel suo Vino al Vino. Ma se la vendemmia è tardiva, quasi al limite della sovramaturazione, il vino acquista una profondità e uno spessore incredibili, senza perdere il suo ricco carattere fruttato. E questi sono caratteri che si esaltano nei terroir della zona Classica, la più antica, le vallate a ridosso del fiume Esino, sedici comuni intorno a Jesi, sui ventitrè della denominazione, dove si può produrre anche la versione Superiore, che ha una gradazione alcolica leggermente più elevata.

E poi, oltre agli ottimi passiti da uve verdicchio, che in questi ultimi anni compaiono sempre più frequenti, ecco la tipologia Riserva, che prevede 24 mesi di maturazione prima della commercializzazione. È la tipologia che consacra il Verdicchio tra i grandi. Altro che “i bianchi si bevono giovani”…

Qui, in vini che superano agevolmente i quattro-cinque anni, e che nelle buone vendemmie vanno ben oltre, troverete strutture imponenti sorrette da una fresca vena acida, polpa fruttata, complessità aromatica, straordinaria armonia d’insieme e una gloriosa mineralità. Jesi, la terra che ha dato i natali a Federico II di Svevia, lo “stupor mundi”, continua ad affascinare e a sorprendere. Anche dopo quarant’anni.

 

marzo 2009