Vendemmia. Quella del 2012 non è stata l'annata più bassa degli ultimi 50 anni, come titolavano i giornali pochi mesi fa. Anzi l'Italia ha prodotto di più. Ma i prezzi delle uve e del vino sono comunque decollati sulle "voci" di una raccolta scarsa che scarsa non si è rivelata. Come mai?
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Ricordate i titoli di telegiornali, quotidiani e siti web di circa otto mesi fa? “La vendemmia 2012 è stata tra le più scarse degli ultimi 50 anni” oppure “Vendemmia ai minimi storici”. Bene, non sono veri. Almeno stando a quanto si legge nei dati Agea sulla produzione di vino nel 2012, secondo cui l’Italia ha prodotto 45,6 milioni di ettolitri, in aumento rispetto ai 44,7 dell’anno precedente (50,5 è il dato Agea 2010). Si tratta di un numero ben lontano dalle cifre sulle previsioni diffuse alla fine dello scorso anno da più parti, in cui si parlava di produzione al ribasso e sotto i 40 milioni di ettolitri (39,3 milioni sia per Ismea, sia per Assoenologi). Previsioni basate tutte su dati Istat, che per il 2012 sono di poco superiori ai 41 milioni di ettolitri.

Il corollario legato a quei titoli altisonanti è stato: c’è meno vino, quindi costerà di più. E così è accaduto. I prezzi delle uve e del vino hanno proseguito la corsa in salita in doppia cifra, seguendo un trend iniziato nel 2011, annata altrettanto scarsa sul fronte del raccolto. Tutti, insomma, hanno pagato di più. L’aumento è stato scaricato sulle diverse maglie della filiera, in particolare su consumatori e soprattutto sugli imbottigliatori e trasformatori, coloro che maggiormente hanno acquistato materia prima, pagandola molto cara in autunno, con la spiegazione che il vino non c’era. Ma se non è vero che l’Italia ha prodotto così poco, anzi ha visto salire i volumi di qualche punto percentuale, gli aumenti appaiono ora del tutto ingiustificati. Il risultato è che questa parte della filiera ora chiede, con una certa rabbia, una ritrattazione e una revisione sui prezzi (che sono già in calo). È quello che sta accadendo in questo momento. Con l’ulteriore conseguenza che saranno in molti a guardare con poca fiducia le previsioni sulla vendemmia 2013, ormai alle porte.

Una domanda è lecita: perché questa forte discordanza di cifre? La questione (evidenziata nei giorni scorsi dall’Uiv attraverso il suo organo di informazione, il Corriere Vinicolo) è stata posta ad Agea dalle varie associazioni di categoria (da Cia a Confagricoltura, da Uiv a Federvini) quando l’Italia ha dovuto comunicare a Bruxelles un dato ufficiale decisamente diverso da quello previsionale. L’organismo pagatore nazionale ha, innanzitutto, ribadito la correttezza dei dati forniti, perché basati sulle denunce di produzione delle aziende. A Bruxelles, lo sottolineiamo, l’Italia non ha comunicato una produzione di 45,6 milioni di ettolitri, ma circa 43 milioni, perché il dato è stato depurato della percentuale di vino feccioso e delle quantità di vini e mosti importati e presenti all’interno delle denunce di produzione. Per il resto, mancano all’appello circa tre milioni di ettolitri su cui occorrerà fare un’analisi chiara. A pensare male, al netto di possibili errori di calcolo, potrebbero essere anche il risultato di pratiche non consentite, come la vinificazione di uve da tavola o l’importazione illegale di vino e mosti dall’estero o, infine, di ettari fantasma non tracciati. Di questi temi avevamo parlato a ottobre scorso, ricordando come l’attenzione degli organismi di controllo (Nas, Icqrf, Forestale, Gdf…) nel periodo vendemmiale fosse concentrata proprio in quelle regioni, come Puglia o Abruzzo e nelle grandi regioni produttrici del nord, in cui in passato si sono registrati tali fenomeni. Ma non si vuole qui puntare il dito contro qualcuno in particolare dicendo, ad esempio, che i controlli non funzionano oppure che permangono sacche di irregolarità. Semmai, si vuole mettere in evidenza, ed è quello che le associazioni di categoria chiedono a gran voce, come sia necessario (spending review permettendo) migliorare, da un lato, le verifiche sui territori a rischio e, dall’altro, dotarsi di uno schedario viticolo funzionante e aggiornato in cui i conti possano tornare, dalla fase previsionale a quella consuntiva. E se (ipotizziamo) l’Europa contestasse all’Italia il mancato rispetto di alcuni disciplinari, tagliando i fondi per la promozione? L’Italia, grande produttore ed esportatore mondiale, non potrebbe permetterselo. E le sue imprese hanno bisogno di certezze e, soprattutto, di basarsi su un vocabolario comune.

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Altra osservazione, ma sul metodo. I dati Agea si riferiscono al cosiddetto quadro “G” delle denunce di produzione che comprende anche le quantità di mosti concentrati o i prodotti acquistati fuori regione (si pensi, ad esempio, al nord Italia, dove hanno sede grandi imbottigliatori). L’idea potrebbe essere quella di proporre ad Agea di considerare un altro dato, quello del quadro “C”, contenente i quantitativi di uva raccolta, che andrebbero trasformati in vino secondo un coefficiente medio di resa uva/vino dello 0,70% per unità di misura. La decisione andrebbe presa in un tavolo di confronto con tutta la filiera. Magari prima della vendemmia 2013…

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri dell’11 luglio. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E’ gratis, basta cliccare qui.