Qual è il dietro le quinte del prestigioso concorso londinese e come è riuscito in pochi anni a divenire così influente a livello mondiale? Il racconto di chi c'era e qualche curiosità: tra i premiati anche un vino italiano prodotto da un supermarket inglese.
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Il count down è finito. Decanter, il mensile londinese dedicato al mondo del vino, ha reso noti i vincitori dei Decanter World Wine Awards, il prestigioso concorso, giunto alla sua decima edizione, che quest’anno ha visto la partecipazione di oltre 90 paesi da tutto il mondo. Quello che segue è un racconto vero e proprio, visto da chi ha avuto accesso, lo scorso aprile, al dietro le quinte delle selezioni londinesi al Tobacco Docks, non distante dal Tower Bridge.

Partiamo dai risultati. Su 15 mila vini presentati al concorso, più di 10 mila sono le medaglie assegnate e tra queste i premi più prestigiosi sono i 33 International Trophies e i 125 Regional Trophies. Tante conferme e qualche sorpresa. Non si smentisce nemmeno in questa occasione la celebre qualità dei vini francesi che battono tutti, tra l’altro con ben 7 International Trophie, il riconoscimento più alto del concorso. Ma sorprendono anche Sud Africa, Canada e Cina, nonché le catene di supermercati degli States e del Regno Unito, in gara con i loro vini, anche italiani. Meno bene le cantine del Belpaese, nonostante siano 4 gli International Trophies, uno in meno del Sud Africa che ci raggiunge anche con il numero di Reginal Trophie: 7 contro gli 8 italiani. I quattro vini italiani nell’Olimpo di Decanter sono il Primitivo di Manduria Costarossa dell’azienda Surani (annata 2012), che non può lamentarsi di essere poco apprezzato a Londra: partecipa alla competizione da diversi anni ottenendo diverse menzioni speciali, mai però era arrivato un risultato così importante.
Poi c’è un classico dell’enologia italiana, il Barolo, stavolta a vincere è quello di Pianpolvere Soprano il Bussia 7 anni (annata 2007), prodotto solo in annate speciali e solo dopo 7 anni di invecchiamento. Si tratta di un vino già molto premiato all’estero (Wine Spectator, Robert Parker e altri hanno sempre assegnato punteggi molto alti), ma si tratta di un vino nuovo tra i premiati di Decanter. A seguire non mancano gli amati vini del Veneto: innanzitutto il Valpolicella Ripasso della Morrison’s (annata 2012) che stupisce tutti trattandosi di un vino prodotto, appunto, da questa catena di supermarket di food e beverage ben conosciuta in tutto il Regno Unito con 10 milioni di clienti alla settimana e che ha avviato delle produzioni proprie con l’obiettivo di “avere maggiore controllo della qualità dei prodotti”. Non manca, poi, il più noto e pluripremiato Valpolicella Ripasso Superiore di Zenato (annata 2010) il Ripassa. Zenato non è affatto nuovo nemmeno alle medaglie di Decanter, dal 2011 in particolare sono numerosi i gold così come gli argenti per Amarone, Valpolicella, il Lugana ed anche il blend (Corvina e Merlot). Quest’anno si è andati oltre con un premio addirittura internazionale.

Oltre e prima della classifica, però, c’è tutto il resto: selezione, organizzazione e soprattutto ci sono uomini e idee che da sempre sostengono il contest. A partire dalla figura emblematica di Steven Spurrier, il consulente editoriale di Decanter, ideatore del concorso. È inutile elencare le sue esperienze come talentuoso commerciante di vino anche in Francia (e quindi non nel suo paese di origine, Uk), come fondatore de l’Academie du Vin a Parigi e del Christie’s Wine Course a Londra. Quello che va messo in evidenza è la sua voglia di scovare i buoni vini e renderli noti: insomma Spurrier come una sorta di “giustiziere”. Pensiamo al fatidico concorso di Parigi del 1976, quando i vini californiani vinsero sui francesi in una degustazione alla cieca segnando l’inizio di un percorso tutto nuovo per gli statunitensi. Ma ancora prima, è passata alla storia la sua gestione dell’enoteca Les Caves de la Madeleine. Siamo negli anni ’70 a Parigi e Spurrier adotta una pratica sconosciuta: incoraggia i clienti a provare i vini prima di acquistarli. Ritorna la sua sete di giustizia: Spurrier vuole lasciar parlare il vino non le etichette, che siano quelle cartacee sulla bottiglia o metaforicamente intese. Finché arriva a Decanter, dove fa convergere le sue idee negli Awards. Per farlo torna in Inghilterra, un paese di certo non famoso nella produzione vitivinicola e quindi neutro nel giudizio. Ancora oggi punto di forza del concorso. “Siamo un passo indietro in termini di produzione vitivinicola” mi confida lo stesso Spurrier nelle pause tra una degustazione e l’altra “non abbiamo ancora interessi, ed è per questo che siamo obiettivi nei nostri giudizi. I risultati di questa competizione forniscono un’informazione molto utile alle aziende partecipanti: chi vince ottiene uno strumento prestigioso e utilissimo in termini promozionali, chi non ottiene medaglie ha un parametro con cui confrontarsi considerando l’elevata professionalità dei giudici che selezioniamo e, successivamente, valutiamo con molta attenzione e con criteri molto chiari”.
Così come chiare appaiono le idee di Sarah Kemp– braccio destro di Spurrier nell’organizzazione degli Awards – quando al termine dell’intera settimana di lavoro a contatto con i panel di degustazione, le chiedo come si fa a gestire un evento di questa portata con oltre 200 giudici provenienti da tutto il mondo, oltre 15 mila vini e centinaia di persone nello staff tra tecnici, fattorini, assistenti di tutte le età: “Abbiamo un solo obiettivo” dice “far stare bene i giudici che devono solo rilassarsi e non aver alcun pensiero, solo così lavoreranno bene e di conseguenza i risultati saranno consistenti e attendibili”. Sono questi, dunque, i presupposti della settimana di degustazioniche si sono tenute tra la fine di aprile e l’inizio di maggio e che dal lunedì al venerdì ha visto singoli panel di degustazione composti da giudici di fama mondiale dedicarsi alle proprie batterie. A questo punto è doverosa qualche nota su come funziona il concorso: per ogni zona di produzione è previsto un panel di degustazione formato da giudici di diversa provenienza ed estrazione, al fine di evitare qualsiasi disequilibrio o conflitto di interesse. Ogni panel, poi, è presieduto da un presidente col compito di coordinare le degustazioni consegnando un’unica scheda con il giudizio finale. Solo al termine delle batterie, i presidenti si riuniscono per provare nuovamente i vini premiati con medaglia d’oro, decidere se confermare o meno la medaglia e valutare se esiste addirittura, quello che io chiamo, l’oro tra gli ori. A partire da questi si stabiliscono infine i premi Internazionali.

