Giovanni Mantovani guarda al futuro: “Ecco i prossimi 50 anni del vino italiano”

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Come sarà il mondo del vino tra 50 anni? Come sarà lo stesso Vinitaly? Quali denominazioni resisteranno al tempo e quali regioni potrebbero essere le outsider capaci di attirare l’interesse dei consumatori? Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere, nell’anno in cui la fiera del vino veronese spegne la candelina numero 50, prova a tracciare gli scenari a venire.

 

Il futuro del vino è sempre più legato a concetti quali ecosostenibilità, internazionalizzazione, tecnologia, biodiversità, rapporto qualità-prezzo. L’Italia ha saputo raccogliere la sfida?

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Già molto si è fatto a livello sperimentale e molto si farà soprattutto per introdurre innovazioni tecnologiche per ridurre al minimo l’impatto ambientale, abbassando i costi. L’obiettivo sarà avere un’attività ecocompatibile e al tempo stesso competitiva, per mantenere il vino un prodotto fruibile da tutti. Posto che vendere continuerà a essere il focus di chi produce, credo che il futuro sarà sempre più caratterizzato da una visione olistica della vitivinicoltura.

 

Diversi report sui trend mondiali indicano un’attenzione maggiore agli aspetti salutistici, una crescita dei consumatori che cercano vini a basso tenore alcolico. È la nuova frontiera?

Secondo me questi vini rispondono sia a una richiesta salutistica sia all’evoluzione del gusto dei consumatori, che per un uso frequente preferiscono vini sempre più freschi e leggeri. Molti studi sono in atto per migliorare le tecniche produttive ma, per ora, pur registrando grandi percentuali di crescita, i vini a basso tenore di alcol rappresentano ancora piccoli numeri e non sembrano poter uscire dalla dimensione di nicchia di mercato.

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Prosecco, Brunello, Amarone, Barolo, Lambrusco, Chianti… saranno sempre i più amati? Quali gli outsider in chiave export?

Certo questi sono i più noti o, come nel caso del Prosecco, che stanno avendo grande successo, ma il record di 5,4 miliardi di export è un risultato ottenuto grazie anche a tutti gli altri vini italiani. Ci sono regioni che hanno lavorato bene negli scorsi anni e che stanno avendo buoni risultati, come Abruzzo e Friuli; mentre, nel recente passato, la Sicilia e la Puglia hanno sicuramente fatto grandi passi avanti nella considerazione internazionale. Tra le regioni che devono ancora esprimersi pienamente, credo ci siano Campania e Sardegna. Per i grandi numeri ci si sta orientando verso vini leggeri, facilmente bevibili… forse gli outsider potrebbero essere i rosati.

 

Vino e promozione. Come si sta muovendo l’Italia?

I numeri mostrano un settore vitivinicolo in continua crescita sui mercati esteri. Ora l’obiettivo indicato dal premier Renzi è traguardare 7,5 miliardi di euro di export entro il 2020. Bene, quindi, i 300 milioni di euro messi in campo dal Governo con il decreto OCM per la promozione del nostro vino all’estero, ma, alle aziende servono anche strumenti efficaci ed autorevoli come Vinitaly e il nuovo Osservatorio del Vino per sviluppare a livello internazionale il proprio business.

 

A tal proposito, quale ruolo per eventi come Vinitaly e le fiere in generale?

Vinitaly ha sempre mantenuto la sua mission di essere un sistema di servizi per l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Se agiremo chiedendoci sempre cosa serve alle nostre aziende per vendere di più non potremo sbagliare. Lo dimostrano i nostri 50 anni di storia. Le fiere per il vino, se focalizzate sul business, sono ancora un momento imprescindibile. E per il sistema delle PMI italiane, comunque, sono ancora oggi l’unico strumento di promozione all’estero, capaci di generare, come ha rilevato l’Aefi – Associazione esposizioni e fiere italiane – il 50% dell’export nazionale.

 

a cura di Gianulca Atzeni