Chia, i colori del vino

14 Dic 2011, 16:58 | a cura di Gambero Rosso
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È proprio il caso di dire, l’arte nella bottiglia. Ma stavolta non parliamo solo del vino che essa contiene, il riferimento è all’etichetta che la caratterizza. Soprattutto se porta la firma di Sandro Chia, uno dei maestri indiscussi dell'arte contemporanea, ma anche tra i maggiori produttori di vi

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no in Italia (è stato lui nel 1984 a restaurare Castello Romitorio, sulle colline di Montalcino, dove adesso sorge la sua azienda).

Quanto del suo vino possiamo ritrovare nell’etichetta che lo rappresenta?
Di solito utilizzo immagini che riprendono l’idea del vino: da Dioniso in primo piano ai vigneti sullo sfondo, dal particolare di un grappolo d’uva  ai colori rossi e violacei. Ma preferisco che sia il vino a “parlare”: lui si esprime e dopo nasce l’immagine che lo rappresenterà.

Ma non sempre è così …
A volte mi è capitato di usare delle “citazioni”di dipinti che avevo già realizzato, come nel caso di uno degli ultimi arrivati, l’Igt Toro: mio figlio Filippo ha ritrovato tra i miei vecchi lavori l'immagine di un improbabile torero su uno sfondo di colline maremmane. È molto teatrale. Ci è sembrata subito giusta per questo vino che ne ha preso il nome.

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Facciamo un salto nel passato: se Toro, con relativa etichetta, rappresentata una delle ultime idee, cosa ci dice della prima produzione?
Era il  1984: volevo che il primo  vino avesse il nome del Castello, Romitorio, ed ero impaziente di crearne l’etichetta. Venne fuori l’immagine del castello con  le vigne attorno e un antico romano assonnato in primo piano. Un’immagine che descrive bene la storia del posto: sede dei romiti, i romani che avevano disertato la guerra e si erano rifugiati in queste terre. Tra questi anche Sant’Antimo che qui si era ritirato in meditazione.

 

Anche per lei, come sant’Antimo, il Castello è luogo di meditazione e inspirazione per le sue opere d’arte…e per le etichette?
Anche. In particolare l’inspirazione per le etichette avviene nella saletta degustazioni. Ma non sempre. Altre volte  l’ideazione avviene in modo improvviso durante un viaggio. Ma una costante è la collaborazione familiare.

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A proposito di viaggi, in America lei è molto conosciuto e apprezzato per i suoi quadri. Vale lo stesso per il vino?
L'America è un interlocutore importante sotto ogni aspetto della mia attività. Ma c'è un aneddoto curioso che ancora oggi mi fa sorridere : nel 1985 produssi il mio primo Brunello di Montalcino con l'etichetta di Bacco nudo che continuo ad utilizzare in tutto il mercato mondiale. In tutto tranne in quello statunitense dove l'immagine venne reputata pornografica e per questo censurata. Per esportare il mio vino oltreoceano senza scandalizzare il mercato Usa fui costretto a creare un'etichetta  ad hoc.

 

Etichette a parte, la sua attività di produttore ha in qualche modo modificato il suo rapporto con l’arte e il modo di realizzarla?
Spero di sì. Tutto ciò che accade nella vita in qualche modo condiziona il  modo di trasmetterlo sulla tela. Alla base delle due discipline c’è comunque la terra, il contatto con la natura, la luce. Mi sono avvicinato al mondo dell'enologia proprio perché volevo andare all’origine del fare. Che si parli di vino o di quadri ha poca importanza.

 

di Loredana Sottile

14/12/2011

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