Nascerà ufficialmente a marzo il consorzio della nuova Doc delle Venezie, ed è pronto ad accogliere il contributo di tutti. Ma, se i vignaioli trentini dicono no, negli Usa è Pinot Grigio mania. Anche Lady Gaga pronta ad entrare nel business?

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La nascita del super Consorzio

Step by step, il Pinot Grigio avanza. La grande Doc interregionale “delle Venezie”, che comprende in maniera trasversale i territori di Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia, procede a piccoli passi verso il traguardo, superando gradualmente importanti tappe intermedie. L’ultima è stata l’invio dello statuto consortile al Ministero per le Politiche agricole, annunciato alcuni giorni fa a Verona. La prossima sarà quella del 2 marzo, che sancirà la nascita ufficiale del consorzio di tutela, la sua costituzione. Non si sa ancora quanti saranno i soci, non si sa ancora quante saranno le produzioni rivendicate. Per ora, la Doc Pinot Grigio “delle Venezie”, e la collegata Igt “Trevenezie”, sono un’affascinante incognita ma dalle grandi promesse. Perché, potenzialmente, i circa 21 mila ettari distribuiti tra Veneto (11.500), Friuli Venezia Giulia (6 mila) e in Trentino (2.800), pari all’85% della superficie nazionale di Pinot Grigio, potrebbero valere 2 milioni di ettolitri, che tradotto in bottiglie significa 260 milioni. Numeri che potrebbero fare di questa Doc un mostro buono, capace di affrontare l’agguerrito mercato globale con armi ben più affilate rispetto a ora, e con una dimensione quantitativa consona, al pari di quanto sta facendo il tanto decantato, e affermato su scala globale, Prosecco.

Perché una nuova Doc?

Un’operazione esclusivamente di taglio commerciale? Non ci sta Albino Armani, al timone dell’Associazione temporanea di scopo (Ats), che da un anno e mezzo lavora al progetto col coordinamento tecnico e il supporto istituzionale dell’Unione italiana vini di Antonio Rallo. Anzi, ci tiene a sottolineare i vantaggi e la bontà dell’operazione a tutti i livelli e per tutte le categorie produttive. A partire dalle migliaia di viticoltori coinvolti che potranno produrre vini sotto il marchio di una Doc riconosciuta, e riconoscibile, sostenuta da un consorzio con tutte le carte in regola e, soprattutto, in grado di tenere sotto controllo le produzioni. “Per prima cosa, non esiste una denominazione che non abbia dietro di sé un consorzio forte. In questo momento” afferma Armani “abbiamo la possibilità di fare ordine, disegnare la piramide e garantirla. Ma, soprattutto, darle più valore e, di certo, non sminuirla. Io sono convinto che questo progetto farà bene in particolare ai viticoltori più piccoli“.

L’occasione è ghiotta. Del resto, c’è bisogno di un deciso rilancio per questo vino bianco, originato da un vitigno che è la quarta varietà più coltivata in Italia (+144% negli ultimi cinque anni) ma che, se si guarda alle produzioni, si ritrova disperso qua e là tra le varie Doc e Igt regionali. Il motivo della nascita della superdoc sta anche qui. Razionalizzare e fare sistema per essere competitivi.

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Quale mercato per la neo Doc?

Perché negli ultimi tempi, il mercato non sembra sorridere particolarmente a questo bianco, che – va ricordato – negli Stati Uniti (primo cliente del vino tricolore) è sinonimo di Made in Italy e resta uno dei più apprezzati dai consumatori, vecchi e nuovi. Rilancio necessario, quindi, se si guarda alle quotazioni alla produzione che, secondo le rilevazioni Ismea, sono ben lontane (oltre 15% in meno) da quelle del 2013 e 2014, quando i vari Pinot Grigio Igt Veneto, delle Venezie e Marca trevigiana erano ampiamente sopra i 10 euro a ettogrado. L’ultimo rilevamento, invece, le vede al di sotto dei 9 euro a ettogrado, non accadeva dal settembre 2015.

