Vino: l'invecchiamento sott'acqua piace anche in Italia e si moltiplicano le esperienze. C'è però chi preferisce le acque dolci del lago d'Iseo: è Alessandro Belingheri dell'Agricola Vallecamonica.
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E poi a un certo momento è successo. È successo che l’ultima frontiera in fatto di bollicine sia diventata l’acqua. No, non quella da bere, ma quella dei fondali. Sott’acqua infatti, a una certa profondità, sono garantite le tre condizioni ideali per l’invecchiamento: l’assenza di luce, temperatura costante e immobilità. E tra i progetti più noti (e più onerosi) c’è quello della cantina Veuve Clicquot, appena immersa nel Mar Baltico: un’idea nata dal ritrovamento nel 2010 nell’arcipelago delle Aaland – fra Svezia e Finlandia – di una nave affondata intorno al 1880. A bordo, i sommozzatori trovano 168 bottiglie di un liquido che pare vino. È champagne con il logo VCP – Veuve Clicquot Ponsardin – che faceva parte di una cospicua fornitura diretta verosimilmente alla corte degli zar, grandi consumatori di Champagne. Dieci di quelle quarantasette bottiglie vengono restituite alla casa madre e, protette come fossero reliquie, sono sottoposte a esami, analisi ed esperimenti di ogni tipo. Finché, nel maggio del 2012, una è destinata a un’esclusiva degustazione dallo stupefacente risultato: del perlage, cioè delle bollicine, la traccia è quasi impercettibile, ma il vino è integro. Evidentemente gli alti standard di lavorazione già allora praticati e la stessa qualità delle bottiglie, dei tappi e dei sigilli hanno protetto il vino.

Ecco perché ha preso il via un progetto incredibile, che soltanto qualche settimana fa è stato rivelato e avviato: A cellar in the sea una cantina nel mare, ovvero lo studio e la sperimentazione nell’arco di cinquant’anni del processo di invecchiamento dello Champagne nelle condizioni “naturali” che il fondo del mare può garantire, e cioè l’assenza di luce, la temperatura costante, l’immobilità. I tecnici di Veuve Clicquot hanno concepito e realizzato un contenitore ritenuto ideale per l’invecchiamento sott’acqua, il Caveau d’Aaland, che è stato stipato d’una selezione delle famose yellow label in formato classico e magnum, di Vintage Rosé millesimato 2004 e di Demi Sec. Il 18 giugno scorso il contenitore è statoimmerso a quaranta metri di profondità, accanto al relitto ritrovato quattro anni fa. D’ora in poi sarà monitoraggio continuo (e costosissimo).

In Italia, la febbre ha attecchito in modo più artigianale. Il pioniere è stato Piero Lugano – titolare dell’azienda vinicola Bisson di Chiavari – che già nel 2009 posò in fondo al golfo di Portofino 6.500 bottiglie di Abissi-Riserva Marina di Portofino. La Tenuta del Paguro di Brisighella conta di arrivare a 10mila bottiglie l’anno di Merlot, Sangiovese, Albana e Cabernet che immerge dal 2010 nel relitto di una piattaforma petrolifera al largo di Ravenna. Sempre in Adriatico, ma più a Nord, il vino rosso di Ornella Molon Traverso viene affinato in barrique – per sei mesi – nella Laguna di Caorle dove diventa Lagunare Rosso, bordolese classico con uvaggio Merlot e Cabernet. E’ invece il bianco simbolo della Sardegna, il Vermentino DOC a essere protagonista nel progetto di Santa Maria La Palma che ha appena immerso 700 bottiglie nell’Area Marina Protetta di Capo Caccia, nei pressi di Alghero.

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E poi c’è il seguace – l’unico – dell’acqua dolce, quella del piccolo bellissimo Iseo. Si chiama Alessandro Belingheri, classe ’78, cresciuto a Darfo, approdato ad Artogne, ma si sente “più camuno che bresciano o sebino” dice. Il motivo è presto detto:“perché qui in valle si coltivavano i vigneti già nel 16 a.C. e io mi sento un po’ loro erede”.

Scoperta la terra grazie agli zii, si innamora del vino al ristorante dei suoi: ecco allora i corsi di sommelier, le fiere del settore, le visite in cantine. Risultato: nel 2004 – quando nasce il disciplinare IGT per la Valle Camonica – fonda la sua azienda, l’Agricola Vallecamonica,autofinanziandosi. Solo produzioni autotocne e tradizione: i terreni di Cividate Camuno e Berzo Inferiore danno origine al Ciass Negher(che in dialetto significa “mi piace il vino nero”), vitigno a bacca rossa antichissimo secondo alcuni, mentre dall’Annunciata di Piancogno nascono i vini bianchi. C’è anche il Passito “Ho deciso di fare il primo Passito della Valle Canonica solo quando ho scoperto che ne facevano uno simile nel 1500”.
Oggi la sua azienda si assesta sulle 15mila bottiglie l’anno. E continua un percorso che mette insieme il rispetto della storia e innovazione, conditi da un po’ di coraggio: l’idea è del 2009. “Avevo letto che a fine anni ’90 i croati avevano fatto i primi esperimenti, poi ho conosciuto che la cantina ligure Piero Bisson aveva provato a spumantizzare il suo vino a Portofino” racconta, e aggiunge “perché non provare sotto casa?”.Non è quesitone facile: una ventina di permessi da enti e associazioni locali, il robot della Protezione Civile per scegliere il fondale migliore, la modifica delle casse per contenere le bottiglie. Arriviamo al luglio 2011, quando circa 1500 bottiglie, esito della vendemmia 2010, divise in tre casse, vengono posizionate a 40 metri di profondità, nelle acque davanti Peschiera Maraglio.
Il vino, realizzato solo con uve rosse, si chiama Nautilus: spumante Metodo Tradizionale – quindi non è un Franciacorta – senza aggiunta di zuccheri. Il risultato lo racconta lui stesso: “Le abbiamo recuperate un anno dopo, erano diverse dal solito:la temperatura di 5 gradi e la pressione di 4 bar costanti avevano reso le bollicine più buone e persistenti. E sono piaciute al pubblico che per me è la cosa più importante”.

A questo punto è iniziata la produzione in modo regolare: il vino della vendemmia resta in cantina sino al giugno successivo, poi viene immerso nelle acque dell’Iseo dove è lasciato per un anno. Una volta riportato a galla, passa altri sei mesi in cantina, quindi va in vendita: un ciclo di circa due anni, ma l’idea è provare ad allungarlo. “Non ho ancora deciso quando recuperare le 4.000 bottiglie calate nel 2012 come per le 4.000 appena scese non escludo di arrivare al 2017. Quanto ai numeri dipende solo dalla quantità e qualità della vendemmia, non uso e non voglio usare artifizi o soluzioni non naturali” sottolinea il patron di Artogne. Una scelta, quella di Belingheri che implica spese maggiori e l’impossibilità di vedere, controllare le bottiglie: “Fa parte della mia scelta. Ogni volta che tiriamo su una cassa e apriamo una bottiglia, mi emoziono come un bambino: come sarà quest’annata? La tecnologia ci ha dato molto ma anche tolto troppe cose: lasciatemi almeno questa sorpresa”.

Agricola Vallecamonica | Artogne (BS) | via XXV Aprile, 11 | tel. 335.5828410 – 0364.599088 | www.vinivallecamonica.com

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a cura di Maurizio Bertera