Home restaurant: la legge approvata alla Camera. Trasparenza, tracciabilità e limiti stringenti. Le reazioni

18 Gen 2017, 13:00 | a cura di Livia Montagnoli

Passa alla Camera con 326 voti favorevoli la legge sugli home restaurant, che detta norme precise per regolare il fenomeno del social eating. Soddisfazione della Fipe, ma non mancano le polemiche dei ristoratori fai da te. 

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La legge sugli home restaurant. L'iter legislativo

All'inizio di novembre, per i titolari di home restaurant, era scattato il primo campanello d'allarme. Dietro insistenti richieste, e per la presa di coscienza tardiva della politica italiana (su proposta del M5S, e presa in carico del deputato Pd Angelo Senaldi), il ddl approvato dalla commissione Attività Produttive si prefiggeva di regolare quella terra di nessuno che fino a oggi sono state le attività di ristorazione “casalinga”. Un fenomeno in crescita esponenziale anche nel nostro Paese – esploso in ritardo rispetto all'Europa che fa tendenza – e presto sfuggito alle maglie della burocrazia nazionale, tanto farraginosa per molte pratiche quotidiane e invece praticamente assente in materia di home restaurant, causa lampante buco legislativo. Ora però, facendo seguito all'iter parlamentare posticipato per dare precedenza al referendum dello scorso dicembre, la parola definitiva arriva con 326 voti favorevoli alla Camera dei deputati (solo Cor e Lega hanno votato contro, 23 i no), che ratifica il primo ddl sugli home restaurant. La nuova legge dovrà regolamentare il settore favorendo la concorrenza leale tra attori della ristorazione, finora minacciata dall'impossibilità di imbrigliare dentro confini certi il fenomeno del social eating, che secondo stime della Confesercenti nel 2014 ha generato un fatturato di oltre 7 milioni di euro.

Il ddl 3258. Le nuove regole

E le regole del gioco sono quelle di cui abbiamo già auto modo di parlare: in quanto “attività saltuaria”, la ristorazione fai da te non potrà fatturare più di 5mila euro all'anno, né servire un numero di coperti superiore alle 500 unità per anno solare. Limiti rigidi, cui si aggiunge l'obbligo di affidarsi alle piattaforme digitali dedicate per relazionarsi con i potenziali clienti, e, soprattutto il pagamento obbligatorio tramite sistemi elettronici, per scongiurare l'evasione fiscale (ma qui sarà necessario vigilare attentamente perché il provvedimento si dimostri efficace). E poi c'è un requisito in più, che negli ultimi mesi ha fatto molto discutere, in merito alla presentazione – da oggi obbligatoria, ma in forma telematica, e quindi meno vincolante rispetto alla proposta iniziale – della cosiddetta Scia, la dichiarazione di inizio attività commerciale, che si aggiunge alla certificazione igienico sanitaria e alla stipula di un'assicurazione sulla casa e per coprire i rischi derivanti dall'attività. Passa anche il cavillo sancito dall'articolo 5 del nuovo ddl AC-3258: “l'attività di home restaurant non può essere esercitata nelle unità immobiliari a uso abitativo in cui sono esercitate attività turistico-ricettive in forma non imprenditoriale o attività di locazione per periodi di durata inferiore a trenta giorni”. Con l'evidente volontà di spezzare l'accoppiata sociale eating e Airbnb.

Le reazioni. Soddisfazione Fipe, contrario Scivoletto

Le reazioni a caldo dei diretti interessati? C'è chi esulta – la Fipe tramite Marcello Fiore, “finalmente si mette fine a un'evasione fiscale e contributiva pressoché totale” - e chi, invece, non nasconde lo scoramento per una legge definita troppo stringente, Giambattista Scivoletto (fondatore del sito homerestaurant.com) in testa, che contesta tanto l'obbligo di registrazione sulle piattaforme dedicate, che quello di pagamento elettronico: “Impedirà l'85% delle probabili aperture”, sostiene sondaggi alla mano Scivoletto.

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La proposta di Gnammo. Più respiro per la sharing economy

Nel mezzo c'è la posizione della principale piattaforma di social eating italiana, indirettamente chiamata in causa proprio dal testo, in qualità di garante dell'attività. Secondo Cristiano Rigon, founder di Gnammo, è positivo che esista una norma in materia, “in quanto permetterà a tutti gli aspiranti cuochi di sperimentare la sharing economy senza paura di andare contro le autorità”. Ma molti dei limiti stabiliti non sembrano piacergli neanche un po': a suo parere la legge sarebbe frutto “di insistenti attività di lobbying da parte delle associazioni di categoria che non hanno realmente compreso quanto l’home restaurant sia lontano dall’esperienza del ristorante e sia non avversario ma strumento di sviluppo del settore”. L'alternativa auspicabile? “Normare a livello quadro la sharing economy, negli aspetti condivisi da tutte le attività”. E non è ancora detta l'ultima parola, che ora spetta al voto del Senato: “L’augurio è che il Senato sappia produrre una legge sufficientemente agile e snella, rispondente ai suggerimenti UE di non promulgare norme che limitino, ma che favoriscano lo sviluppo del mercato del social eating, limando ancora i forti vincoli presenti nel testo approvato oggi alla Camera”. 

 

a cura di Livia Montagnoli

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