Sono 200 in tutto i prodotti dell'agroalimentare europeo che l'Ue ha intenzione di difendere con i denti in sede di trattativa per il raggiungimento dell'accordo di libero scambio con gli Usa. L'Italia in testa con la Francia: ecco le specialità di punta. 

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Libero scambio sì, ma con cautela

Ttip: la sigla scelta per indicare l’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti necessita di qualche spiegazione in più, anche se da mesi è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale per l’importanza che il provvedimento riveste in termini di dialogo e integrazione tra due mercati tanto importanti. Acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership, noi il cosiddetto accordo sul libero scambio ve l’abbiamo spiegato qualche mese fa, nel pieno delle trattative negoziali per l’adeguamento degli standard commerciali tra culture molto differenti tra loro, ma non per questo destinate all’incomunicabilità. I settori interessati dal Ttip sono praticamente tutti, ma l’interesse per il comparto alimentare resta uno dei punti più controversi, soprattutto per la necessità di dirimere pratiche fondamentali in tema di qualità e tutela della denominazione d’origine. Nel frattempo le trattative proseguono – siamo ben oltre il decimo round – e i nodi vengono al pettine, per la priorità di concordare elevati standard di sicurezza che rischiano di far slittare la firma dell’accordo di diversi mesi, forse (ma non sicuramente) entro la fine del 2016.

I 200 intoccabili. 42 per l’Italia

Intanto l’Ue si porta avanti con il lavoro, e fa trapelare una lista di referenze gastronomiche oggetto di particolare tutela nell’ambito dei negoziati: un elenco di 200 eccellenze europee pubblicato nei giorni scorsi da Bruxelles, che – come prevedibile – annovera in prima linea Italia e Francia pari merito, con 42 prodotti intoccabili ciascuna (ben 32 formaggi per la Francia). Seguono, piuttosto staccati, Spagna (a quota 25), Germania e Grecia, entrambe con 20 specialità da preservare, ma nel giro d’Europa a tavola sono quasi tutti i Paesi dell’Unione a vedersi riconoscere qualche merito. Se ci concentriamo sulle eccellenze di casa nostra, quelle individuate dagli ispettori dell’Ue sembrano soddisfare le aspettative, come ha riferito l’On. Paolo De Castro che ha commentato positivamente il livello di attenzione dell’Europa per l’agroalimentare di qualità e fatto sapere che i prodotti segnalati costituiscono il 90% del made in Italy gastronomico esportato nel mondo. Storie in arrivo da tutta la Penisola (anche se qualche regione resta inspiegabilmente fuori, vedi le Marche), dall’aceto balsamico di Modena all’arancia rossa di Sicilia, dalla fontina alla mozzarella di bufala campana, dalla lenticchia di Castelluccio di Norcia alle mele dell’Alto Adige, dal pecorino sardo all’olio terre di Bari, dai ricciarelli di Siena al Prosciutto di Parma. E nel novero delle bontà italiane rientrano anche prodotti meno avvezzi ai riflettori, come i kiwi di Latina o la pesca nettarina di Romagna, il quartirolo lombardo o il riso nano Vialone veronese.

In difesa dell’agroalimentare. Ma come?

Prodotti cardine dell’agricoltura europea che l’Unione avrà tutto l’interesse a difendere nella mega operazione transatlantica, adottando una sorta di tutela rinforzata. Come? Riservandosi l’uso esclusivo del nome (e il divieto non ammette neanche storpiature onomatopeiche) e relegando le imitazioni alla dicitura “kind” o “style”: “alla maniera di…”, “tipo…”. Certo è, come ha già fatto notare qualcuno, che per tante eccellenze tutelate, molte altre restano fuori (ma per quelle bastano i vincoli di dop e igp?). Ora l’elenco aspetta di arrivare sul tavolo delle trattative. Vedremo come si comporteranno gli Stati Uniti.

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