Il made in Italy multiculturale. Aumentano gli imprenditori stranieri nell'agroalimentare a marchio Dop e Igp

5 Mag 2015, 09:57 | a cura di Livia Montagnoli
La ricerca della Fondazione Moressa rivela una nutrita presenza straniera nel settore dell'agroalimentare. E non solo in posizioni subalterne. Anzi, negli ultimi cinque anni è cresciuto il numero di imprenditori con passaporto straniero, sempre più spesso garanti della sopravvivenza di produzioni tipiche.
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Che la forza lavoro straniera, specie quella in arrivo dalle principali aree d'immigrazione, in Italia rappresenti un dato rilevante per l'industria nazionale non è mai stato un mistero. Ora, uno studio della Fondazione Moressa approfondisce il dato, rilevando come proprio il settore alimentare e le sue produzioni più tipiche siano largamente dipendenti non solo da manodopera, ma anche da imprenditoria arrivata da oltreconfine.
Certo, sulla percentuale dei 7,2% di immigrati – ben 166mila - impiegati nel settore alimentare (sul totale dei lavoratori stranieri attivi in Italia), la maggior parte va a rinforzare le fila dell'agricoltura (il 70%), il restante 30% le industrie alimentari. Com'è altrettanto vero che la maggioranza di loro continua a rivestire incarichi di basso profilo: parliamo soprattutto di braccianti agricoli e addetti alla manutenzione del verde.
Ma la rilevanza del discorso cambia quando si restringe il campo alle produzioni a marchio Dop e Igp: qui, tra le eccellenze della nostra filiera agroalimentare, il peso dell'occupazione straniera (in aggiunta ai capitali in arrivo dall'estero) continua a crescere.

Prodotti Dop e Igp. L'interesse degli stranieri

Il numero di imprenditori che si cimentano con un comparto infido ma potenzialmente molto redditizio è aumentato del 14,8% (oggi sono oltre 22.500) nel periodo compreso tra il 2009 e il 2014. I distretti alimentari alla base del made in Italy stanno di fatto subendo un insieme di mutamenti importanti, fino a registrare una diminuzione della presenza italiana anche nelle produzioni più tradizionali, che invece sembrano molto appetibili per gli imprenditori stranieri. Ecco allora che la presenza straniera può essere letta in una luce nuova, unica garante – nei casi più estremi – della sopravvivenza di attività storiche, altrimenti abbandonate a se stesse. I casi più curiosi? Sul versante “manodopera” il 90% dei pastori abruzzesi è macedone; in Val d'Aosta la fontina viene prodotta soprattutto grazie agli immigrati. E anche la ricca food valley emiliana ringrazia l'immigrazione: tra gli addetti alla produzione del Parmigiano Reggiano uno su tre è indiano. Così succede per il Prosciutto di Parma, per il Brunello di Montalcino o per la mozzarella di bufala a Caserta.
Ancora Dop, ancora presenza straniera, stavolta sul fronte imprenditoriale: nell'area del Grano Padano si registra un aumento del 22%, per non parlare del Gorgonzola (+ 15,9%), del Chianti (+ 24,4%) e perfino del pecorino prodotto in Sardegna, con una crescita degli imprenditori stranieri del 23,7%. Lo stesso vale per produzioni più di nicchia come il bergamotto, il marrone del Mugello, lo zafferano di San Gimignano.
Tutt'altra storia rispetto all'illegalità che accompagna le dure giornate di lavoro dei braccianti agricoli nel Sud Italia e le vicende tristemente note della piana di Rosarno, in Puglia. 

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