Un consorzio e una Doc sono gli strumenti con cui sarà possibile riorganizzare e valorizzare l’intera produzione del Triveneto, che è un riferimento nazionale per questa varietà“, afferma il presidente di Uiv, Antonio Rallo, che guida anche il Consorzio Doc Sicilia e che, come tale, ben conosce l’importanza di mettere a sistema le produzioni di un territorio, in funzione della tutela e della promozione sui mercati. Armani, probabile futuro numero uno del consorzio della Doc “delle Venezie”, è cauto. L’attuale fase di passaggio è particolarmente delicata: il nodo da sciogliere è quello delle grandi cantine che oggi imbottigliano il Pinot Grigio fuori dalla zona di produzione, ad esempio in Piemonte, in Lombardia, in Toscana. Quando tutto sarà a regime sono previste, ovviamente, delle deroghe all’imbottigliamento. Per ora è importante coinvolgere i maggiori brand e renderli attivi in questa partita, a cominciare dalla possibilità di entrare a far parte del consorzio. “Siamo consapevoli che dovrà accogliere tutti, perché c’è bisogno di tutti per pianificare il futuro della Doc. Il Pinot Grigio” sottolinea Armani “è un vitigno diffuso in tutto il mondo, lo si produce in California, in Australia e non solo. È un vino del mondo su cui, pertanto, c’è grande competizione“.

 

Il lavoro sulla qualità

E in Italia, in particolare nel Triveneto, il Pinot Grigio potrebbe trovare una sua espressione, un valore aggiunto, pur mantenendo le caratterizzazioni territoriali di ciascuna zona. “Il vantaggio di essere uniti ci consentirà di innalzare il livello qualitativo a partire dal lavoro in vigna. Per questo, il consorzio dovrà farsi promotore di una guida al miglioramento gestionale sia da un punto di vista agronomico sia da quello ambientale, che possa guardare alla sostenibilità“. In sostanza, una fase di educazione e di ricerca rivolta ai viticoltori. “Ma c’è anche un vantaggio tecnico” aggiunge Armani “che deriva dal fatto che nel Triveneto c’è una viticoltura avanzata, fatta da imprenditori giovanissimi, con una forte attenzione ai cloni, con la gran parte dei vigneti irrigati (il disciplinare prevede l’irrigazione di soccorso; ndr). Allora, possiamo dire che il Pinot Grigio risponde davvero a una viticoltura moderna, dalla pianura alla collina, con viticoltori di eccellenza“. Va anche detto che (pur sapendo che il metodo di conduzione dei due vitigni sia ben diverso) oltre il 60% della base produttiva del nascente consorzio, si stima, coltiva il Pinot Grigio e anche Glera per il Prosecco.

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Il modello Pinot Grigio

Sul versante dei controlli, si gioca una gara parallela. La neonata società Triveneto certificazioni sarà garante della qualità e delle quantità di questa Doc. Metterà a disposizione una banca dati nata dalla sinergia di quattro attuali enti di certificazione (Siquria, Valoritalia, Ceviq e Camera di commercio di Trento) per tenere sotto controllo i numeri. Dall’altro lato, curerà le commissioni di degustazione per provare a definire uno “stile” Pinot Grigio del Triveneto, pur con le sfumature, le peculiarità territoriali e aziendali: “Potremmo dire di essere gli unici al mondo” rileva Armani “a disporre di una Doc sovraregionale valutata da un panel univoco di degustatori“. E dopo la vendemmia 2017, il 2018 sarà l’anno in cui il consorzio tirerà le somme: saprà quanta produzione è stata rivendicata a Doc, quanta a Igt, conoscerà il peso rispettivo di viticoltori, trasformatori e imbottigliatori. Il focus a quel punto sarà regolato e sarà più chiara la fotografia del fenomeno. Ora, invece, è tutto più sfumato.