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Una sorpresa arriva dalla Cina, che anche nel settore vitivinicolo inizia a farsi avanti e pare con risultati non indifferenti: si è aggiudicata ben 19 medaglie in totale e tra queste addirittura un Regional Trophy e considerando che questi sono solo 125 in totale (su 15 mila) non è un risultato da sottovalutare. Non è un caso se Spurrier e il suo staff puntano così tanto, e da tanto, al mercato orientale con i Decanter Asia Wine Awards eanche DecanterChina.com, il sito bilingue dedicato al crescente pubblico di wine-lover in Cina. I dati della viticoltura cinesi, però, sono poco affidabili: troppa confusione su ciò che può essere etichettato come “vino d’uva” (e non di riso o altra frutta). Intanto basti sapere che nel 2012 le aziende dichiarate erano circa 600, di cui quasi metà di proprietà dello Stato con circa 500 mila ettari coltivati ed una produzione che già nel 2011 aveva raggiunto 11,5 milioni di ettolitri, in aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Davvero molto poco da scherzarci su!

Una considerazione doverosa da fare, al termine della competizione, riguarda l’avanzata del nuovo mondo del vino: già nelle fasi selettive Sud Africa, Usa, Argentina hanno vinto moltissimi premi, molti di più rispetto ai nostri italiani. Abbiamo chiesto una lettura ad alcuni esperti, che vivono questa competizione da anni. Prima di tutto allo stesso Spurrier che mi risponde con convinzione: “Il nuovo mondo ha tutto da guadagnare. Partecipano le migliori cantine con i loro migliori vini; il cosiddetto vecchio mondo non partecipa, o meglio, non tutte le grandi cantine partecipano, perché non hanno bisogno di pubblicità. Senza contare che, se non vincessero, sarebbe dura giustificarlo”. Affermazioni forti, ma probabilmente veritiere: il nuovo mondo cerca risposte e cerca di promuoversi dando il meglio. Ma questo è il parere del supervisore, qual è invece l’opinione di uno dei giudici italiani, il noto esperto Ian D’Agata? “Credo che noi del vecchio mondo ci portiamo dietro una tradizione e un’esperienza di secoli” dice “ne abbiamo di parametri, quindi siamo obiettivi, molto obiettivi e severi, d’altra parte è questo il nostro ruolo: imparzialità”.

I vini italiani premiati

International Trophy
Zenato – Ripassa Valpolicella Ripasso Superiore 2010
Costarossa – Surani Primitivo di Manduria 2012
Pianpolvere Soprano – Bussia 7 Anni Barolo Riserva 2007
Morrison’s – Signature Valpolicella Ripasso 2012

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Regional Tropy
Abbadia Ardenga – Rosso di Montalcino 2012
Capezzana – Riserva Carmignano Vin Santo 2007
Casal Thaulero – Thalè Trebbiano d’Abruzzo 2007
Contini – Riserva Vernaccia di Oristano 1990
Duca di Salaparuta – Duca Enrico Sicilia 2009
Rivetti & Lauro – Uì Valtellina Superiore 2010
Vignalta Alpianae – Passito Fior d’Arancio Colli Euganei 2011
Vigne Matte – Extra Dry Prosecco di Conegliano Valdobbiadene Superiore 2013

a cura di Chiara Giorleo
www.chiarasfoodandwineguide.com

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 26 giugno.
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