Riportare calorie, ingredienti e avvertenze sanitarie sulla bottiglia. È questa la proposta europea per quanto riguarda gli alcolici. Ma il settore-vino italiano non ci sta: “Non vogliamo consumatori di tabelline, ma di qualità”.
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Sapete quante calorie ci sono nelle bottiglia di vino che state per bere? Vi interesserebbe saperlo? E se lo sapeste la mettereste, poi, giù, o continuereste a riempirvi il bicchiere? Dal 2016 questa informazione potrebbe diventare obbligatoria. La trasparenza in etichetta è, infatti, una questione di cui si parla da tempo, ma che adesso sembra aver subito un’accelerata: in particolare la questione rientra nelregolamento 1169/2011 sulle informazioni al consumatore,in vigore da dicembre 2014, che riguarda tutti i prodotti alimentari. Per ora nelle etichette di vino vanno indicati: nome e indirizzo del produttore, denominazione, allergeni, gradazione alcolica, quantità di prodotto
 

I tempi dell’iter legislativo

Per il vino e gli alcolici il Parlamento Europeo ha invitato la Commissione Europea a elaborare una relazione entro la stessa data – dicembre 2014 – su cui poi poter legiferare entro il 2016. Ma, conseguentemente al cambio dei vertici a Bruxelles, la relazione non è ancora arrivata. Tuttavia la tensione e i toni del dibattito rimangono alti, anche perché la risoluzione – adottata da 63 dei 68 membri della Commissione Salute – chiede anche che in etichetta siano riportate informazione sui pericoli derivanti dall’assunzione di alcol, soprattutto per donne incinte e gli automobilisti. Ma è giusto equiparare il vino a qualunque altra bevanda alcolica? Significherebbe disincentivarne il consumo proprio in Europa, dove il numero di chi lo beve è già in discesa libera, senza un’ulteriore spinta strategica verso il basso.

Le motivazioni dei sostenitori

I sostenitori della nuova norma ritengono che le etichette scarsamente formulate non sono più accettabili, perché il consumatore ha il diritto di sapere come sono fatti i vini. La tesi è semplice: il vino sarebbe uguale a qualunque altro cibo. Ma è proprio così? Un biscotto, nel cui impasto si vogliono aggiungere zuccheri, cioccolato o altri ingredienti che lo rendano più gustoso, è proprio uguale al vino, per il quale le “correzioni” di gusto non sono previste dai disciplinari? Tra i sostenitori più agguerriti della nuova normativa c’è il deputato britannico Glenis Willmott che, dopo un primo tentativo fallito nel 2011, ha puntato il dito contro l’industria e le lobby del beverage, colpevoli – dice – di continue pressioni politiche per bloccare l’iter legislativo. “Ma questa volta non siamo disposti a cedere” sono le sue parole riportate dal sito Wine-Search“I consumatori hanno il diritto di sapere che un bicchiere di vino ha lo stesso numero di calorie di una fetta di torta”.

Le motivazioni degli oppositori

Dall’altra parte c’è, invece, chi teme ripercussioni, oltre che sui consumi, sui prezzi a carico dei produttori e anche sui giudizi nei confronti dei vini che, a lungo andare potrebbero essere determinati più dalle etichette, che dalla qualità vera e propria. Ne abbiamo parlato con Ottavio Cagiano de Azevedo, direttore generale di Federvini. “Tante le domande che ci poniamo in merito alla questione. Prima di tutto, le informazioni richieste sono davvero così utili? Poi, siamo sicuri che il consumatore sappia leggerle nel modo corretto? Infine, l’etichetta è davvero l’unica soluzione da prendere in considerazione o esistono altri sistemi? Penso ad esempio ai codici Qr attraverso cui si possono ricavare le informazioni sul vino, o ai siti dei consorzi dovesi può fa riferimento a degli standard per denominazione”.

Valori incostanti di anno in anno

Oltretutto, come mette in evidenza Cagiano, ogni vendemmia è una storia a sé, con una gradazione zuccherina differente e di conseguenze con una certa variabilità calorica: “Il settore della birra ha fatto sapere che, su base volontaria, inserirà le informazioni previste anche senza che ve ne sia l’obbligo. Un precedente che potrebbe mettere in difficoltà il mondo del vino, ma vorrei far notare che i sistemi di produzione sono molto differenti. Più standardizzati per la birra, in particolare per quella industriale, meno prevedibili per il vino che è un prodotto artigianale”.

Criteri di indicazione

Dubbi anche sul modo in cui indicare i valori nutrizionali: “Quando parliamo di vino, a quale unità di misura dobbiamo riferirci: il litro, la bottiglia da 0,75, il bicchiere? Chiarito ciò, i nostri produttori si troverebbero ogni anno a dover prevedere nuove etichette per ognuno dei propri vini.Tempi, costi e burocrazia, sarebbero, quindi, i nemici principali, ma la preoccupazione maggiore è che l’informazione diventi confusione.Non vogliamo consumatori di tabelline, ma di qualità e posso assicurare che il vino è in assoluto il settore più disciplinato a livello europeo”.

