Esce il primo volume della saga di Monte Pepe firmata da Catena Fiorello Galeano: una storia di riscatto e rinascita, di cucina, vita vissuta e fritti.
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Questo è il primo di 5 libri, che avranno tutti un legame con un prodotto tipico della Sicilia”. Introduce così, Catena Fiorello Galeano, il suo nuovo romanzo dal titolo Cinque donne e un arancino. Primo di una saga che si sviluppa attorno a 5 figure femminili che incroceranno personaggi, storie e sapori sullo sfondo di Monte Pepe, paesino immaginario tra le montagne della Trinacria. Uno di quei posti scoperti da Catena nei giri di presentazioni dei suoi volumi, luoghi “bellissimi” dice, così diversi dalla “sua” Sicilia, che guarda al mare. “Volevo raccontare questa Sicilia di montagna” e per farlo ha immaginato le 5 protagoniste. “Questo libro è un omaggio alle donne della mia terra e di tutto il mondo, sempre così forti e determinate, capaci di rialzarsi e portare in salvo la nave che sta affondando”.

Cinque donne e un arancino. Lo street food della Sicilia

Il primo volume vede Rosa, ormai vedova, rientrare a Monte Pepe. Un ritorno amaro, in un luogo in cui il ritmo lento ha il sapore della rassegnazione, quella che pare soffocare le donne del paesino. Ma non lei, che immagina ancora nuove avventure. La molla è la cucina. Detonatore di storie, emozioni e progetti. Riunisce altre quattro fimmine, diverse per età e caratteri, e con loro insegue il sogno di una rosticceria che offra i migliori arancini della regione. Uno street food, qualcuno lo chiamerebbe, come ce ne sono molti in Sicilia: “buchetti che fanno pane cunzato, spazi minuscoli dove ci si inventa un lavoro di sana pianta” a partire da pochi semplici ingredienti. “Il cibo è per molti un’opportunità di lavoro: cuochi a domicilio, chef, o proprietari di piccoli laboratori come se ne vedono da noi. In questo il cibo è molto democratico”.

Il ruolo della fortuna

La rosticceria si rivela un’impresa complicata: cucinare bene non basta, lo sanno i molti imprenditori che fanno i conti con una clientela difficile, talvolta capricciosa, spesso – soprattutto in questo periodo – timorosa o assente. Ma come per la cucina, anche un buon business plan e le analisi del mercato possono segnare il passo di fronte alla fortuna, quella che cambia la direzione delle cose e aiuta gli audaci. Come audaci sono state Rosa e le altre, che un incontro inaspettato porterà – con i loro arancini – fino oltre oceano.

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La metafora dell’arancino

Seguendo una traiettoria già percorsa dagli emigranti che trovavano conforto alla nostalgia di casa in quella pietanza semplice, replicabile ovunque, perché realizzata con un ingrediente facilmente reperibile ed economico. L’arancino diventa così un simbolo di riscatto, del tanto che si può creare con poco, dentro e fuori la cucina. Emblema di quante cose si possono costruire a partire da un un elemento quotidiano, di quante occasioni esistono per chi le sa vedere. Basta mescolare altri elementi e industriarsi per risolvere problemi. La panatura, per esempio, antico stratagemma per non far rovinare il riso cotto, pare risalga al periodo di Federico II di Svevia.

L’arancino perfetto

Preparare un arancino sembra semplice, ma non lo è. “Ci vuole un maestro, come per il sushi”. Serve abilità per raggiungere un risultato perfetto, per prendere quel cuore di sugo “dove ci sono pepe nero, carne macinata o a tocchetti, piselli, mozzarella filante” e nasconderlo dentro il riso bianco, cosicché al primo morso, quello sulla punta, non si riveli ancora. Si affonda nel riso candido dopo aver superato il primo strato, senza incontrare resistenza: la panatura è fondamentale, non deve essere grossa o dura, ma “sottile, finissima e ben compatta”. Così è l’arancino vero: “è un po’ una metafora dei siciliani; abbiamo la scorza fuori, ma se vai a vedere è morbida morbida, entri subito e trovi il cuore, che è nascosto ma quando si offre ti riempie come il ripieno fa con il palato”.

Il riscatto nel cibo

Non nuova al racconto gastronomico, Catena ha firmato Dacci oggi il nostro pane quotidiano che si muoveva tra ricordi, sogni e ricette di famiglia (una cinquantina, di quella mamma di cui ha assumere il cognome accanto a quello del padre) in omaggio all’identità e alle radici più profonde della sua terra e della sua casa. Perché se è vero che tutte le regioni italiane hanno legami con il cibo, “il cibo è imprescindibile per raccontare questa terra”. Lo dice così, ben consapevole di quanta storia – grande e piccola – si nasconda dietro le ricette, con quei profumi e i sapori che conservano le tracce di un passato di dominazioni, incontri e contaminazioni in cucina, di trasmissione di saperi e sapori: “come nel caso della presenza musulmana che tanta eredità ha lasciato nei ricettari dell’isola proprio a partire dal riso e dallo zafferano”.

Gli altri libri della saga di Monte Pepe

Collegati ma indipendenti, negli altri libri della saga, attesi con cadenza annuale, cambiano protagonista e pietanza principale al centro della storia: granite, cannoli, nero di seppia, caponata. Volumi che tradiscono la passione per la cucina di Catena. Cresciuta “con una mamma troppo brava a cucinare”, in una casa stretta intorno a una cucina semplice, leggerissima, molto vegetale, “anche per necessità, con 4 figli e un solo stipendio”. In cui le cotolette erano di melanzane, lo spezzatino a base di uova e carciofi, e la pasta con la lattuga, la merenda di pane e olio, e l’immancabile granita, con ghiaccio, zucchero, limone spremuto (ma solo quelli verdi) da mangiare a colazione con il pane. Oggi a Roma, dove abita, Catena continua a celebrare quella cucina fatta di niente, di sole, profumi, colori, “la sicilianità ce la siamo portata dietro”. E gli arancini? “Non ti nascondo che il desiderio di Rosa, la protagonista del libro, è un po’ anche il mio. Vorrei aprire una rosticceria, e chiamarla Il Regno degli Arancini”. Se qualcuno fosse interessato…

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Cinque donne e un arancino – Catena Fiorello Galeano – Giunti – 336 pp. – 18€

 

a cura di Antonella De Santis