È l'autorità dell'Iarc a sancire l'ufficialità di un sospetto che si ventilava da tempo: la carne rossa lavorata può aumentare la probabilità di contrarre un tumore al colon. Per questo va inserita nel primo gruppo di rischio. Ma è il caso di fare allarmismo?

Pubblicità

Il Gruppo 1 dell’Oms. Cos’è

117. Se il numero vi sembra elevato, pensate bene. Sono tanti gli agenti cancerogeni compresi nel cosiddetto Gruppo 1 compilato e costantemente aggiornato dall’International Agency for Research on Cancer (Iarc) dell’Oms. Tra loro sostanze famigerate come l’amianto, il benzene, il fumo di tabacco. Ma anche tanti altri prodotti – l’alcol, per dirne uno – e, da oggi, le carni rosse lavorate (da intendere come carni affumicate, salate, essiccate, fermentate o trattate con conservanti). Certo, che sia preferibile per mille motivi moderare il consumo di carne rossa non è una novità: da tempo l’oncologo Umberto Veronesi sostiene che un’alimentazione squilibrata a vantaggio della carne aumenti sul lungo periodo la possibilità di contrarre diversi tipi di tumore (con un’incidenza del 30% superiore). E solo qualche mese fa una ricerca statunitense (condotta dall’Università di California e dalla San Diego School of Medicine) aveva individuato in uno specifico tipo di zucchero, il Neu5Gc, presente nella carne una molecola dannosa per l’organismo umano, che riconoscendola come estranea sarebbe indotto ad attivare il sistema immunitario, originando un’infiammazione cronica.

Ora è la revisione di oltre 800 studi epidemiologici a motivare il provvedimento dello Iarc di Lione che sta facendo il giro del mondo, spesso con qualche allarmismo di troppo.

La carne rossa fa male. In che senso?

Se è vero che gli esperti riconoscono il rischio connesso al consumo di 50 grammi di carne rossa lavorata ogni giorno (così aumenterebbe del 18% la possibilità di contrarre un tumore del colon-retto), è altrettanto necessario prendere le distanze dalla cattiva informazione, quella che demonizza il consumo di carne rossa, tra l’altro non inclusa nel primo gruppo di rischio, ma solo nel secondo (quello dei probabili carcinogeni per l’uomo) in mancanza di evidenze che confermino il contrario. Insomma, la differenza, come per la maggior parte degli alimenti che consumiamo, la fa il tipo di cottura. E, ovviamente, l’eccessivo consumo, sconsigliato per mille motivi diversi da chiunque abbia a cuore un’alimentazione sana e il benessere dell’organismo.

Pubblicità

Certo, l’ufficialità dell’annuncio non va sottovalutata, ma veder rimbalzare in rete “prime pagine” apocalittiche che demonizzano la carne rossa e i suoi derivati non è certamente modello di buona informazione. E noi prendiamo le distanze. Anche perché, per dirla con le parole del dottor Kurt Straif dell’Oms: “Per un individuo, il rischio di contrarre un cancro colon-rettale a causa del consumo di carni lavorate resta limitato, ma cresce con l’aumentare delle quantità consumate”. E se non bastasse arriva anche il parere autorevole di Dario Bressanini, che si inalbera contro il sensazionalismo di certi giornali: “Anche quando un agente è classificato come ‘cancerogeno’ (gruppo 1) allora NON significa che se lo prendo ALLORA mi viene sicuramente il cancro, come (purtroppo) non significa che se LO EVITO allora NON rischio di avere quel tumore. È sempre un sottile gioco di piccole probabilità che aumentano e diminuiscono. Spiegatelo giornalisti, è il vostro mestiere!”.

Ma, a dire il vero, potete scoprirlo anche leggendo il testo integrale della ricerca pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Oncology.