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Lo chiamano Grande Salento, tutto quel territorio che dalla provincia di Brindisi va fin giù al tacco d'Italia. Una pianura padana del Sud con molto più sole e colori. Pianeggiante allo stesso modo ma con un tesoro inestimabile in più, il mare. E quello cambia tutto e lo senti in quello che mangi e che bevi.

 

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Come nei vini che qui sono tanti e diversi tra autoctoni e alloctoni. Anche la Puglia tuttavia da qualche anno ha puntato sul campanilismo enologico e si è tenuta in casa vini che anni fa viaggiavano in grossi camion per andare ad arricchire mosti un po’ esangui. I vitigni del posto hanno tra i nomi più belli del panorama ampelografico italiano: primitivo, negramaro, susumaniello.

 

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Le Tenute Rubino sono a Brindisi. Luigi, il proprietario, sottolinea più volte la vocazione agricola dell’azienda: vino soprattutto ma anche grano, carciofi e olio.  Tutto sommato l’attività è anche recente – una trentina di anni-  ma la rivendicazione a un passato arcaico – quello dei Messapi – è sottolineato in rosso. Si vinifica a Brindisi, ma la tenute sono quattro e si estendono dalla dorsale adriatica fino all’entroterra brindisino. Le uve raccontano così i diversi terroir assieme alla ventilazione che sale dal mare.

 

Le etichette sono undici, in gran parte monovarietali. Molto “marittimo” il Giancola 2010 un Igt Salento di malvasia bianca. Le vigne sono a 100 metri dal mare e quella sapidità la ritrovi in bocca senza ambiguità. Ha un’entrata non molto elegante, ma una certa rusticità ed è quello che lo rende assai distinguibile.

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Tra i rossi ne scegliamo due a base di susumaniello (il cui significato è somarello nero). Il primo, l’Oltreme 2011 proviene da un vigneto giovane e così si rivela: fresco e croccante con una leggera speziatura. Un vino da consumare in assoluta leggerezza conviviale. Il suo fratello maggiore, il Torretesta, vanta vigneti ottuagenari e una maggiore complessità gusto-olfattiva. L’imprinting è tuttavia lo stesso: una beva semplice ma non ruffiana e orgogliosamente autoctona. Il susumaniello c’è solo qui, nella provincia di Brindisi, per un numero di ettari che non supera i quaranta.

 

 

Le Cantine Agricole Vallone hanno il quartier generale a Carovigno, residenza estiva delle due proprietarie. 600 ettari, di cui 150 vitati. Anche qui il vino fa compagnia al grano, ai carciofi ai seminativi e all’olio. La tenuta di Castelserranova è circondata da ulivi plurisecolari che somigliano a guardiani giganti. L’anfitrione qui si chiama Donato Lazzari, agronomo dell’azienda dal 1962, che alterna empirismo e scienza agronomica. Si fa ancora vendita di vino sfuso per un buon 60 per cento che prende le vie dell’ estero, in particolare Svezia e Inghilterra.

 

A Castelserranova assaggiamo il Fiano, l’uva che viene coltivata proprio nei dintorni della masseria e che sarebbe originaria della Valle d’Itria. I terreni  calcarei e appena coperti da uno strato sottile di argilla danno un vino che sa di roccia ma anche di brezze marine, con una sapidità che accompagna alungo il finale di bocca. Nel bicchiere si porta dentro le erbe aromatiche che si trovano tra i muretti a secco che circondano il vigneto. Il rosso qui si chiama soprattutto Graticciaia, un nome che rimanda alla tecnica di appassimento delle uve sui graticci e che ancora oggi vengono aggiunte al mosto. Se il negramaro è l’uva simbolo del Salento, questo vino è la sua celebrazione. Il 2008 ha personalità da vendere: ferro, inchiostro, organico, qualche nota ancora erbacea e tanto balsamico.

 

Dalle terre di Avignonesi in Toscana a Cellino San Marco, il viaggio della famiglia Falvo è ricco di coerenza. Stesso rigore e medesima ricerca della sincerità nei vitigni autoctoni. La Masseria Li Veli è stata per molti anni un punto di riferimento importante per tutta l’agricoltura meridionale. Il suo fondatore, il marchese Antonio de Viti de Marco, senatore e accademico dei Lincei, fu tra i pochi intellettuali italiani a non firmare il Manifesto degli intellettuali fascisti.

 

I Falvo, venduta Avignonesi, hanno deciso di dedicarsi a questa masseria acquistata nel 1999 e che conta 33 ettari vitati, quasi tutto a negramaro, primitivo e susumaniello e ad alberello pugliese.

 

 

Il sistema d’impianto adottato è il Settonce, uno schema esagonale fatto da sette piante che consente una buona circolazione dell’aria e un’ insolazione massima delle chiome. Tra le viti, che formano filari in tutte le direzioni, c’è meno di un metro di spazio, da qui la necessità di un’attenta raccolta a mano dei frutti. Questi terreni calcarei e argillosi, con sabbioni e tufi, danno vini potenti e generosi di materia.

 

 

Così è il Montecoco da uve primitivo, un vino “estremo” che segna oltre 16 gradi alcolici. La beva è densa senza essere pesante né stucchevole,  l’entrata è d’urto e regge fino al finale di bocca grazie a una bella acidità che sostiene il sorso carico di corpo. La prugna è affascinante e austera calibrata da note balsamiche. Da segnalare anche l’ Askos Verdeca 2011, un bianco della Valle d’Itria con verdeca e fiano minutolo. Colpisce per la sua scarsa esoticità e per la fresca spalla acida. Grano, fieno ed erbe aromatiche al naso, forte sapidità in bocca.

 

La Candido è una delle aziende storiche di Puglia. Il primo vino risale al 1929. Il pioniere si chiamava Francesco. Oggi i titolari portano i nomi di Alessandro e Giacomo. Anche qui le tenute sono due, quella di Guagnano, dove vengono trasformate le uve, e quella di San Donaci – giusto al confine tra le province di Brindisi e Lecce – dedicata all’affinamento per un totale di 140 ettari vitati.

 

Giacomo Candido è un signore d’altri tempi, ma con il sorriso da ragazzo. Un destino inelluttabile il suo: sottovoce ci racconta che avrebbe voluto occuparsi di Diritto, ma c’era quest’azienda che portava il suo stesso cognome e che non poteva essere abbandonata.  E’ come dire che si può portare avanti bene una realtà vitivinicola anche senza la vocazione assoluta. La conduzione in effetti è ineccepibile.

Beviamo tutta la gamma di 16 etichette e non ce n’è una sbagliata. Corretti, franchi e dall’ottimo rapporto qualità/ prezzo. Per stessa ammissione di Giacomo, la Candido non ha l’obiettivo del grande vino. Qui parliamo di 2 milioni di bottiglie, il cui 65 per cento viene spedito all’estero. La Carta, la famosa etichetta di Salice Salentino, ne fa da sola un milione, che tradotto significa che parte del successo internazionale dei vini pugliesi è legato al nome Candido.

 

 

In realtà un grande vino c’è eccome. E’ il Cappello del Prete, un rosso Igt, profondamente salentino. Da Uve negramaro, questo 2007 ha avuto una macerazione lunga in acciaio e poi passaggio in barriques per l’invecchiamento. Grande struttura, zero ruffianità, morbido ma non eccessivo, anche austero senza essere chiuso o incomprensibile. Un vino quasi arcaico.

 

 

Francesca Ciancio
21/06/2012