Si sperimentano varietà autoctone e intanto si affina la coltivazione e la trasformazione di luppoli d'importazione per sviluppare un settore carente che costringe il gran numero di microbirrifici italiani a rifornirsi all'estero. Intanto nasce l'Autorità di Certificazione per promuovere un comparto nazionale della preziosa materia prima brassicola. 

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Birra artigianale e innovazione agricola. Binomio possibile

Birra artigianale e food start up. Difficile immaginare un binomio più attuale nell’Italia della giovane imprenditoria che guarda al business del food&beverage per ritagliarsi un posto al sole. Se il fenomeno birra artigianale made in Italy – che vent’anni fa muoveva i primi passi – sembra aver trovato uno sprint lungi dall’esaurirsi (oggi sono circa ottocento i microbirrifici sul territorio nazionale, nonostante gli ostacoli di un sistema fiscale che penalizza la produzione con accise tagliagambe), il boom delle giovani imprese che investono nell’agroalimentare e nella ristorazione alternativa è realtà più recente, incentivata dagli incubatori pubblici o compartecipati che finalmente stanno conquistando terreno anche a casa nostra.

E anzi, l’agroalimentare si delinea sempre più concretamente come settore privilegiato per scommettere sull’innovazione tecnologica e la creatività fresca delle nuove generazioni, con risultati significativi premiati a livello internazionale. Nasce in quel vivaio vivace che è la campagna emiliana (dove secondo Coldiretti negli ultimi quattro anni si sono iscritte al registro delle imprese quasi novecento nuove aziende) il progetto Hops di Gabriele Zannini ed Eugenio Pellicciari, entrambi trentenni e un obiettivo chiaro: fornire al tessuto capillare di microbirrifici nazionali luppolo coltivato in Italia.

Luppolo italiano. L’esempio modenese di Hops e un nuovo decreto in materia

A Marano sul Panaro, per la precisione, in provincia di Modena, dove nel 2014 l’azienda ha avviato la produzione di quella materia prima dalla proprietà aromatiche, amaricanti e antibatteriche indispensabile per il settore brassicolo (sin dai tempi di Hildegard Von Bingen, la monaca tedesca con ambizioni da naturalista che ne sdoganò l’utilizzo già nel XII secolo, tra le mura del monastero di Rupertsgberg), eppure raramente coltivata in Italia, nonostante la forte domanda. La start up è stata avviata in collaborazione con il Comune e l’Università di Parma, e qualche giorno fa ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dell’Agricoltura, che premia l’Italian Hops Company come unica coltivazione ufficiale di luppolo sul territorio nazionale, dove peraltro si muove il mondo dei birrifici agricoli – Baladin in testa – che coltivano da sé luppoli autoctoni da usare in produzione. L’investitura arriva in occasione del decreto 4281/ 20 luglio 2015, che avalla l’insediamento di un’Autorità di certificazione in materia; il compito è affidato a un organismo già esistente – la Direzione generale delle politiche internazionali e dell’Unione europea (Piue), presso il Dipartimento per il coordinamento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale– che d’ora in avanti promuoverà un lavoro organico sulla produzione di luppolo nazionale, incentivando sperimentazione e applicazione di varietà autoctone.

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Coltivare il luppolo. I primi passi dell’Italia

Proprio come è avvenuto a Marano, dove il confronto con realtà già affermate in Germania e Slovenia ha aiutato a mettere a punto un metodo di coltivazione biodinamico di qualità, sostenuto dall’importazione di macchinari per la trasformazione della parte utile della pianta, i fiori femminili contenenti alte concentrazioni di luppolina. E in attesa di perfezionare le varietà autoctone, a Modena sono arrivati i semi di luppoli americani che impiantati sui due ettari di terreno dell’azienda agricola Re Laurino di Cognento hanno restituito ottimi risultati e sono pronti per essere commercializzati.