Il colpo di coda dell’inverno, con perturbazioni e drastici cali di temperatura che stanno caratterizzando la prima metà di aprile, preoccupa non poco il comparto agricolo italiano. E in Valtellina si adotta una pratica curiosa e suggestiva per proteggere i meleti dal gelo.
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I raccolti danneggiati dal gelo

Falò e fuochi che hanno acceso le notti dei vigneti francesi, nelle regioni della Loira, della Valle del Rodano e della Borgogna, hanno riportato all’attenzione, negli ultimi giorni, un’antica e suggestiva pratica contadina messa a punto per scongiurare le ondate di gelo tardive, e impreviste. Il colpo di coda dell’inverno, che ha colpito mezza Europa in questo inizio di primavera, ha messo in ginocchio l’agricoltura, chiamata a proteggere le gemme già in formazione per scongiurare danni ingenti ai raccolti, spesso senza fortuna: in Francia, le gelate dei giorni scorsi determineranno per i vigneti perdite stimate tra il 50% (in Borgogna) e l’80% (nella Valle del Rodano) della produzione abituale. E non va meglio in Italia, dove tra le regioni più colpite, Piemonte e Veneto fanno la conta dei danni causati dalle gelate del primo scorcio di aprile, chiedendo che sia riconosciuto lo stato di calamità naturale. Particolarmente colpite sono le coltivazioni di albicocche, ma anche pesche e mele, oltre ai pregiati vigneti di Alba e del Canavese in Piemonte.

Meleti ghiacciati
Foto di Veronica Meleri

Come salvare le mele della Valtellina

In Lombardia, intanto, gli agricoltori della Valtellina combattono un’altra singolare battaglia – non meno scenografica dei falò notturni accesi dai vigneron francesi – per mettere in salvo dal gelo i meleti della valle. Non fuoco, ma ghiaccio è paradossalmente lo strumento alleato dei contadini per proteggere le gemme sbocciate in anticipo con la complicità delle temperature miti che avevano caratterizzato il mese di marzo, prima del maltempo degli ultimi giorni. In Valtellina, le aziende agricole interessate dalla coltivazione di mele sono circa un migliaio; mille anche gli ettari di terra complessivi piantati a meleti. Il 30% di questi frutteti è stato dotato, nel tempo, di uno speciale sistema antibrina, che protegge le piante dall’escursione termica, principale causa delle gelate notturne. Anche in questo caso, a dettare la linea da seguire è una pratica tramandata dalla sapienza contadina, che del gelo fa un’arma per contrastare il gelo. Un paradosso, dicevamo, però molto efficace: durante la notte e nelle ore più fredde della giornata, un getto d’acqua indirizzato sui meleti nebulizza sulle piante un velo protettivo che subito ghiaccia intorno a gemme e boccioli, intrappolandoli in un guscio di ghiaccio che li mette al sicuro, ibernandoli a temperatura costante per il tempo sufficiente a resistere allo sbalzo termico, che brucerebbe le gemme, arrestandone la crescita e compromettendo il raccolto. L’effetto, per chi osserva, è spettacolare, con le piante trasformate per qualche ora in sculture di ghiaccio.

Gemme di melo ghiacciate

L’agricoltura e il cambiamento climatico

La realtà dei fatti, però, è dura: gli impianti di irrigazione montati nelle aziende più all’avanguardia per mettere in pratica il sistema antibrina, negli ultimi giorni, hanno lavorato a ritmo incessante. Questo ha limitato i danni, comunque evidenti: secondo le stime di Coldiretti Sondrio, il bilancio delle perdite sui meleti in fioritura si attesta su una media del 30%, con punte che toccano il 90% in Alta Valle, soprattutto dove gli impianti antibrina non sono entrati in azione. Ma l’entità dell’ultima gelata potrebbe aver vanificato persino gli sforzi dei moderni sistemi di irrigazione. L’evento si colloca nel più ampio e preoccupante quadro di un cambiamento climatico che ha accentuato sfasamenti stagionali e perturbazioni estreme. Un fenomeno che, negli ultimi dieci anni, è costato all’agricoltura italiana 14 miliardi di euro.

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