Gli indicatori di salute e gli ingredienti

E, il direttore Federvini, non ha dubbi neppure sui cosiddetti “indicatori di salute”, per esempio quelli relativi ai pericoli per le donne in gravidanza: “Ma una donna incinta”si chiede“si fa influenzare più da un divieto in etichetta o dai consigli del suo medico di fiducia?”.Infine una precisazione su cosa, al di là, dei valori nutrizionali andrebbe in etichetta: “L’Italia vorrebbe un po’ di chiarezza anche su questo. Se si parla di ingredienti, l’unico ingrediente da inserire è l’uva. Tutto il resto – allergeni a parte – fanno parte delle pratiche di produzione. Anche perché se dovessimo scrivere tutto, venderemmo solo bottiglie magnum con etichette grandi come murales”.

Burocrazia

Nel dibattito interviene anche Matilde Poggi, presidente Fivi e vicepresidente (neo-eletta) della Cevi: “Oggi si parla tanto di #campolibero e sburocratizzazione, ma temo che con un obbligo del genere aumenterebbero burocrazia e costi per i produttori.Una soluzione, a mio avviso, sarebbe considerare ogni Stato europeo a sé e non prendere una decisione vincolante per tutto il territorio comunitario. D’altronde veniamo da tradizioni differenti e, soprattutto oggi, ci troviamo ad affrontare situazioni e problemi opposti: l’Italia è il Paese con il consumo pro-capite di alcol più basso d’Europa, la stessa cosa non si può dire per i Paesi del Nord. Se lì hanno, quindi, senso le campagne sul bere consapevole, anche in ottica anti obesità, lo stesso non si può dire qui da noi, dove, invece, i consumi sono in notevole calo”.

Il summit de i ministri della Salute di Riga

A dimostrazione di quanto il dibattito sia attuale, pochi giorni fa, in Lettonia, si sono incontrati i ministri della Salute dei 28 Stati membri, per un summit sui rischi legati al consumo di vino. In particolare hanno discusso del documento redatto dal CNAPA (Comitato per le Politiche e le Azioni Nazionali in Materia di Alcol) che sembra più che altro essere un atto di accusa nei confronti del vino stesso, tanto da far pensare ad un ritorno del proibizionismo.

Poggi mette in guardia dal rischio-sorpresa: “L’appello che lancio al mondo del vino e anche al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, è di non sottovalutare la tematica. In gioco c’è la nostra tradizione vitivinicola. Il rischio demonizzazione del vino, ormai lo abbiamo visto, è dietro l’angolo: si parla di alzare i prezzi e di abbassarne la gradazione alcolica per disincentivarne il consumo, oltre che di inserire l’indicazione delle calorie in etichetta. La tesi ottimista e più diffusa è che non si arriverà mai all’approvazione di quest’obbligo, ma non dimentichiamoci che l’Italia, e in generale i Paesi del Centro Europa (che poi sono i maggiori produttori di vino; ndr), nella nuova Unione Europea a 28 Stati, non sono ormai così centrali, come in passato. Consideriamo anche che in questo momento è la Lettonia il Paese che presiede il Consiglio dell’Unione Europea. Attenzione, quindi, a non abbassare la guardia”.

Appaiono preoccupati dalle ripercussioni delle campagna europee anti-alcol anche i rappresentanti di Agrinsieme (il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari) che hanno scrittoal ministro della Salute Lorenzin in merito al meeting di Riga: “Contrastare l’abuso di alcol deve rimanere l’obiettivo principale della politica europea” dicono “ma gli strumenti proposti appaiono sproporzionati, in quanto ostacolano in generale il consumo di alcol senza norme specifiche per l’abuso”.

Il parere del nutrizionista

L’educazione al consumo moderatonon è solo questione di etichetta ma parte da molto più lontano, dalle campagne di sensibilizzazione, ad esempio. In etichetta le informazioni importanti per il vino son quelle già presenti: denominazione e provenienza. Del resto si può discutere e trovare delle regole chiare da seguire. Ricordando, però, che il vino di per sé non fa male alla salute: è sempre questione di come lo si beve”dice il nutrizionista Giorgio Calabrese, che continua:“per quanto riguarda le calorie, teniamo presente che un bicchiere vale circa 100 calorie, non credo sia quello il problema, soprattutto in Italia dove il consumo è già di per sé moderato. Sbagliato è demonizzarlo, con avvertimenti di pericolo, come avviene ad esempio con le sigarette. Questo sì potrebbe essere un pericolo. Ma per il vino”.

Come si calcolano le calorie del vino?

Ricordando che un grammo di alcol è pari a 7 kcal, e che l’alcol ha un peso specifico di 0,79 Kg, basta moltiplicare il peso per il grado alcolico (espresso in litri) e infine per le calorie a grammo. Posto che si parli un vino da 13 gradi, la formula è: 0,79 x 130 x 7= 718,9 calorie per un litro di vino. Se si considera che 1 litro di vino corrisponde a circa 6,6 bicchieri da 150 ml: 718,9 : 6,6= 108,7 calorie a bicchiere

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a cura di Loredana Sottile

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 23 aprile.
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