 

La fase attuale e gli obiettivi futuri

La fase attuale somiglia alla costruzione delle fondamenta di una grande casa. Come fa notare il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, questo progetto consentirà la “riorganizzazione del sistema delle Doc verso un modello di aggregazione territoriale e produttiva che faciliterà la promozione e valorizzazione identitaria del Pinot Grigio“. Nella speranza che il modello possa essere “esportabile in altre situazioni“. Il numero uno di Cia, Dino Scanavino, non ha dubbi: “Finora il Pinot Grigio era un figlio di nessuno e subiva un mercato avverso. Una produzione dalla mole così vasta, senza identificazione chiara col territorio, rischia di stare alla mercé delle speculazioni. Qualificarlo in questo modo è una scelta intelligente dalla quale trarranno vantaggio innanzitutto i viticoltori“. Sostegno convinto al progetto anche da parte dell’Alleanza delle cooperative italiane con Ruenza Santandrea, coordinatrice del settore vitivinicolo: “L’operazione è, da un lato, di natura commerciale ma, allo stesso tempo, avrà una ricaduta positiva sul reddito degli agricoltori. Il Triveneto sta lavorando da tempo su questo vitigno e forse proprio averlo ancorato a un determinato territorio rappresenterà il valore aggiunto della Doc per tutta la filiera“. Uno degli obiettivi non dichiarati di questo progetto è far sì che da un ettaro coltivato a Pinot Grigio, con una resa intorno a 160 quintali di uve, si possa ricavare annualmente in media una cifra tra 9 e 10 mila euro: un limite di sostenibilità economica, che oggi non è garantito. Anche questo è un obiettivo. Forse, davvero, quello più importante.

 

I contrari. Vignaioli del Trentino: “Né Doc né Igt”

Ma non tutti sono d’accordo con la nascita della nuova Doc. Lo hanno scritto nel loro manifesto produttivo che non utilizzeranno mai né la Doc Pinot Grigio “delle Venezie” né la Igt “Trevenezie”. I 60 produttori aderenti al Consorzio vignaioli del Trentino, presieduto da Lorenzo Cesconi, sono più che mai decisi ad andare avanti per la propria strada, in coerenza con quanto fatto finora. “Di fatto” spiega Cesconi “l’operazione trasforma la vecchia Igt in una Doc, portando la resa da 190 a 180 quintali per ettaro: un limite troppo alto per una varietà così poco produttiva come il Pinot Grigio. La resa media dei nostri aderenti, che continueranno a utilizzare per il proprio Pinot Grigio l’Igt delle Dolomiti, è di circa cento quintali. Un limite che noi trentini consideriamo consono con una viticoltura che possa dirsi sostenibile“. Per i Vignaioli, l’ingresso del Trentino in questo progetto sa di sconfitta: “Significa che dobbiamo affidarci ad altri per andare avanti“. E se l’operazione avrà successo? “Allora mi complimenterò con Albino Armani“.

 

Note dal disciplinare

La Doc “delle Venezie” ammette le tipologie Pinot Grigio, anche frizzante, Pinot Grigio spumante (da dosaggio zero a dry) e bianco. La base ampelografica è costituita per un minimo dell’85% da Pinot Grigio e per un massimo del 51 da vini territoriali come Garganega, Verduzzo, Tocai friulano, oltre ad alcuni internazionali come Chardonnay, Pinot bianco e Muller Thurgau. Tuttavia, per dieci anni dall’entrata in vigore del disciplinare è consentito usare anche altri vitigni a bacca bianca. La zona di produzione comprende la Provincia di Trento e le Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto. La resa massima di uva non deve superare i 180 quintali per ettaro.

Il Pinot Grigio predilige terreni leggeri che sgrondano, ambienti ventilati e sbalzi termici che ne esaltano i profumi. Al naso, si caratterizza per aromi di fiori bianchi e sentori di pera, mela verde e frutta tropicale, ha buona struttura e piacevole freschezza.

 

Il Pinot Grigio di Lady Gaga

Pinot Grigio girls, pour your heart out…“, canta in una sua recente hit Lady Gaga, cantautrice e musicista americana di origini italiane (al secolo Stefani Joanne Angelina Germanotta). La popstar potrebbe presto lanciare il suo brand vitivinicolo entrando nel business delle bevande. Il marchio “GrigioGirls”(titolo di un brano del suo ultimo album ‘Joanne’, a sua volta nome della trattoria gestita dai genitori a New York), secondo la stampa statunitense, sta per arrivare sul mercato. Un segno della straordinaria forza e del legame inscindibile degli americani con questo vino. E, se vogliamo, anche il segno che, con la Doc unica, l’Italia del vino, forse, ci ha visto giusto.

 

a cura di Gianluca Atzeni

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 9 febbraio

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