Si è appena conclusa la prima edizione di Fermentazioni. Un nuovo evento sulle birre: ce ne era davvero bisogno? Per rispondere abbiamo chiesto ad un homebrewer romano di andare per noi a dare un'occhiata. Ecco le sue considerazioni e le tendenze che sono emerse.
Pubblicità

A Roma, nel corso dell’ultimo anno, abbiamo assistito a una crescita esponenziale degli eventi dedicati al mondo della birra artigianale. Purtroppo, come sempre accade con i fenomeni di gran moda, il rumore di fondo tende a sovrastare la qualità. È comprensibile quindi la perplessità di chi, leggendo l’ennesimo annuncio di un festival sulle birre artigianali in città, si sia chiesto: ma ce n’è davvero bisogno? È con questa domanda in testa che sono andato a visitare Fermentazioni, il festival delle birre artigianali, organizzato da Andrea Turco del blog Cronache di Birra in collaborazione con Sfero. Il festival si è tenuto dal 13 al 15 settembre a Roma, presso le Officine Farneto.
Come faccio sempre in questi casi, mi sono presentato al festival il primo giorno in orario di apertura, per fruire in piena tranquillità delle birre, dei workshop e della compagnia dei mastri birrai e arrivare al pienone serale con il giusto stato d’animo per non maledire le file e la calca, e godermi anche quella parte della festa.
Per quanto riguarda gli interni, la location è indubbiamente azzeccata: lo spazio è elegante, non dispersivo, gli stand sono ben distribuiti e inseriti con gusto nel contesto. Gli spazi all’aperto sono sufficienti a dare il giusto respiro, anche se con la pioggia che è caduta domenica devono aver creato non pochi problemi. Purtroppo l’accessibilità era difficoltosa: il parcheggio in prossimità della manifestazione era pressoché inesistente e la zona (ai piedi di Monte Mario) non è ben collegata con i mezzi pubblici.
Rispetto alle altre manifestazioni di questo tipo, colpisce la massiccia presenza dei mastri birrai presso gli stand e la loro partecipazione attiva ai workshop. A mio avviso, il fulcro di questi festival è proprio il dialogo e lo scambio di idee con gli artigiani. Interessantissimo il confronto con Jurij Ferri dell’Almond 22 nel workshop “Italian Craft Beer: Terroir & Traditions”, guidato da Katie Parla. Ferri ha raccontato le particolarità della sua birra Noa Reserve, un barley wine invecchiato 12 mesi in caratelli di rovere. Stupefacente scoprire sia il processo produttivo che gli aromi particolari che il legno regala a questa birra, tipici di un vino da dessert.
In generale ho notato con piacere un calo di interesse nei confronti delle IPA (India Pale Ale), birre super amare che tanto vanno di moda, ma che purtroppo spesso molto tolgono al piacere gustativo. Notevole la presenza delle basse fermentazioni, come le pilsner ad esempio, dai delicati aromi floreali a supporto di un amaro deciso e mai invadente. Una segnalazione particolare merita la Brusca del birrificio Birrone, una pilsner pulita ed equilibrata che non ha nulla da invidiare alle migliori bevute in quel di Praga.
Altra tendenza ormai confermata è quella delle birre invecchiate in legno. Molti birrai si cimentano in questa pratica ereditata dal mondo del vino. Non sempre i risultati sono buoni, ma nel caso della Noa Reserve dell’Almond 22 e della PVK invecchiata in botte dell’Olmaia siamo di fronte a due prodotti decisamente interessanti. La prima semplicemente perfetta, la seconda un esperimento da perfezionare, ma indubbiamente valido.
Menzione d’onore al reparto gastronomico, con i panini di Gabriele Bonci (commovente la rosetta con la cotoletta) e i trapizzini di Stefano Callegari.
In conclusione, credo che Fermentazioni si sia ben differenziato rispetto ad altri eventi del genere per alcuni aspetti cruciali: la forte presenza dei mastri birrai, la selezione accurata dei birrifici, l’interesse all’approfondimento tramite i workshop e il buon livello della gastronomia (seppure in stile semplice, utilizzando pasta, panini e trapizzini).
Tornando quindi alla domanda iniziale (c’è davvero bisogno di un altro festival sulle birre artigianali a Roma?) la risposta è molto semplice: se l’approccio è questo, con ogni probabilità lo spazio c’è e il merito va a chi lo ha occupato.

a cura di Francesco Antonelli