Grottesca e dissacrante la campagna affidata a Saatchi&Saatchi, con l’asteroide Buondì che spazza via decenni di stereotipi sulla famiglia felice; rinnovata nel cast e idealista ai limiti della retorica la nuova pubblicità di Mulino Bianco, che chiama alla regia la firma di Emanuele Crialese. Un confronto. 

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Provocazione vs idealismo

La natura, la genuinità e il saper fare dal campo alla tavola, da un lato. Le pretese di una petulante ragazzina che scandiscono i tempi della pubblicità di merendine più discussa di sempre, dall’altro. La summa dei valori messi “in campo” dall’ultimo spot di Mulino Bianco, in tv e sul web a partire dal 17 settembre ma già nelle sale cinematografiche da un paio di giorni, marca la differenza tra due stili di comunicazione diametralmente opposti. E così, mentre il Buondì Motta veleggia verso picchi di popolarità inaspettati grazie all’idea controversa di Saatchi&Saatchi, la nuova campagna pubblicitaria di Mulino Bianco interpreta il tentativo di stare al passo con i tempi a modo suo. E, accantonato il bel Antonio (Banderas) che per anni ha imperversato al mulino insieme alla fidata gallina Rosita ammiccando al popolo delle casalinghe italiane, prova a svecchiare la sua immagine con una coppia di protagonisti nuova di zecca. Ma sempre nel perimetro della sua comfort zone: facce pulite e sani principi, vita all’aria aperta, tenacia e attitudine alla fatica, senso della famiglia e belle speranze. Sullo sfondo c’è sempre il Mulino, luogo metafisico di una vita che scorre ovattata e bellissima, persino nei momenti di difficoltà: gli sguardi complici, le risate tra amici, una teglia di biscotti appena sfornata, il grano che si accende sotto i raggi del sole. Fa tutto parte di quella poetica rassicurante che ha segnato la storia pubblicitaria del Mulino Bianco, dai primi spot girati nella casa sul fiume fino all’ultima lunga parentesi con la star di Hollywood, nel solco di una tendenza sempre più diffusa tra i grandi marchi dell’alimentare, e non solo.

Addio agli stereotipi. Spazzati da un asteroide

Un approccio opposto, insomma, alla provocazione inscenata da Motta, che coraggiosamente ha deciso di scardinarla quella poetica della famiglia perfetta così distante dalla realtà di tutti i giorni. A tanti lo sterminio causato dall’asteroide Buondì non è piaciuto: è irriverente ai limiti della decenza e del buon gusto, si è detto nelle ultime settimane. Altri invece hanno capito e apprezzato il senso dell’operazione, che davvero strizza l’occhio a un pubblico trasversale senza bisogno di ricorrere a grandi attori e sceneggiature hollywoodiane, spazzando via in un colpo solo tanti stereotipi imperanti. Strappando una risata, e regalando un piacevole senso di libertà: non c’è bisogno di simulare una vita migliore, insomma, a rischio di spezzare quel modello di comunicazione aspirazionale che ci fa correre al supermercato per riempire il carrello di merendine, in cerca della felicità della famiglia perfetta. Perché la parodia, che indigna chi manca di sarcasmo, diventa uno strumento ben più potente tra le mani di un creativo. E tutto viene messo in discussione, finanche quel mondo della pubblicità schiacciato dagli stereotipi che ha costruito nel tempo. Se il coraggio (l’incoscienza?) di Motta ha dato i suoi frutti lo diranno le vendite dei prossimi mesi.

Giovani e appassionati, la nuova generazione Mulino Bianco. Con la regia di Crialese

Che succede, invece, da domani, in casa Mulino Bianco? Per la regia di Emanuele Crialese (ancora un grande regista alle prese con la pubblicità, dopo Pupi Avati, Tornatore, Salvatores…), arrivano in campagna Giorgio Pasotti e Nicole Grimaudo – Giovanni ed Emma – una giovane coppia carica di belle speranze da riversare sul pubblico che vorrà emozionarsi con loro, “giovani, ottimisti, appassionati, e anche un po’ idealisti”, come li descrive il plot ideato da Mulino Bianco. E si rientra nel perimetro dato, strizzando l’occhio però a un modello nuovo (?) di famiglia. “Lei, dopo aver imparato le basi dal padre, torna a casa dopo anni di esperienze in forni e pasticcerie, lui, laureato in agraria, torna dopo anni in giro passati a lavorare come consulente di aziende agricole”, recita la sceneggiatura da cui si dipana la narrazione. L’idea è quella di instillare in chi guarda un senso di fiducia in se stessi e nel mondo, nel rispetto dei ritmi della natura – il profilo di Giovanni è sin troppo didascalico, appassionato di metodi di coltivazione naturali e sostenibili, desideroso di tornare ad assecondare il ritmo delle stagioni rispolverando la sapienza contadina – e confortati dalla bontà del cibo, che nutre il corpo e l’anima. Ricapitolando: con Motta siamo di fronte al grottesco che spiazza, alla sensibilità di ognuno decidere se il limite è stato superato; Mulino Bianco, però, con la consueta messinscena patinata (per quanto d’autore e di ottima fattura) non rischia di arroccarsi, ancora una volta, nella sua torre d’avorio? Impegnarsi in prima persona per sognare un mondo migliore fa bene a tutti. La retorica, però, può non essere utile alla causa.

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a cura di Livia Montagnoli