Come si beve a Roma? Proviamo a rispondere attraverso i feedback dei piccoli distributori di vino in città.
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Dopo Napoli, approdiamo a Roma per capire quali sono le tendenze in fatto di consumi di vino, con la complicità dei piccoli distributori che ogni giorno toccano con mano le richieste degli addetti ai lavori e i nuovi trend del settore. Ecco quali sono le tendenze del bere a Roma.

Il boom dei vini naturali

Oggi a Roma vanno i vini non molto conosciuti, le denominazioni inferiori, i vini alternativi”. Parola di Piero Guido (Il Buongusto) che lavora nella distribuzione da 35 anni. Un’eternità se si pensa a quanto siano cambiati i gusti e le abitudini dei consumatori. “Negli anni ’90”, racconta Guido, c’erano i vini che uscivano dalle cantine sociali, solo successivamente gli si è dato un brand e si è percorsa la strada dell’industrializzazione, perdendo aderenza al territorio, anche perché i consumatori compravano fondamentalmente il brand e non il vino. Ora c’è, fortunatamente, un ritorno all’artigianato di qualità: meno tecniche invasive e più semplicità”. Secondo Alfonso Scarpato (So2 Distribuzione, che ha da poco aperto un’enoteca nel quartiere Pigneto di Roma) un ruolo fondamentale in questo cambiamento ce l’hanno avuto i vini naturali: “Grazie ai naturali i consumatori hanno scoperto che il vino ha ben altri confini, hanno per esempio accettato di buon grado l’acidità e hanno sdoganato determinati parametri, come la limpidezza o il residuo presente”.

Certo, Scarpato, che distribuisce “in maniera talebana” solo vini naturali è di parte, ma è innegabile che in questi anni a Roma, e in Italia in generale, l’interesse per questi vini sia aumentato. Con i pro e i contro che ne derivano: “L’interesse è cresciuto di anno in anno, l’unico problema è che la fetta di mercato, che prima stava circa al 4%, ora sta pian piano aumentando, includendo, ahimè, vini che simulano i naturali, ma che non lo sono”. L’altra faccia della medaglia è altrettanto innegabile: “I produttori sono sempre più bravi e i difetti inizialmente tipici dei naturali o non ci sono o sono meno evidenti; che poi per i puristi, anche questo è un dato negativo!”.

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Group of young people having drinks at restaurant

Le tipologie e le regioni più “bevute”

A istillare il seme del dubbio ci pensa Paolo Trimani, che, oltre ad essere uno dei soci della famosa enoteca romana, distribuisce pure. “I vini naturali (o naturisti, a seconda se sono buoni o meno) vengono venduti e consumati solo da una certa categoria di persone. Li trovi, per esempio, all’interno di giovani ristoranti che hanno l’esigenza di avere una proposta originale e che poi non si vogliono impelagare nelle tipiche dinamiche commerciali delle grandi cantine, che spesso ti obbligano a comprare tot etichette”. E che ci dice del boom dei rosati? “Se ne parla di più di quanto se ne stappa”. E dunque: che cos’è che si stappa ultimamente? “Dipende molto dalle realtà che vogliamo prendere in esame, ovviamente in un Tre Forchette si stapperanno vini diversi da quelli di un Tre Gamberi”.

Se poi si vuole individuare una regione che la fa da padrone, questa è il Lazio. “Tra i naturali”, puntualizza Scarpato, “spopolano i laziali soprattutto quando si parla di trattorie e ristoranti perché c’è una precisa connotazione col territorio. Rimanendo in Italia, vanno anche le regioni come la Campania, la Sicilia e la Puglia forse perché Roma accoglie da sempre gente che viene dal Sud”. Invece “l’operoso Nord Est”, dice Trimani, “vince ancora per quanto riguarda i bianchi profumati” e il Piemonte, insieme alla Toscana, rimane campione indiscusso per i rossi, anche se “per far bere il rosso a un romano deve venire proprio il freddo!”, scherza Scarpato.

Conclusioni: cambiano gusti e luoghi di fruizione

Ricapitolando, il boom dei naturali è reale, un po’ meno quello dei rosati. I gusti dei consumatori sono cambiati, o meglio c’è “un’attenzione maggiore da parte dei clienti”, precisa Guido, “le cui scelte sono strettamente legate al concetto di salubrità”. Un concetto sempre più diffuso, specie tra i millennials e la generazione Y, e che è estendibile, insieme all’eticità, su più fronti, sia che si parli di una bistecca, di uova o di ortaggi. Una tendenza che eleva il consumatore e che deve investire anche gli addetti al settore, che siano all’interno di un ristorante, di un wine bar o di un’enoteca, nonostante, quest’ultima, “non rappresenti più il punto di riferimento come lo rappresentava una volta”.

Già, perché nel frattempo, sono cambiati anche i luoghi di fruizione: si beve sempre meno a casa e sempre più nei wine bar (o nelle enoteche che hanno, per forza di cose, iniziato a fare anche somministrazione) o nei ristoranti, soprattutto quelli dove il ricarico è onesto. E qui concludiamo con una provocazione (anche rivolta a noi del Gambero Rosso) di Trimani: “Una carta dei vini non estesissima permette di avere un prezzo più conveniente. Eppure la critica non ha mai dato una mano a chi intraprende la strada della rotazione, premiando sempre le carte infinite. Bisognerebbe trovare, a mio avviso, un altro parametro di giudizio, che tenga conto del numero dei coperti e dell’aggiornamento stagionale anche in base ai piatti del menu”. Ne prendiamo atto.

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a cura di Annalisa Zordan