Dal 2010 Mutti sta monitorando l'impronta idrica della sua filiera produttiva e lo sta facendo in partnership con WWF. L'obiettivo è ridurre del 3% entro il 2015 sperimentando sistemi innovativi per l'irrigazione.
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L’Italia ha un’impronta idrica del 25% più alta della media dell’Unione europea. Il consumo pro capite annuale ammonta a 1.836 metri cubi. A livello globale la situazione non migliora: l’impronta idrica italiana è il 66% più alta della media mondiale, che ammonta a 1.385 metri cubi pro capite l’anno. E se è vero che ad abbassare la media mondiale ci pensano i consumi nelle zone desertiche, è vero anche che in Italia la maggior parte del consumo idrico si registra nell’agricoltura. Abbassarlo del 3% entro il 2015 è l’obiettivo che si è prefisso Mutti, industria nostrana leader nella produzione e trasformazione di pomodoro. A partire dal 2010 Mutti ha monitorato, con WWF Italia e il sostegno dell’Università della Tuscia, i consumi idrici della propria produzione, utilizzando come indicatore di sostenibilità proprio l’impronta idrica dalla coltivazione dei pomodori al confezionamento del prodotto finito. I risultati mostrano come l’impronta dell’approvvigionamento delle materie prime rappresenti il 98% del totale, con il ruolo predominante (84%) della coltivazione del pomodoro. Grazie ai dati estrapolati dal monitoraggio è stato possibile mettere in campo diverse iniziative concrete, una di queste riguarda l’ottimizzazione dell’irrigazione. Mutti ha così coinvolto tutta la filiera agricola in un percorso concreto a favore dell’ambiente sperimentando un innovativo servizio di gestione dell’irrigazione con l’obiettivo di limitare l’uso di acqua ai soli volumi e periodi necessari. Il risultato è che le aziende agricole coinvolte sono riuscite a risparmiare, in media, il 14% dell’acqua. È importante specificare che per impronta idrica si intende l’uso di acqua dolce effettuato nel corso della filiera produttiva. L’acqua impiegata in agricoltura non viene sottratta al sistema, ma rimessa in circolo con delle variazioni. Una parte finisce nei prodotti, un’alta evapora, altra ancora viene ‘contaminata’ dai fertilizzanti. Ma una parte rilevante viene dispersa con i vecchi sistemi di irrigazione cosiddetti a pioggia. Obsoleti e poco efficaci, producono un effetto pioggia sui campi coltivati, disperdendo nell’aria una buona parte dell’acqua utilizzata. I nuovi sistemi, tra cui quelli a goccia, ne limitano l’impiego utilizzando solo il necessario per mantenere umida la terra vicino alla pianta e si attivano grazie a dei sensori di rilevamento piantati nel terreno. In questo modo si localizza l’innaffiatura, risparmiando l’irrigazione in zone non utili e concentrandola sull’apparato radicale della pianta. E un risparmio di quasi un sesto assume un’importanza rilevante quando si parla di milioni di metri cubi di acqua.

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