[caption id="attachment_132457" align="alignnone" width=""]Peck Milano[/caption]

Dopo il successo del bistrot Piccolo Peck, inaugurato lo scorso autunno, il 2017 della storica gastronomia meneghina si apre nel segno di progetti di espansione e diversificazione che fanno capo all’intraprendenza del giovane Leone Marzotto. Che ci racconta cosa bolle in pentola.

 

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Peck secondo Leone Marzotto

Si è parlato di due, tre aperture in città. Niente a che vedere con una catena standardizzata: il blasone della casa, marchiato 1883, ne soffrirebbe. Piuttosto il desiderio di abbracciare la città e i milanesi con una rete di punti vendita strategici, che l’identità del marchio possano moltiplicarla senza fiaccarla, e anzi ribadendo a gran voce la milanesità di un progetto che si tramanda da oltre 100 anni. E certo è una strategia che mira all’attacco, o allo sviluppo, come direbbe Leone Marzotto guardando al futuro di Peck, gastronomia storica di via Spadari, che da un anno vede alla guida il rampollo della celebre dinastia tessile. Leone è giovane, ma le idee sono chiare: dal padre Pietro ha ereditato la passione per l’enogastronomia e il lifestyle made in Italy, gli studi alla Bocconi hanno plasmato la sua indole concreta. E può parlare di strategie, mercati potenziali, posizionamento del brand consapevole di avere tra le mani un “contenitore” prestigioso ramificato in tante linee di business diverse e complementari. La chiave del successo è saperle gestire tutte, secondo quanto richiede il caso.

Anche il negozio fondato nella seconda metà dell’Ottocento da un salumiere di Praga – fino al 2013, per oltre 40 anni, di proprietà della famiglia Stoppani – è andato incontro alla naturale evoluzione della gastronomia, la bottega di alimentari così come la conoscevamo un tempo che si reinventa per incontrare le esigenze della clientela moderna, e catturare l’attenzione di un pubblico più trasversale.

 

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La gastronomia moderna. Ristorazione e bistrot

Il processo, in via Spadari – dove la ristorazione è oggi una voce importante e proficua del fatturato – è in atto da tempo, e Leone, in veste di ceo, ha contribuito a un’accelerazione evidente. Di numeri abbiamo già avuto modo di parlare in passato: 830 mq per la vendita, 400 per la somministrazione, 2400 di cucina e laboratori per la preparazione dei cibi, dai panettoni ai patè, dai formaggi ai salumi, ai piatti dei ristoranti. Con 120 dipendenti, di cui circa 30 in cucina sotto la guida di Matteo Vigotti, e una bella quota di fatturato, il 20%, che dipende dai ristoranti: Al Peck, il fine dining, l’Italian bar, separato rispetto al negozio, e l’ultimo arrivato, il Piccolo Peck, il bistrot nato lo scorso settembre nel cuore dell’attività storica. A qualche mese dall’esordio, il format già regala i risultati sperati: “La risposta è positiva, da un punto di vista economico e commerciale. Il bistrot attira molti clienti e soddisfa il nostro primo obiettivo, quello di avvicinare un pubblico diversificato. I giovani, per esempio, o gli stranieri con un altro approccio culturale al cibo. Come gli asiatici: per loro può essere ostico avvicinarsi al banco e scegliere, al bistrot li guidiamo all’assaggio”.

 

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Nuove aperture in città?

Ecco perché, per tornare all’inizio, i prossimi locali milanesi – “per ora solo una prospettiva, non azzarderei scadenze concrete” – potrebbero recuperare proprio l’anima del Piccolo Peck, pur in spazi ridotti da riconfigurare in base al posizionamento geografico e all’articolazione dei locali, ma sempre, “nel rispetto del brand”. Insomma, una storia quella di Peck, che chiede di procedere con cautela: “Stiamo vagliando diversi locali, si tratterà di cogliere l’opportunità migliore, quando arriverà. Certo è che abbiamo intenzione di studiare nel dettaglio il progetto pilota, perché funzioni da modello per le aperture successive. Qualcosa che sia nelle nostre corde, perché sappiamo fare tante cose e dobbiamo dargli il giusto risalto”. Le zone in lizza? “Zone prestigiose, come si conviene al nostro brand. Penso a Gae Aulenti, City Life, Il Quadrilatero“. E se da un lato Leone si preoccupa di preservare il legame con la città – “Ci teniamo a essere milanesi, Peck fa parte della storia della città e la nostra filosofia è rimasta invariata; per questo per ora non siamo interessati ad altre città italiane” – dall’altro i mercati esteri ingolosiscono una potenza da 20 milioni di fatturato ogni anno, che dell’opulenza e del lusso ha fatto il proprio biglietto da visita. “Siamo ancora una piccola attività di famiglia, per questo ci muoviamo agili, ma la strada internazionale deve essere intrapresa con strategie precise e diversificate”.

Peck, foto M BarroFoto di M.Barro

La strategia internazionale

Sì, perché ci sono le vetrine ambite per il posizionamento del brand e per motivi di business puro – “come New York e Londra, dove dovremmo puntare a realizzare dei flagship store che rappresentino il prestigio del marchio” – e città interessanti per motivi diversi, come gli Emirati Arabi, “che sono un mercato complesso, vantaggioso per la capacità di spesa della clientela, difficile per divergenze culturali che dobbiamo essere preparati ad affrontare”. Come? “Piccolo Peck, per esempio, è stato creato come modello di caffè gastronomico da esportare. A Milano coesiste con le altre realtà ristorative del gruppo, nel caso in cui dovessimo esportarlo a Dubai sommerebbe più anime, un’atmosfera informale dove assaggiare i nostri prodotti e i piatti della cucina italiana. In alcuni Paesi, negli Emirati Arabi, in Asia, credo meno nella vendita al dettaglio. Dobbiamo intuire quali sono gli ostacoli al consumo per avere successo”. E quindi spingersi oltre i prodotti “che si vendono da soli”, olio, aceto balsamico, prosciutto di Parma, Parmigiano Reggiano, per offrire un’esperienza guidata. Firmata Peck. Un marchio che a quanto pare è ancora in grado di “creare emozioni”. Anche dopo 134 anni.

 

Peck | Milano | via Spadari, 9 | www.peck.it

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